PLUTO @Giallomare Teatro: può essere etica la ricchezza?

La compagnia I Sacchi di Sabbia continua la sua cavalcata tra i capolavori del teatro classico mettendo in scena il PLUTO di Aristofane a Empoli, presso Giallomare Teatro. Precisione filologica, un testo di per sé unico nella produzione del commediografo greco e il fascino di una maniera ormai inconfondibile di far rivivere l’antico sono le componenti di un evento godibile e particolare, insieme conforme alle nostre aspettative e inatteso.   

PLUTO, DA ARISTOFANE AI GIORNI NOSTRI

Una scena di PLUTO (ph. L. Del Pia)

Da sempre commedia problematica, il PLUTO è stato visto da molti come la prova della decadenza di Aristofane, costretto o convinto a virare, dalla sua tipica commedia di attacchi satirici ad personam, verso uno stile ‘di mezzo’, basato su personaggi mitologici e tematiche moralistiche. Nel PLUTO non si discute, infatti, di personaggi poveri o ricchi, ma va in scena la stessa incarnazione del denaro, il dio Pluto (il Quattrino, come viene chiamato nella versione de I Sacchi di Sabbia): una scelta infinitamente simbolica. Cremilo, un ateniese fin troppo buono e onesto, ha un dubbio: perché chi è ingiusto arricchisce e i giusti versano nella povertà? Zeus, malignamente, ha acciecato Pluto, rendendolo incapace di distinguere e valutare. Se si vuole cambiare il mondo, con l’appoggio di Apollo e di Asclepio, si deve guarirlo dalla cecità che rendeva la sua distribuzione delle ricchezze per niente meritocratica e del tutto arbitraria, e quindi renderlo capace, di nuovo, di premiare i buoni e trascurare i corrotti. L’ennesima grande utopia sociale, tipicamente aristofanea, che però non funziona; neppure adesso i conti tornano, e c’è chi si lamenta: il dio Ermes che non trova più lavoro, una vecchia che non riesce più a trovare ragazzi che stiano con lei a pagamento, e molti altri. Tutto cambia perché nulla cambi, in fondo, sembra suggerire il commediografo, che appare a sua volta a disagio nella strutturazione di un nuovo tipo di commedia: le parti del coro vengono ridotte (talvolta nel testo c’è solo la parola Choros, che significa che si sarebbe dovuto creare un intermezzo musicale da parte dei coreuti e non altro) e il finale è troppo brusco (e lo è anche nella messa in scena contemporanea: il pubblico non si accorge che lo spettacolo è terminato, neppure dopo il buio, e capisce soltanto quando Giulia Gallo, al ritorno della luce, dice ‘grazie’, e allora scoppia l’applauso).   

Il movimento del coro in PLUTO (ph. L. Del Pia)

PLUTO, GEOMETRIA DELLA CRUDELTA’

La resa in scena di questo Pluto degli anni Duemila è coraggiosa e lodevole. Il testo è messo in scena nella sua interezza, con la collaborazione di Francesco Morosi, giovane studioso espertissimo di teatro classico, che si è interrogato sulla specificità della ‘lingua per la scena’ dai tempi in cui faceva parte del gruppo di teatro della Scuola Normale, e a cui si deve la traduzione dell’Edipo Re di Robert Carsen, trionfatore a Siracusa. La lingua dunque è perfetta, in equilibrio tra classica ‘dignitas’ e  vivacità comunicativa. Del resto l’impiego dei vari dialetti degli attori amplifica la vis comica e il realismo, funzionando perfettamente da vettore di avvicinamento di un testo che andò in scena per la prima volta nel 388 a.C. e che rivive adesso senza perdere di dignità. L’ukulele di Giulia Gallo detta il ritmo del movimento scenico, una scelta che probabilmente insiste proprio su un’ipotesi di risoluzione del mistero del coro – che facesse il coro non è dato di sapere, danzava? Cantava? O forse, come qui, si abbandonava ad un movimento geometrico e ritmato che certo fa sorridere ma compone una geometria analitica della situazione? E geometria è la parola chiave di un lavoro che sembra veramente deciso ad eliminare soluzioni enfatiche o troppo insistite e crea un universo quasi brechtiano di misura lucida e ironica, un Aristofane più astratto e crudele di quanto il pubblico si sarebbe aspettato.

Si riflette, dopo, su cosa sia commedia, e se semplicemente si tratti di un momento di spettacolo in cui il pubblico ride e si diverte (non mancano, qui, le risate: il racconto della notte brava al tempio di Apollo è un pezzo di alta arte aristofanea) oppure un modo realistico ed amaro di vedere chi siamo, di raccontarci a noi stessi senza menzogne e magari senza troppi artifici. Più ironia che comicità, e l’ironia, lo sapeva bene Alessandro Manzoni, è la maniera di allontanare da sé il proprio progetto artistico senza, del tutto, riuscirci mai. Pluto cammina su un ponte che si getta dalle Lenee del 388 all’oggi: e più sfumato e variegato diventerà nel corso del suo cammino scenico, che sarà certamente di lunga durata e di molteplici successi.

Visto presso Giallomare Teatro di Empoli il 31 gennaio 2024

PLUTO

da Aristofane

di e con Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano

con la collaborazione e la consulenza di Francesco Morosi

coproduzione Compagnia Lombardi – Tiezzi in collaborazione con CapoTrave /Kilowatt e Armunia

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