L’ASINO @Teatro Manzoni Calenzano: stavolta Nora è salva

La stagione 2021/2022 del Teatro Manzoni di Calenzano si è chiusa lo scorso 13 maggio con L’ASINO dello scandinavo Jon Jesper Halle. La molteplicità di piani narrativi del testo originale ha preso vita sul palco dell’intimo spazio teatrale grazie ad Anna Paola Vellaccio e Stefano Sabelli diretti da Gianluca Iumiento, responsabile anche dell’idea scenica. Un allestimento efficace che profuma di Mediterraneo per un testo che, come nella migliore tradizione scandinava, rivolge l’attenzione agli aspetti più controversi dell’animo umano espresso in una quotidianità tra il mediocre e il surreale.

A cura di Leonardo Favilli

L’ASINO e la sua protagonista

Non si può essere regine in un mondo pensato dai re”. A partire da questa convinzione non esistono prospettive di emancipazione e di crescita per la figura femminile che resta pertanto incatenata alla propria mediocrità, rassicurante e frustrante nella sua quotidianità, soprattutto se oramai la giovinezza è ampiamente superata. Proprio così si sente Kari (Anna Paola Vellaccio), la protagonista del testo di Halle che è prigioniera del suo spazio fatto di una panchina in un (immaginato) bosco dal quale si intravede solamente l’azzurro del cielo. Nessun rapporto sociale, una routinaria vita fatta di lavoro, da insegnante, una figlia e una casa, che limitano il suo orizzonte verso il quale lo sguardo cerca di rivolgersi senza respiro. Ciò non soffoca il suo desiderio di fuga che, ripetuto nel tempo, diventa refrain capace di evocare quell’interlocutore che può ascoltarla. Racconto quindi sono: la possibilità di narrare la propria storia è condizione per affermare la propria esistenza. Come fosse uno dei personaggi in cerca d’autore di pirandelliana memoria, Kari trova quella Voce che le sue orecchie bramavano nel silenzio della natura pronta a giudicarti, come i fiori di carta che con i loro occhi, dispersi sulla scena, giocano il ruolo di un Grande Fratello neanche troppo invisibile.

Anna Paola Vellaccio e Stefano Sabelli

La Voce: un Virgilio che salva Kari da “Loro”

Quasi come un elfo, scalzo e in smoking col papillon sciolto, reale nella sua imperfezione, giunge dalle spalle del pubblico con la sua composta esuberanza quel Virgilio che Kari stava cercando, capace di prenderla per mano e accompagnarla attraverso la sua storia. In un percorso che appare inizialmente lineare, analitico fin tanto che la Voce (Stefano Sabelli) sprona la donna a parlare, a narrare, a sviscerare. Fino a che non prende forma la complessità che si nasconde dietro l’apparente semplicità della donna. Una vita, la sua, fatta di qualche barlume di serenità in un mare di mediocrità, di normalità e di infelicità che dovevano restare represse per il mantenimento di un equilibrio sociale, doppiamente fondamentale per una maestra. Una società che sarà costantemente identificata con un “Loro” cui Kari si rivolge con invidia e con disprezzo.

L’ASINO: entra in scena l’inconscio

Se nella Nora di Ibsen unica via di fuga dalla prigione domestica era stata il suicidio, la protagonista del testo di Halle riesce a costruirsi un immaginario dialogante che funge a tratti da motivatore traghettandola attraverso il suo dolore, in un confronto sempre più serrato in cui non mancano le occasioni di rivolgersi al pubblico, silenziosa e a volte attonita platea in ascolto, altrettanto immaginaria nella surrealtà psicologica di Kari. Sempre meno coscientemente, infatti, il piano narrativo si sposta: quella panchina alla quale la donna non è più incatenata, pronta per il viaggio che la Voce le promette, sembra perdere i suoi contorni, sfumati in una trasposizione onirica che grazie all’abilità attoriale e agli efficaci effetti luminosi e contributi video sullo sfondo si realizza completamente. Quei disegni apparentemente infantili nei tratti ma di mano sapientemente adulta sono una finestra sull’inconscio che non sempre risulta intelligibile ma che mai disturba lo spettatore, inevitabilmente trasportato dalla vorticosità delle linee, destinate a prendere vita sul palco (e a dire il vero presenti fisicamente fin dall’inizio nelle galosce degli artisti).

Stefano Sabelli ed Anna Paola Vellaccio

Climax nel finale de L’ASINO: la metamorfosi di Kari

Il rapporto tra i due coprotagonisti inizia quindi a saltare tra più piani narrativi che si confondono, si intrecciano e si compenetrano quando la Voce diventa quel compagno che ha abbandonato la donna dopo averle dato una figlia, uno dei tanti re che hanno cucito il mondo addosso a se stessi senza preoccuparsi della taglia di tutte le donne, e per corollario, nemmeno della sua. Ma è necessario che il focus dell’attenzione in questa storia torni su Kari, che anche se era solamente un asino grigiastro insignificante, disposto ad abbassare la testa, era capace di portare quel peso e di condurre il suo cavaliere verso il castello, come evocato da una novella (presumibilmente) scandinava. Ma le cose cambiano se quell’asino mansueto si trasforma in lupo, convertendo la sua frustrazione in rabbia cieca ed incontrollabile, capace di tutto l’inconsulto. E anche di più. Anche questo non manca sulla scena, in un’aura sanguinaria che si contrappone al chiarore uniformemente candido della luce. Un climax del testo che non sveliamo e che riteniamo sviluppo efficace e credibile della storia. Proprio grazie a questo finale Kari trova quel respiro che mancava in apertura e che magari, col senno di poi, avrebbe potuto salvare anche la Nora di Ibsen.

L’ASINO: testo scandinavo nel solco della tradizione classica

In un allestimento che a tratti riteniamo forse troppo mediterraneo scandito da intermezzi musicali comunque piacevoli e spesso efficaci, eseguiti abilmente da voce e chitarra live di Arianna Sannino, l’intero spettacolo è sapientemente costruito, amplificando la perizia scritturale del suo autore che nell’arte dei tre artisti in scena trova piena realizzazione. Il cromatismo ben dosato in scena si contrappone intelligentemente al grigiore evocato dall’asino, incatenato a quella panchina nei panni di una maestra di mezz’età che all’inizio appare incomprensibile quanto il raglio del suo metaforico equivalente bestiale. La metamorfosi lungo l’intero testo, che sembra strizzare l’occhio addirittura ai classici antichi, dove l’asino è stato più volte protagonista, tra favola e leggenda, costituisce il nucleo di un testo di formazione che esalta i pregi della letteratura nordica e che complessivamente ben si adatta ad un abito non prevedibile come quello scelto dal regista. Ne risulta un completo classico, elegante ma con qualche sana imperfezione: come uno smoking ma con il papillon sciolto.

Visto il 13 maggio 2022

L’ASINO

di Jon Jesper Halle
con Anna Paola Vellaccio e Stefano Sabelli
musiche dal vivo di Arianna Sannino
regia e idea scenica Gianluca Iumiento
Produzione Teatro del Loto – Teatri Molisani – Florian Metateatro

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