ZIO VANJA @Teatro Fabbricone: al cuore feroce del capolavoro

Un classico tra i classici al Fabbricone di Prato con il sottotitolo “Indagine sulla ferocia”: lo ZIO VANJA diretto da Simona Gonella (coproduzione Elsinor e Teatro Metastasio) è frutto di un lavoro di levigatura e di espoliazione dell’originale di Cechov per mettere in luce la complessa e disarmante rete di connessioni psicologiche ed emotive di un capolavoro assoluto del teatro moderno. Ne riesce una messa in scena tanto lineare nella scenografia quanto ricca e minuziosa nelle interazioni tra i personaggi, prigionieri di un destino che fino alla fine li rinchiude nelle gabbie di sovrastrutture convenzionali, vecchie quanto quella Russia che avrebbe conosciuto da lì a vent’anni il vento accecante della Rivoluzione. Ma non tutto è perduto.

ZIO VANJA: la gabbia scenografica di Federico Biancalani

Scena da ZIO VANJA (foto di Luca Del Pia)

Rettangolo rosso al centro della scena, sgabelli ai lati, fondale altrettanto rosso dove si staglia un monumentale samovar, unico vero elemento eponimo, ed infine i neon a colonna come guardie, o sbarre, a chiudere ogni via di fuga. Una prigione essenziale e dalla struttura si direbbe quasi cristallina, invisibile dove le dinamiche relazionali e la natura sapranno costruire muri invalicabili, arricchiti da cocci aguzzi di bottiglia di montaliana memoria. I personaggi si sfidano, si affrontano, si scherniscono e si compatiscono con una libertà di movimento che invece di attenuare amplifica la loro condizione di animali in gabbia, vittime di una cattività che appare come una condizione antropologica rafforzata da un’incertezza del futuro che, in fondo, lascia sempre spazio alla speranza.

Nel cast di ZIO VANJA la carnalità del testo di Cechov

Alla scenografia (studiata con cura da Federico Biancalani) lineare e privata di riferimenti diretti, tranne quel samovar quasi cubista nella sua composizione disordinata, si uniscono i costumi (sapientemente curati da Annamaria Gallo) altrettanto semplici e a tratti stravaganti. Da Elena (Stefanie Bruckner, autentica e calzante) con aderenti pantaloni di pelle nera, seducenti e sfacciati, e Sonia (Stefania Medri, efficace e mirabilmente equilibrata), con le sue galosce gialle, fino a Vanja (Woody Neri, impetuoso e profondo), sciatto ed in infradito, e al Dottore (Marco Cacciola, sfacciato e preciso), fresco di una battuta di caccia nel bosco. Ogni elemento di scena, compresi i passaggi in cui la Balia (Anna Coppola, precisa e puntuale) si cala nei panni di regista sul palco suggerendo le battute e richiamando le posizioni, vuole disilluderci sin dall’inizio per toglierci dalla testa che non stiamo assistendo all’ennesima tentazione di riproporre il potere drammaturgico del classico semplicemente estrapolandolo dal suo contesto. La sapienza dell’operazione di Simona Gonella è presto dichiarata quando le parole dell’originale si fanno carne permeando nei personaggi ed uscendone metabolizzate, digerite, trasfigurate in tutta la loro lungimirante sincerità.

Il gioco di lenti e specchi nello ZIO VANJA della Gonella

Scena da ZIO VANJA (foto di Luca Del Pia)

Complessa risulta l’ottica attraverso la quale il testo di Cechov viene proposto. Mentre la lente della psicologia permette alle parole di risciacquarsi e di uscire limpide e rigenerate, la restituzione è affidata allo specchio deformante della contemporaneità che esalta le reazioni, le sensazioni e le emozioni, ormai incontenibili. Il risultato è una drammaturgia potente, vigorosa e cristallina dove la costruzione e la regia non sfruttano vigliaccamente la grandiosità dell’originale, tentazione in cui le trasposizioni avanguardiste sono talvolta scivolate, ma la esaltano e le restituiscono uno smalto che, francamente, non avremmo creduto necessario. Solo dopo aver assistito alla messa in scena capiamo che invece anche un intoccabile come ZIO VANJA può restare fortemente classico seppur la disgiunzione tra il contesto originario e ciò che vediamo sia smaccatamente evidente. Quasi una provocazione quella che Gonella vuole proporci per sfidarci. E alla fine è lei a vincere.

Natura e società, gli ingredienti di ZIO VANJA

Nella sua “indagine sulla ferocia”, la regista ci porta continuamente fuori e dentro il testo con grande naturalezza, mentre la presenza costante dell’aiutante disabile dotato di tablet al collo per gestire il tessuto sonoro (un mirabile ed impeccabile Donato Paternoster), ci mantiene consapevoli del nostro presente. Una natura vittima dello sviluppo e dilaniata dal genere umano, un progresso economico che impoverisce, una società che non riesce a riscattarsi e a liberare il proprio potenziale: ognuno di questi ingredienti appare ancora freschissimo dopo oltre un secolo col risultato che i sentimenti e le emozioni si liberano dell’ipocrisia giungendo all’esasperazione, quasi alla convulsione, esplodendo sul palco come quel colore rosso che è passione e sangue, modulato dalle luci ai lati che a tratti disegnano grate sullo sfondo, metamorfosi da villa di campagna a prigione. A fungere da cassa di risonanza la natura, dapprima col fastidio delle zanzare e dopo con l’interminabile temporale che sembra concedere una tregua solo quando la dinamica emotiva apre uno spiraglio alla speranza della redenzione ma che riprende inesorabile sulla rassegnazione finale. La pace della campagna con la sua vastità ed il suo silenzio diviene opprimente, ossimoro di una piccola borghesia che invece cerca il riscatto culturale ed è stanca di vivere una vita non sua, fatta solo di miraggi.

La maschera del buffone: condanna per i personaggi di ZIO VANJA  

La condanna finale è dettata dall’impossibilità di vivere con intensità e consapevolezza la propria personalità, assecondando aspirazioni e desideri. Elena, l’avvenente moglie del Professore (Stefano Braschi, istrionico e comunicativo), corteggiata da Vanja ma innamorata del Dottore, intona il motivo “I wanna feel pleasure as much as I feel pain” con voce sommessa che nasconde però una profonda frustrazione per non poter vivere con la stessa intensità il piacere che potrebbe derivargli dal suo amore, prigioniera di un legame con l’uomo che con la sua rispettabilità vuota ma rassicurante la imprigiona nell’infelicità. Ogni personaggio incarna quella condizione di buffone che è, agli occhi del Dottore, la condizione dell’essere umano. Un po’ Falstaff, un po’ Rigoletto, la maschera, con i suoi colori e le sue pieghe artificiose, ci è cucita addosso, millantando una natura che nella sua negazione ci rende feroci, lupi per gli altri uomini. O magari galli, pronti a beccare a morte chiunque si avvicini al pollaio, come per il Professore che alla fine, con la sua testa crestata e pur con la sua vanità tronfia e la sua malattia, vera o presunta, sarà disposto a sacrificare il destino della sua stessa figlia Sonia, messa quasi alla berlina, rannicchiata su quel tavolo operatorio con cui viene spostata come una pedina su una scacchiera, alla mercè di tutti. Solamente Vanja tenterà di sbaragliare le carte in tavola per dare una scossa alla fissità e alla stagnazione, con la pistola prima e con la morfina, senza riuscirci. Perché in fondo qualcosa continua a tenerci legati alle etichette che ci aiutano a incasellare, ad assegnare ad ognuno un carattere, come se fossimo immersi costantemente in uno spettacolo della Commedia dell’Arte. E non c’è spazio per chi non ha etichetta, diventa solo uno “strano” da emarginare e magari da internare. 

ZIO VANJA: il rischio della felicità

Il percorso di indagine portato avanti nel corso dello spettacolo si conclude con una sconfitta inesorabile per il genere umano ma è lo stesso Cechov a lasciarci un suggerimento. Così come più volte ritorna nel testo, chiudiamo gli occhi e guardiamo davvero, prendiamo coraggio e impariamo a capire noi stessi. Il cambiamento può partire solo da quella dimensione psicologica che diventa vero tramite comunicativo, terreno comune sul quale costruire. Come Sonia ed Elena, impariamo a privarci delle nostre scarpe ed indossiamo quelle dell’altro, o magari come Vanja, restiamo a piedi nudi per assimilare e per sentire. Il protagonista rischia di sfiorare la pazzia, l’esasperazione lo esaurisce ma sappiamo che, nel momento in cui finalmente certe sovrastrutture smetteranno di dominarlo, lui sarà davvero destinato alla felicità. E tutti allora vorremo essere Zio Vanja. Cominciamo da oggi e magari, chissà.      

Visto al Teatro Fabbricone (Prato) il 20 aprile 2023

ZIO VANJA

di Anton Cechov
regia Simona Gonella
con Stefano Braschi, Stefanie Bruckner, Marco Cacciola, Anna Coppola, Stefania Medri, Woody Neri, Donato Paternoster
scene Federico Biancalani
disegno luci Rossano Siragusano
costumi Annamaria Gallo
ambienti sonori Donato Paternoster produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Teatro Metastasio di Prato

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