NACHLASS @Teatro Fabbricone: il doppio senso della morte

Dopo il Godot di Terzopoulos (recensito anche da Gufetto), torna a Prato il teatro internazionale con NACHLASS, lavoro del collettivo tedesco Rimini Protokoll allestito al Teatro Fabbricone e Premio UBU in Italia per il miglior spettacolo straniero 2018. L’installazione – non a caso il sottotitolo è Pièce sans personnes – preparata nello spazio scenico del teatro, completamente chiuso, rappresenta un’immersione nel mondo dei morti, una discesa agli Inferi in cui, come dei moderni Odisseo, ascoltare le voci e toccare i ricordi di otto persone che vogliono condividere il loro nachlass, il loro lascito a noi, ancora nel mondo dei vivi. Un appuntamento che prosegue il lavoro di elaborazione e di costruzione sulla morte e sul suo rapporto con la vita che la Fondazione Teatro Metastasio sta portando avanti con la stagione 23/24 denominata appunto “Vita, morte e miracoli”.   

A cura di Leonardo Favilli e Susanna Pietrosanti

NACHLASS: l’evanescenza del mondo materiale

Niente cappotti, niente cellulari, niente borse. Del resto nessun orpello è consentito all’interno dell’Ade dove siamo destinati ad inoltrarci, come se l’esperienza dovesse restare personale, segreta, incondivisibile col mondo esterno e non documentabile. Nel silenzio che il luogo stesso ci suggerisce, senza che nessuna delle maschere debba chiederlo, attraversiamo il limbo in cui assistiamo alle riprese dello smaltimento di vecchie suppellettili, mobilio che senza il suo proprietario non serve più. In fondo, anche se riusciamo a dare valenza emotiva agli oggetti che lasciamo sulla Terra dopo la dipartita, ognuno di questi è destinato ad un fine vita, ad una ossimorica evanescenza del materiale. A restare è ben altro e l’ingresso nello spazio della platea e poi della performance stanno per dimostrarcelo.

Dietro ogni porta ci aspetta un NACHLASS

NACHLASS, una stanza, foto di Samuel Rubio

Facilis descensus Averno”, ammonisce Virgilio, e nel vestibolo dell’Averno, buio e ovale, ci troviamo. Un Averno fantascientifico che somiglia all’interno di una stazione spaziale, come ce la siamo immaginata davanti agli episodi di Star Trek, o ad una di quelle stanze in cui nei sogni siamo costretti a scegliere quale soglia varcare per determinare il nostro immediato futuro. In questo caso però sappiamo già che qualsiasi porta si aprirà, il destino è comune. Il nostro come quello di tutti i testimoni che in ogni spazio ci affideranno la loro eredità emotiva, documentale, spirituale. Sulla nostra testa un’immagine proiettata del planisfero terrestre ci mantiene aggiornati sul numero e sul ritmo delle morti nel mondo. Come se, ormai nelle profondità ultraterrene, guardassimo il mondo dal basso, già ormai lontano, esenti dall’essere conteggiati da quell’implacabile contatore che incombe. Al di là di otto diverse porte ci aspetta quello che otto diverse persone hanno lasciato indietro avanzando nel loro ultimo viaggio, il loro Nachlass, il loro lascito. Stanze vuote di corpi, abitate soltanto da voci che ci raggiungono disincarnate, e da oggetti: le “cose che pensano/che hanno sentimento”, avrebbe cantato Battisti, e che con la loro corporeità diversa ci sopravvivono su questa sponda del tempo.

NACHLASS trailer

In NACHLASS una riflessione sulla morte

Il primo messaggio di questa performance riguarda il concetto della morte come prescrizione (secondo Vinciane Despret, storica della scienza, ad esempio), fondata proprio sul concetto che i morti vivono nella memoria dei viventi (attivata qui dagli oggetti) e la morte in sé non ha altro ruolo che procedere a grandi passi verso la propria dimenticanza. Solo l’immaterialità del ricordo può sopravvivere e l’uomo può affidare solamente all’uomo questo compito in una staffetta auspicabilmente interminabile fino alla fine dei giorni. Ma il teatro non è una couche laica, gelida, razionale. Pur concretizzato qui secondo la visione dei Rimini Protokoll, disincarnata, tecnica, umbratile, resta pur sempre un regno di suggestioni, di inafferrabilità, di insensatezza. Quando un evento tocca la sfera del teatro, lascia forse un piede nella tecnica, ma slancia l’altro nella magia.

NACHLASS, una stanza, foto di Samuel Rubio
NACHLASS, foto di Samuel Rubio

In NACHLASS si scombinano le regole

Le voci dei defunti si indirizzano a noi per il tramite prezioso degli artisti che hanno costruito gli otto set apparentemente così vuoti, rendendoli stracolmi di senso e sensazioni. Oltre la soglia queste voci smaterializzate e gli oggetti arrivano a sfiorarci. Come Orfeo riesce nel mito a richiamare fuori dall’Ade la sposa defunta – parzialmente, perché, lo capì bene Rilke, gli Inferi, la “grigia miniera delle anime”, l’avevano già contagiata troppo in fondo – così avviene qui. La gelida messinscena che sembra negare la com-passione è talmente perfetta che ci risulta difficile quanto invece la prospettiva dell’artista crei e annulli confini, sposti e cancelli certezze, rimescoli le carte, cambi le regole, proprio come nel mito di Orfeo. Fuori dalla porta ci sono un nome ed un cognome, non c’è spersonalizzazione ma potrebbero tranquillamente esserci scritti i nostri così come noi potremmo essere la nona porta perché, in fondo, siamo sicuramente tutti destinati ad una fine ma non è davvero mai la stessa. Ad ognuno è concesso il privilegio di un proprio nachlass.

Il rapporto tra il pubblico e i defunti di NACHLASS

NACHLASS, una stanza, foto di Samuel Rubio
NACHLASS, foto di Samuel Rubio

Compiamo, è vero, otto volte una nekyua (nella replica cui abbiamo assistito una delle otto stanze non era invero accessibile per un guasto elettrico), come Odisseo che sgozzò pecore nere per attrarre i morti assetati: a noi basta varcare una soglia, accettare la claustrofobica chiusura nel piccolo spazio, un loculo transitorio, e i defunti vengono – molti, come le foglie. Ci permettono di vederli in video, di toccare le loro carte, le loro fotografie. Ci offrono acqua da bere in conici bicchieri di plastica e ci raccomandano di gettare il bicchiere vuoto, uscendo, nella pattumiera. Non balzano fuori dalle tombe come ne I Persiani di Eschilo, non camminano in pena sugli spalti di Elsinor per incitarci alla vendetta: ci aspettano nel loro spazio, come cortesi padroni di casa e fabbricanti di racconti. Ma i loro messaggi aspri e chiari e infiniti ci tracciano solchi nel cuore, ghirigori acuti di un altro tempo, di un altro spazio.

La multidimensionalità temporale di NACHLASS

Il tempo è una dorsale di questa performance: il tempo di chi ha superato questa sponda e il nostro, scandito dagli orologi digitali sulle otto porte, che ne regolano apertura e chiusura. E non è lo stesso tempo, perché la sveglia sul tavolo di Jean Bellengi, uno dei testimoni, fra le decine di foto che sono “come il corpo dei morti”, non suona quando l’altra sveglia della defunta. C’è un altro tempo e un altro spazio. Non coincidono. Adieu, Ciao, ci salutano loro, di là. A cavallo di queste crepe possiamo incontrarci adesso e ci incontreremo ancora. La morte ha un doppio senso: “è e non è più” così è chi supera la soglia, scrive Euripide nell’Alcesti. Niente potrebbe riassumere meglio di questo verso il senso profondo dell’evento costruito dai Rimini Protokoll, il loro profondo Nachlass.  

Visto al Teatro Fabbricone (Prato) il 15 febbraio 2024

NACHLASS

idea Stefan Kaegi / Dominic Huber
video Bruno Deville
drammaturgia Katja Hagedorn
assistenti alla creazione Magali Tosato, Déborah Helle (stagista)
assistenti scenografi Clio Vam Aerde, Marine Brosse (stagista)
ideazione tecnica e costruzione Théâtre Vidy-Lausanne
produzione Théâtre Vidy-Lausanne
coproduzione Rimini Apparat, Schauspielhaus di Zurigo, Bonlieu Scène nationale di Annecy e Bâtie-Festival di Ginevra nel programma INTERREG France-Suisse 2014-2020 Maillon, Teatro di Strasburgo – scène européenne, Stadsschouwburg di Amsterdam, Staatsschauspiel di Dresda, Carolina Performing Arts – Università della Carolina del Nord a Chapel Hill, con il supporto di Fondazione Casinò Barrière di Montreux, Il sindaco di Berlino – Cancelleria del Senato – Affari culturali, con il supporto per la tournée di Pro Helvetia – Consiglio svizzero delle arti

Premio UBU in Italia per il miglior spettacolo straniero 2018
Grand Prix e Prix Politika al Festival Bitef 2018

Spettacolo riallestito in coproduzione col Teatro Metastasio di Prato per il progetto Da Vivi – Il miracolo della finitezza. Spettacolo internazionale in collaborazione con Gruppo Colle.

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