IL SOGNO DI UNA COSA @Il Lavoratorio. Pasolini ferocemente, disperatamente vivo

Un ritratto umano e inedito di Pier Paolo Pasolini a cura di Mila Vanzini, con Mele Ferrarini in scena nei panni del grande intellettuale, IL SOGNO DI UNA COSA torna a Il Lavoratorio di Firenze – spazio di residenza artistica che ne ha ospitato una prima versione nel 2022. In un panorama già congestionato di titoli su Pasolini, complice il recente centenario (IL MALE DEI RICCI di e con Fabrizio Gifuni recensito al Teatro della Pergola, l’omonimo IL SOGNO DI UNA COSA di e con Elio Germano recensito al Campania Teatro Festival) lo spettacolo di Vanzini, finalista al Premio di drammaturgia Inventaria, ritrae lo scrittore e regista, libero dalla retorica della provocazione, nella sua fragilità di uomo, una “frastagliata materia” con pennellate della sua biografia.

IL SOGNO DI UNA COSA: Ferrarini è Pasolini

Mele Ferrarini in IL SOGNO DI UNA COSA foto di Daniele Vita
Mele Ferrarini in IL SOGNO DI UNA COSA (foto di Daniele Vita)

Mele Ferrarini, senza essere una imitazione o una scimmiottatura, riesce con pochissimi gesti evocativi e la forza dello sguardo rivolto al pubblico, ad impersonare Pier Paolo Pasolini privo di forzature, fin dalla prima luce accesa, uno spot bianco come se fosse un ciak in campo. Al centro della scena spoglia nella piccola sala de Il Lavoratorio, mani conserte a tenere una borsa da lavoro, giacca e cravatta, Pasolini si presenta attraverso i paragrafi di Gennariello, trattatello pedagogico incompiuto scritto per Il Mondo, definendosi con ciò che la gente diceva (o ancora dice) di lui: uno scrittore-regista, molto «discusso e discutibile», un comunista «poco ortodosso e che guadagna dei soldi col cinema», un «poco di buono, un po’ come D’Annunzio». Un intellettuale scomodo che ha saputo fare dell’ironia una potentissima arma capace di colpire e affondare le ipocrisie di una società che non riesce a fare altro che condannarlo con commovente concordanza. Resta immobile al centro, con una fissità fisica ed emotiva, una fermezza e stabilità, che ci richiama la straordinaria capacità di autodefinirsi e distinguersi con le proprie posizioni e idee, la forza della critica totale parimenti contro tutti: «una signora fascista e un extraparlamentare, un intellettuale di sinistra e un marchettaro». Pasolini è in un continuo dialogo con il proprio Paese, come in Alla mia Nazione, patriota nel suo significato più alto, incapace di scegliere il compromesso, può solo contorcersi nell’anima e nel corpo sulle note storpiate dell’inno nazionale. L’Italia sarà sempre debitrice a Pasolini e alla sua lucidità, ancora oggi sorprendente.

Pier Paolo Pasolini: un uomo che ama la vita

IL SOGNO DI UNA COSA
IL SOGNO DI UNA COSA (foto di Daniele Vita)

Nella scelta dei testi, infiniti nello zibaldone di romanzi, interviste, lettere, articoli, televisione, giornali, cinema, Mila Vanzini predilige alcuni commoventi ricordi di famiglia, indagando l’uomo-Pasolini, oltre che il politico intellettuale: il braccio della madre, l’odore della sua povera pelliccia in cui affondare il naso, la malattia del padre, le montagne di Cararsa, l’amato Friuli, il dialetto in cui scrive le prime poesie. Fino alla guerra che descrive dal punto di vista della provincia, con il sibilo degli aerei che lanciano bombe sulle case, la paura, la fuga e il dolore. Toccanti sono le parole che Pier Paolo scrive nel 1945 a Luciano Serra sulla morte del fratello Guido, partigiano: un dolore mai esaurito, che Ferrarini riesce a trasmetterci autenticamente, seduto in punta su una sedia sul lato della scena, quasi pronto ad andarsene, quasi pronto a cadere per terra. Perché è qui che vacilla l’uomo, nella propria fragilità, mostrata con pudore e tenerezza. Ed è qui che la messa in scena della Vanzini ci cattura e ci trascina nell’amore feroce per la vita che professa Pasolini, in quella disperata vitalità dolorosa e gentile.

IL SOGNO DI UNA COSA: la rivoluzione umana e politica

IL SOGNO DI UNA COSA
IL SOGNO DI UNA COSA foto di Daniele Vita

IL SOGNO DI UNA COSA mescola, come il protagonista ha fatto nella sua poetica espressa con forme diverse (letteratura, teatro, cinema), tesi politiche ed episodi privati, a volte intimi. La stessa vita di Pasolini è stata (anche talvolta involontariamente) un manifesto di anticonformismo, che autodefinisce ‘ambiguità’ nelle lettere all’amica e confidente Silvana Mauri – ormai su di me c’è il segno di Rimbaud, di Campana o di Wilde, ch’io lo voglia o no, che gli altri lo accettino o no – ma che oggi sarebbe chiamata più modernamente ‘una vita queer’ – meraviglioso concetto sdoganato da Michela Murgia, entrambi intellettuali scomodi e osteggiati per la libertà delle proprie idee. Fu Roma, la grande città, le sue borgate, la periferia oltre la quale si spingeva Pasolini, ad essere teatro di ispirazione per il romanzo-scandalo Ragazzi di Vita, che Ferrarini rende vivacemente con un monologo a tre personaggi (l’editore Livio Garzanti, lo scrittore Pasolini e il protagonista letterario Riccetto), alternando la prosa romanesca alla formalità delle lettere per la pubblicazione del libro. La romanità di quella classe sociale degli ultimi è rappresentata da Ninetto Davoli, attore e amico di Pier Paolo a cui dedica parole profonde e delicate, che si uniscono alle frasi sgrammaticate di Ninè. Il popolo è ritratto nelle sue più profonde e laceranti contraddizioni, nella sua pochezza e brutalità, nella sua infinità autenticità come negli estratti da Comizi d’amore documentario del ’65, dove con un intelligente espediente la regia ci mette in bocca le parole della gente di strada sulla sessualità, sull’amore e il buon costume. Stridente la contrapposizione con i passi scelti da Petrolio, ultimo conturbante e violento romanzo pasoliniano, carico dell’ambiguità sessuale rivoluzionaria che l’autore cede al personaggio protagonista Carlo.

Mila Vanzini avvolge la figura di Pier Paolo Pasolini in un compendio multiforme denso, umano, commovente, intimo, politico. IL SOGNO DI UNA COSA in meno di un’ora, dipinge una delle più complesse e sfaccettate personalità del panorama letterario con inaspettata leggerezza, grazie ad una selezione di testi (mai esaustiva) adattati alla scena da Mele Ferrarini ognuno con un sapore e un ritmo diverso, fino a sciogliersi in un finale grido di dolore di un uomo solo e dannato, che canta con voce ruvida e sgraziata le parole di Modugno, come gocce di acqua sul suo corpo morto e inerte.

estratto da “Cosa sono le nuvole”, episodio regia di P.P. Pasolini, nel film “Capriccio all’italiana”, 1968

“Amo ferocemente, disperatamente la vita. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro.” Pier Paolo Pasolini

Visti il 18 febbraio 2024 a Il Lavoratorio, Firenze

IL SOGNO DI UNA COSA Pasolini frastagliata materia

testi Pier Paolo Pasolini
ideazione e regia Mila Vanzini
con Mele Ferrarini
costumi Palma Panzarella
suono Stefano Dellaporta
produzione Artisti a Progetto
con il sostegno di Il Lavoratorio, Progetti Carpe Diem, TeatroE, Spazio Oscena, Therasia il garage delle arti, Arci Cassandra

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