FOSFENE /N.#0 – TESTACODA @Salone Arbus: l’impalpabile bagliore della solitudine

Venerdì 19 aprile al Salone Arbus di Ginestra Fiorentina sono andate in scena due performance ad opera del Collettivo Fosfene /n.#0, un progetto di Chiara Guarducci, Matteo Bellumori e Sonia Coppoli. Un video performance sul tema dello sguardo offerto e chiesto, a cura di Sonia Coppoli apre la serata nel salone espositivo dello spazio gestito da Associazione Arbus e Io mi chiamo Viscardo. A seguire l’onirico monologo teatrale TestaCoda, interpretato da una magnetica Sonia Coppoli, scritto e diretto da Chiara Guarducci, che ci conduce negli abissi di solitudine di un condominio abitato da creature al margine, fantasmi della mente in cerca di sguardi a cui rivelarsi per sentirsi esistere.

a cura di Sandra Balsimelli e Marinella Veltroni

Locandina di Collettivo Fosfene

Fosfene /n.#0: una danza bacchica davanti alla macchina

Dal video di Sonia Coppoli parte il progetto Fosfene, che unisce video, fotografia e scrittura ispirato al fenomeno visivo entoptico (“dentro gli occhi”) dei fosfeni, appunto, caratterizzato dalla percezione di sensazioni visive luminose improvvise, avvertite come dei lampi di luce negli occhi, che compaiono in maniera totalmente indipendente da stimoli luminosi derivanti dall’ambiente esterno. L‘attrice si offre all’occhio freddo e predatorio della camera che cattura senza rispecchiamento emotivo, si autoriprende senza guardarsi in una danza bacchica, vorticosa che induce bagliori residui, riflessi di luce baluginanti su ogni cosa, per primo il foglio scritto su cui il movimento si fa parola senza perdere i tratti fulminei di un’epifania, amplesso di scarti allucinati. “Inseguire i fosfeni è come inseguire le mosche per trovare quella ferita impossibile dove immagine e scrittura possano penetrarsi, infettarsi, incarnarsi e godersi fino alla consumazione”.

Fosfene /n.#0: un ‘esperienza di panismo interiore

La camera sembra entrare nella pelle dell’attrice, penetrandone le fibre con asettica precisione, intercettandone l’occhio ipnotico e fisso che si carica di luce interna. Non c’è scambio tra sguardi umani, l’attrice non guarda noi, si offre al nostro sguardo che non ha reale accesso in lei, nella sua visione estatica interna; si ha la sensazione di un incontro mancato con un’esperienza di panismo interiore che intuiamo ma che ci resta precluso, come se avvenisse oltre l’incontro egoico tra soggetti autocoscienti. Intensa ed enigmatica il video ci prepara alla performace teatrale in un’altra delle sale di Spazio Arbus, che ne costituisce una naturale filiazione tra diversi linguaggi espressivi

Anselm Kiefer: Sol Invictus

TestaCoda: della solitudine ovvero dell’esistere

Si entra a scena aperta. Sullo sfondo tre lastre verticali rosse, skyline di una ipotetica città immota che fa da sfondo alle stanze dove si svolgono le vicende.
Quattro storie, quattro personaggi, – due uomini e due donne-, un’unica, magnifica, interprete, Sonia Coppoli. L’attrice, costantemente vestita di nero, trasmuta da un ruolo all’altro in modo fluido e preciso quasi fosse una danza, incarnandosi in un respiro che a tratti diventa epidermico per poi tornare scuro e profondo. La voce si eleva a vero e proprio strumento musicale con esplosione di parole talora scandite, storpiate, virtuosismi vocalici che dialogano con l’espressività corporea. Su tutta l’opera emerge il tema dell’elevazione e della re-voluzione, le storie si succedono verticalmente nei diversi piani di un palazzo che diventa Spazio ma anche Creatura (‘Testacoda’), uroboro onirico che unisce la terra al cielo per poi ripartire nel ciclo senza tempo di morte e rinascita, un po’ come evocato in Sol Invictus di Anselm Kiefer esposto a Palazzo Strozzi in questi giorni a Firenze.

TestaCoda: Lampi di vita in trappola

TESTACODA: Sonia Coppola interpreta uno dei personaggi, regia Chiara Guarducci

Filo rosso che unisce le storie evocate da Sonia Coppoli e dalla drammaturgia della Guarducci una solitudine densa di fuliggine che avvolge e separa i personaggi in una sorta di vuoto cosmico a cui i rumori del mondo esterno non arrivano se non come riverberi ( fosfeni?) delle proprie proiezioni, delle proprie allucinate narrazioni interiori. Eros, morte, tradimento, suicidio, lampi di vita in trappola in gusci d’appartamento, isole separate che dell’Altro lasciano permeare solo un debole riflesso, solo l’assenza, solo l’essere altrove. Vana resta la speranza di una relazione vera, di essere presenti allo sguardo dell’altro, si resta soli ad attendere che qualcuno arrivi e porti salvezza. L’ironia percorre questi scarti di umanità, rendendoci complici e intimi della loro richiesta di riconoscimento in una Performance potente e intensa, fosfene teatrale che merita gli applausi convinti del pubblico in sala, accolto dal clima creativo e familiare dello Spazio Arbus e della sua naturale inclinazione a celebrare la differenza come fondamento ricco e variopinto dell’umanità.

Visto il 19 aprile al Salone Arbus (Ginestra Fiorentina)

Collettivo Fosfene/n.#0

video di Sonia Coppoli

TestaCoda

con Sonia Coppoli

testo e regia di Chiara Guarducci


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