SI ILLUMINA LA NOTTE @Teatro Metastasio: la poesia, faro nella tempesta

PRIMA ASSOLUTA per il Teatro Metastasio di Prato dove è andato in scena SI ILLUMINA LA NOTTE, terzo – e ultimo in ordine di tempo – omaggio della regista Livia Gionfrida al drammaturgo Franco Scaldati. In collaborazione con Teatro Metropopolare e il sostegno della Fondazione Armunia, insieme al contributo dell’attore palermitano Melino Imparato, in scena da protagonista e che ha lavorato lungamente con Scaldati prima della sua morte nel 2013, lo spettacolo non è solo un omaggio all’uomo ma soprattutto alla sua eredità e alla poesia: scialuppa di salvataggio nella tempesta, resa ancora più forte dalla straordinaria e atavica potenza del dialetto siciliano.   

SI ILLUMINA LA NOTTE: è spettacolo già prima dell’inizio

Le luci in platea sono ancora accese quando il chiacchiericcio del pubblico in fremente attesa viene sovrastato per tre volte da un’imberbe voce fuori campo che ripete sempre gli stessi versi. “[…] mettiamo che Lucio / senta nella luce / l’unica (prima o ultima) / possibilità di essere”: i versi anelano la luce, il chiarore che possa garantire a Lucio, “l’ultimo uomo, gobbo e mutilato” – protagonista di un’omonima pièce di Scaldati del 1977 – l’esistenza, ben oltre la mera sopravvivenza. Ma nel buio dello spazio scenico, completamente vuoto e scuro, e della notte, in cui il poeta disteso per terra come un barbone sta riposando, l’unica speranza è riposta nella luna sorgente. Non più silenziosa leopardiana testimone incompassionevole di patemi umani ma giunonica figura in carne ed ossa (Rita Abela), che finalmente al dissolvimento del crepuscolo si volta e ci offre la sua smaccata eleganza, sposa bramata in grado di illuminare la notte.

Dalla tempesta naufraghiamo nella poesia

Scena di SI ILLUMINA LA NOTTE - foto Augusto Biagini
Scena di SI ILLUMINA LA NOTTE – foto Augusto Biagini

Nella propria contemporaneità, non facilmente collocabile nel tempo ma eterno tormentato presente per il poeta, quest’ultimo deve avvalersi di un aiuto, un messaggero che possa diffondere il verbo, distribuire quelle parole che rischiano altrimenti di perdersi nella tempesta. Pertanto ad accoglierci, sul proscenio in una sorta di antefatto prodromico alla dimensione altra in cui stiamo per addentrarci, ecco Ariel – ogni riferimento a bardi inglesi e drammaturghi è assolutamente voluto – l’elfo che con le sue piccole alette e la sua tutina bianca ci racconta lo stravolgimento, l’apocalisse che ci porterà a naufragare insieme al poeta suo “padrone” su un’isola tutta da immaginare. Allora ecco che il sipario si apre e facciamo il nostro ingresso in un mondo fantastico, onirico, surreale, fiabesco, a tratti grottesco: ecco il mondo della poesia.   

SI ILLUMINA LA NOTTE e i suoi paradisi sintattici

Come in un componimento in versi le parole riescono a trovare legami e forme inattese, capaci di immaginare un linguaggio che si fa significante potente per svariati mondi di significato, così Livia Gionfrida ha costruito il proprio spettacolo trasformando le parole in carne e prendendosi la libertà di portarci in paradisi sintattici surreali ma profondamente umani. Vediamo pertanto gli attori in scena interagire trasformandosi improvvisamente in animali ubbidienti, cercandosi e respingendosi, o magari farsi campanari intenti a giocare con le corde che scendono dall’alto per attivare sonore ma invisibili campane, fino ad improvvisare una processione dove Ariel disseta gli assetati artisti con gli sputi.

Il mondo della poesia si anima delle sue creature

Nonostante la varietà degli scenari, tutti completamente affidati agli attori in uno spazio che era e resta sempre vuoto, riusciamo ad individuare un filo invisibile capace di costruire un discorso unitario, di legare quei versi così apparentemente lontani. “Ci cuciono col filo con cui si cuciono i sogni”: verso folgorante che è doppio omaggio, al Bardo ma anche allo Scaldati soprannominato il Sarto per il suo lavoro giovanile in sartoria. La dimensione onirica, favorita dall’ambientazione notturna del testo della Gionfrida, entra prepotentemente con i suoi contrasti e le sue contraddizioni laddove i personaggi assumono una totale autonomia. Se i più celebri Sei personaggi erano in cerca di un autore, qui i nostri Quattro – escludendo Ariel e ovviamente il poeta – sono fantasmi in grado di interagire col loro autore, con il suo folletto servente e tra di loro, riuscendo ad alimentare essi stessi la fantasia dalla quale provengono – anche qui una strizzatina d’occhio alla poetica emmadantesca, non ci è parsa casuale. Seppur a tratti irriverenti, alla fine anelano affamati le parole del poeta che immaginarie e immaginate si stampano sul fondale nero dello spazio scenico.

SI ILLUMINA LA NOTTE: un inno alla pace

Scena di SI LLUMINA LA NOTTE - foto Augusto Biagini
Scena di SI LLUMINA LA NOTTE – foto Augusto Biagini

Grazie alla loro guida e a quella di Ariel, con tratti e movenze talvolta arlecchineschi e con la sbadataggine sempre pronta a strappare una risata, il pubblico è condotto, dapprima in punta di piedi e poi più convintamente, a passeggiare sospeso su quel filo sottile come un funambolo ma con addosso dei pesanti stivali di gomma. Gli stessi stivali che il poeta indossa nella tempesta che lo porta a naufragare col suo servo nel mondo immaginario delle sue creature. Gli stessi stivali che Ariel mette alle mani, capovolgendo la prospettiva e la gravità. Lei che deve occuparsi di distribuire quelle parole  – “Ti serve una parola? Non sai che dicere” – deve poter indossare calzature stabili, sicure per muoversi con sicurezza in quel turbinio di vocaboli, metafore, ossimori. “Stupendo è l’uomo ma giglio in tempestosi venti”: e allora tutti dobbiamo indossare i nostri stivali per restare saldi nella notte incantata che si squaderna davanti ai nostri occhi e nelle nostre orecchie, dove la luna, testimone del mondo degli uomini anche di giorno, si rivolge al poeta per implorarlo di trasformare i giorni di guerra, lui che con le sue parole può tutto.

Il dialetto siciliano costruisce le immagini

L’efficacia con cui si esprime il vigore sempre giovanile delle parole che si creano e si ricreano nello spettacolo è strabiliante. Gli attori che le incarnano, le raffigurano, le significano, infatti, si muovono nello spazio invadendolo in ogni suo angolo, debordando sul proscenio e oltre fino alla platea, interagendo col pubblico e giocando con molteplici registri linguistici e recitativi, a volte con passaggi che abbiamo ritenuto fin troppo bruschi. Ma si sa che nel sogno tutto è concesso. Così come ci si può permettere di costruire tutto in dialetto siciliano, atavico e fortemente figurativo – si pensi anche solamente al Macbettu in lingua sarda – capace di esprimere e di significare con la sola potenza del suono che rende quasi superflui i sovratitoli in italiano.

Backstage di SI ILLUMINA LA NOTTE

SI ILLUMINA LA NOTTE: la prestazione attoriale

Il cast di SI ILLUMINA LA NOTTE è davvero di prim’ordine: Melino Imparato è incarnazione del poeta a tratti derelitto, debole, che sembra implorare di non chiedergli la parola, ma capace di giocare e scontrarsi col proprio mondo di fantasmi e di spettri con una recitazione profondamente autentica. Non è stata da meno Manuela Ventura, una Ariel giocosa in grado di restare però sempre in continua tensione, con ottimi tempi di azione e reazione, efficace regista in scena, forse l’unica davvero abile a tenere sotto controllo e ad interagire con i quattro indomiti spiriti, inclusa l’elegante luna. Daniele Savarino, Naike Anna Silipo, Rita Abela e Giuseppe Innocente hanno saputo esprimere senza cedimenti le mille tonalità che le parole possono assumere, spesso cangianti tanto da accompagnarci in universi di caleidoscopica cromaticità con straordinario fervore e prodigiosa maestria.

La poesia si fa linfa vitale

Scena di SI LLUMINA LA NOTTE (foto Augusto Biagini)

Come ogni notte che si rispetti, la luna deve sempre arrendersi all’aurora e i sogni svaniscono, con l’incanto che li accompagna. È tempo di togliersi gli stivali, gli stessi che vediamo cospicuamente crollare dall’alto in chiusura, quelli che ci hanno fatto entrare nel mondo del poeta, in un mondo di sogni ma anche di fragilità dove la voce di quell’ultimo uomo, come Lucio, che del passato ha il vago ricordo de “l’innocenza / il gioco / la luce / il mare le montagne gli alberi / il peccato”. Un passato che non è solo suo ma di un’intera umanità in cui nel rumore assordante del giorno la voce flebile che si leva di notte cerca di resistere, sperando di trovarci pronti a captarla. Mentre il poeta in scena si muove tra le onde delle corde che sono tese e manovrate dal dietro le quinte – efficace  metafora a nostro avviso anche di onde sonore rumorose e prepotenti – noi cerchiamo di porci all’ascolto e di lasciarci dissetare dalle parole che sgorgano come l’acqua dal sacchetto bucato che Ariel usa per dissetare gli spiriti e il poeta stesso.

Una piccola considerazione finale

Come nella prassi didattica, discutibile a nostro avviso, la poesia chiama la sua parafrasi, usciamo dalla platea del Metastasio consapevoli che ancora non è tempo per la parafrasi di questo spettacolo. E’ ancora il tempo di lasciarlo fluire, di lasciarlo lavorare sulle nostre sensazioni che, prepotenti, ci accompagnano verso una notte di sonno, sperando che rendano migliore il giorno.            

Visto al Teatro Metastasio (Prato) il 20 febbraio 2024

Teaser di SI ILLUMINA LA NOTTE

SI ILLUMINA LA NOTTE

da Franco Scaldati
regia, drammaturgia e spazio scenico Livia Gionfrida
con Melino Imparato, Manuela Ventura, Daniele Savarino, Naike Anna Silipo, Rita Abela, Giuseppe Innocente
costumi Daniela Salernitano
disegno luci Alessandro Di Fraia
consulente musicale Simone Faraoni
assistente alla regia Giulia Aiazzi

produzione Teatro Metastasio di Prato
in collaborazione con Teatro Metropopolare
con il sostegno della residenza artistica Fondazione Armunia

PRIMA ASSOLUTA

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