UN GIORNO QUASI PERFETTO @Teatro Magnolfi: un intimo grido d’amore

UN GIORNO QUASI PERFETTO, recente produzione del Metastasio, ha debuttato a Prato al Teatro Magnolfi con Francesco Natoli sul palco. Il testo, fatica drammaturgica di Michelangelo Maria Zanghì insieme ad Antonino Anelli, affronta con rabbia e delicatezza il difficile rapporto di una donna con il proprio corpo di maschio e, di sponda, con la famiglia, rimasta in Sicilia dopo il suo trasferimento nella più tollerante Milano. Prigioniero della sua natura genetica e del suo claustrofobico monolocale, Mario diventa ai nostri occhi Marika, confidando nei suoi compagni tecnologici, gli unici in grado di mantenerla in contatto col mondo.      

UN GIORNO QUASI PERFETTO: l’oasi di libertà di Marika

UN GIORNO QUASI PERFETTO - particolare della scenografia (foto di Giuseppe Contarini)
UN GIORNO QUASI PERFETTO – particolare della scenografia (foto di Giuseppe Contarini)

Un tavolinetto con lume e telefono rosso a rotella, un televisore portatile a tubo catodico in terra, una poltroncina di vimini e, in secondo piano, un portabiti affollato di vestaglie, sottovesti e altri accessori. Tutto questo basta a riempire il monolocale di Mario che, fuggito alla cultura retrograda della sua Sicilia, impressa nell’accento, cerca di realizzare la propria natura femminile per diventare a tutti gli effetti colei che lui sa di essere: Marika. Parrucche, abbigliamento ed atteggiamenti gli consentono di percepirsi finalmente libera mentre danzando sulle note di Renzo Rubino in apertura, sogna di essere guidata da un immaginario cavaliere che resterà sul palco in primo piano, semplice ma elegante manichino per parrucche. Purtroppo però Marika può godere della sua libertà solo tra le quattro mura domestiche e attraverso il filo di comunicazione che il telefono gli garantisce con il mondo esterno, quello che ancora la chiama Mario e non accetta quella dualità che in lei sembra essersi invece già risolta.

telefono e televisore unici contatti col mondo

Le luci calde seguono con efficacia Francesco Natoli in scena, pronte ad esaltarne la fisicità in aperto contrasto con la femminilità vissuta dal protagonista; illuminano il minuscolo angolo soggiorno, luogo dove Marika passa da una telefonata all’altra, da un messaggio in segreteria all’altro, per comunicare col mondo e promuovere il proprio percorso di emancipazione. L’oramai pluriennale dialogo mancato col padre, che le chiacchierate contrastate con la madre o più concilianti con la cugina non possono rimpiazzare, appare l’ultimo scoglio da superare, l’ultimo fardello che impedisce alla crisalide di mettere le ali e di spiccare il volo nel mondo fuori. Fino a quel momento restano solo un telefono rosso e un piccolo televisore con cui Marika cerca di mantenere un dialogo, di conquistare il proprio posto in quel mondo dove resta inconfondibilmente Mario. Se il corpo ancora rimane il suo, attraverso la voce e l’abbigliamento, nella solitudine di un appartamento cittadino, il processo di emancipazione è iniziato. Ma è lungi dal compiersi.

Marika e le mancanze che allontanano dalla perfezione

UN GIORNO QUASI PERFETTO - Particolare della scenografia (foto di Giuseppe Contarini)
UN GIORNO QUASI PERFETTO – Particolare della scenografia
(foto di Giuseppe Contarini)

In una struttura drammaturgica a quadri, spesso distinti per il cambio d’abito in scena o per l’interlocutore telefonico di turno, Francesco Natoli sa personificare con eleganza e con efficacia quel profondo desiderio di accettazione che contrasta fortemente con la determinazione di un percorso oramai irreversibile. La leopardiana natura “di voler matrigna” ha partorito un figlio che la normalità fa sentire sbagliato e che cerca di gridare al mondo che Marika è la sua vera identità, all’interno di un monolocale così come per le strade della Milano da bere o, magari, nella sua Sicilia. Un legame indissolubile quello con la terra di nascita, che i programmi di Tele Sicilia nel cuore la aiutano a coltivare: le consulenze di una sedicente maga, trasmesse dal suo televisorino, tenuto sulle ginocchia e osservato con la stessa premura di una madre per il figlio, le ricordano che, anche quando troverà il coraggio di intervenire chirurgicamente su quel corpo che la tiene in ostaggio, sarà comunque un giorno quasi perfetto: resta infatti profondamente bruciante il dolore per quel padre che non la accetta.

“Sarà perfetto quando non mi preoccuperò più per te”

La rabbia in UN GIORNO QUASI PERFETTO: il motore dell’emancipazione

Purtroppo il destino sembra accanirsi su Marika il cui ultimo grido d’amore verso il genitore resterà inascoltato – almeno dal suo punto di vista secondo un finale che preferiamo non svelare. Quello che possiamo dire è che finalmente la protagonista saprà liberarsi dell’ultimo fardello tagliando il cordone ombelicale, trasformando la delusione e il rammarico in rabbia in un ultimo monologo rivolto ad un padre che crede completamente insensibile al suo appello, ma che si trova paradossalmente a ringraziare. Una rabbia propedeutica alla piena realizzazione del processo di emancipazione che finalmente andrà oltre il travestimento da improbabile Cio-Cio-San indossato per la maggior parte dello spettacolo. Non ci sarà più bisogno di un totem porta parrucche per danzare perché oramai la strada verso “A perfect day” – sulle note di Lou Reed – è intrapresa.   

L’intimità privata e garbata di UN GIORNO QUASI PERFETTO

Francesco Natoli in scena per UN GIORNO QUASI PERFETTO 
(foto di Giuseppe Contarini)
Francesco Natoli in scena per UN GIORNO QUASI PERFETTO
(foto di Giuseppe Contarini)

Se ci venisse chiesto un aggettivo per questa drammaturgia non avremmo esitazioni a definirla perbene. Con toni mai urlati, con la delicatezza dei movimenti di Natoli, dei passaggi tra i quadri, con i cambi d’abito ben in evidenza grazie anche ad un attento uso delle luci, si affronta un tema certamente non nuovo alla drammaturgia moderna e contemporanea ma avendo cura della dimensione privata del protagonista. Non ci sono velleità di denuncia sociale da comizio o da manifestazione pubblica, non ci sono megafoni ma un telefono, simbolo di un viscerale bisogno di mantenere un legame intimo, privato, personale con il proprio presente e con il proprio passato, che comunque non merita di essere cancellato. Marika non vuole fare tabula rasa del suo ieri nel ruolo di Mario ma vuole ricominciare da qui con l’affetto che ancora mantiene per il padre e per la genuinità che comunque resta nello spirito borghese della sua famiglia, espresso nell’arredamento del suo angolo da conversazione.

UN GIORNO QUASI PERFETTO: l’eleganza artigianale della drammaturgia

Con i modi e i toni che ci rammentano l’eleganza di cui la scrittura siciliana è capace – complici l’inconfondibile dialetto e il lessico che dopo Camilleri sono diventati davvero familiari al grande pubblico – ci sembra di essere proiettati in una versione più leziosa ma colorata del salottino di Così è se vi pare, dove si discuteva della verità sulla Signora Ponza. In UN GIORNO QUASI PERFETTO la verità sembra disvelarsi agli occhi del pubblico ma è la realtà ad opporsi alla sua realizzazione. Con la gentilezza e il garbo del testo di Antonino Anelli e Michelangelo Maria Zanghì e del suo interprete Francesco Natoli usciamo consapevoli di aver assistito ad un piccolo gioiello, di quelli che sembrano cuciti all’uncinetto con cura e con premura dalle mani sapienti e laboriose di chi sa ancora apprezzare i valori dell’affettività e della semplicità.

Trailer di UN GIORNO QUASI PERFETTO

Visto al Teatro Magnolfi (Prato) il 21 novembre 2023

UN GIORNO QUASI PERFETTO

uno spettacolo di Michelangelo Maria Zanghì
scritto da Antonino Anelli e Michelangelo Maria Zanghì
con Francesco Natoli
scena e costumi Cleopatra Cortese produzione Teatro Metastasio di Prato

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