IL GRANDE VUOTO, LE CASE DEL MALCONTENTO @Materia Prima Festival: rappresentare il dolore e il male

Al Teatro Cantiere Florida prosegue l’ultima edizione di Materia Prima Festival 24 con due produzioni che hanno fatto il tutto esaurito in sala, complice la presenza sul palco di bravi e noti artisti fiorentini: poetica e toccante la protagonista di IL GRANDE VUOTO di Fabiana Iacozzilli, Giusi Merli, capace di inondare la platea col dolore per la perdita di se stessa; AttoDue e Murmuris insieme per LE CASE DEL MALCONTENTO, adattamento del romanzo di Sasha Naspini, con in scena la stessa Laura Croce, direttrice del festival, insieme a Luisa Bosi, Sandra Garuglieri, Francesco Mancini e Roberto Gioffrè, per un dipinto a tinte scure del male umano. Continuano i report di Gufetto-Firenze dal festival, leggi anche: ADA, ZIMMERFREI @Materia Prima Festival: esperienze oltre il teatro FRANKENSTEIN, SID @Materia Prima Festival: corpi deformi, vivi, morti, creativi.

IL GRANDE VUOTO: tra dolorosa realtà e poesia

Visione a cura di Alice Capozza

IL GRANDE VUOTO, foto Laila Pozzo
IL GRANDE VUOTO, foto Laila Pozzo

Fabiana Iacozzilli conclude la sua TRILOGIA DEL VENTO con IL GRANDE VUOTO, che fa seguito a LA CLASSE e UNA COSA ENORME (entrambi recensiti su Gufetto), dopo la presentazione al Roma Europa Festival, il pubblico fiorentino lo accoglie calorosamente al Teatro Cantiere Florida per il Materia Prima Festival 24. Fabiana Iacozzilli indaga ancora una volta il tema del dolore e il bisogno tutto umano di volerlo trasformare in bellezza, poesia, arte per poter sopravvivere ad esso: tema scomodo che fa agitare il pubblico sulle sedie. Nessuno è mai pronto a guardare la paura della morte in faccia con tanto realismo. Quattro quadri scenici si compongono ad opera degli stessi attori a vista sul palco del Florida: una macchina, una sala da pranzo, un video a circuito chiuso, un teatro. Nessuno di questi è un luogo accogliente, sono tutte stanze dell’anima ferita dalla sofferenza delle perdite: la morte del marito, il lento cancellarsi della memoria dell’anziana attrice, l’assenza di sé dalla propria vita, la reazione della famiglia alla malattia. Il dolore è incolmabile, lacerante, un GRANDE VUOTO: lo immaginiamo nel fumo che fa sparire il marito; lo sentiamo fino alle viscere nell’urlo strozzato dell’infantile figlio Piero; lo comprendiamo nella reazione di rabbia e dolore della figlia Francesca, che non riesce a rassegnarsi all’inesorabile spegnersi della madre; sale come le lacrime agli occhi in quello stretto abbraccio familiare, legame contenitivo che ci permette di andare avanti nonostante la voragine del buio.

IL GRANDE VUOTO: le miserie della vita

IL GRANDE VUOTO, foto Laila Pozzo
Giusi Merli e Ermanno De Biagi in IL GRANDE VUOTO, foto Laila Pozzo

Fabiana Iacozzilli prova a raccontare il dramma dell’Alzheimer che sopraggiunge insidioso e perfido tra le pieghe della memoria di una ex attrice, Giusi Merli, nella sua casa, a tavola, nella sua mente, nei ricordi di una vita passata. Esce dal tenero ricordo di un giorno col marito, Ermanno De Biagi, un dialogo semplice, fatto di quotidianità e amore. Ma dall’auto in scena avvolta nella nebbia, le risate si spengono, il padre sparisce, e i figli Francesca e Piero (Francesca Farcomeni e Piero Lanzellotti) letteralmente tirano fuori la madre dall’abitacolo in una costruzione scenica a vista che riproduce la sala da pranzo dal passato al presente. “Portami la mia matrioska, quella dorata. È bella, vero?”: la routine familiare diventa ripetizione, ossessione, lento smarrimento. L’aneddoto della matrioska, simbolo di un passato glorioso e dei desideri l’uno dentro l’altro, è replicato più e più volte, nella progressiva perdita di tutti gli elementi che compongono una vita: i ricordi, gli oggetti, i simboli, la memoria di sé e del prossimo vicino. Impossibile e doloroso accettare questa trasformazione per i figli, ciascuno con le proprie caratteristiche: Piero gioca, continua a farlo anche nella tragedia, non sa e non può crescere; Francesca, cerca di negare con la forza l’inesorabile perdita, batte i pugni contro la morte, ma sa di uscire sconfitta “non posso accettare questa cosa che si può morire all’improvviso”. La sorridente badante Mona Abokhatwa è l’unica capace di un distacco accudente, la sua apparizione dalla cucina ci racconta lo scorrere del tempo e il peggiorare della malattia: lo sguardo di Giusi si fa più smarrito, l’incedere lento nello spazio sembra perdere significato, come i capelli arruffati, le vesti slacciate, le parole confuse e gli oggetti sparpagliati. Nel silenzio rotto solo da un carillon giocattolo restiamo davanti allo schermo di una vita che fu e che si sfalda per sempre. E la figlia Francesca (ovvero Fabiana Iacozzilli) si chiede se sia possibile trasformare tutto questo dolore in bellezza.

IL GRANDE VUOTO: è possibile la poesia?

IL GRANDE VUOTO, foto Laila Pozzo
la tavola de IL GRANDE VUOTO, foto di Laila Pozzo

La messa in scena è così potente e poetica che la narrazione delle miserie della vita diventa universale. La Iacozzilli riesce a stare in bilico tra l’iperrealismo che ricorda Milo Rau di GRIEF & BEAUTY e la poetica danza rituale di Emma Dante de IL TANGO DELLE CAPINERE. La realtà è tagliente nelle telecamere che riprendono la donna nei suoi gesti quotidiani controllata e monitorata sullo schermo come un animale in gabbia nella sua stessa casa, ma ormai in un altrove insondabile fatto di silenzio e di assenza. La poesia sta nel tentativo di elevare le ferite con l’arte quando il salotto di casa è trasformato in quinte teatrali per inscenare il successo di quel Re Lear al femminile, cavallo di battaglia della attrice che fu, con una tovaglia sulle spalle, la corona sui suoi bianchi crini, mentre piovono dal cielo luccicanti coriandoli nella bufera invocata da ShakespeareVieni vento!” ad agitare il fondale dorato, che fin dall’inizio ci racconta la regalità di una vita. La poesia ci avvolge nella tenerezza del ricordo del marito, dolce come quei pasticcini che comprava, quando la coppia trovava il proprio senso nello scambio d’amore, fatto di cose piccole ma piene: la spesa che cade, le risate insieme, la musica nell’auto, la banda che suona. La realtà ferisce gli occhi nella montagna disordinata di oggetti che invadono il palco, tirati fuori dai cassetti, dai mobili, senza ordine come i pensieri confusi della donna, arruffati in un caos esterno ed interno che non trova pace. La crudezza spacca il cuore nella lunga tavola apparecchiata che ospita il pranzo domenicale della famiglia, dove ciascuno resta distante a parlare di niente o in silenzio: una tavola, quella, che conosciamo tutti. E noi, siamo capaci di trovare la poesia nelle nostre miserie quotidiane?

IL GRANDE VUOTO trailer

LE CASE DEL MALCONTENTO: dalla carta alla scena

Visione a cura di Francesca Valente e Alessandra Panzini

LE CASE DEL MALCONTENTO locandina
LE CASE DEL MALCONTENTO dal romanzo di Sasha Naspini

Dopo le anteprime nel suggestivo ex Convento di Sant’Orsola (seguite da Gufetto), AttoDue e Murmuris debuttano in teatro al Materia Prima Festival 24 con LE CASE DEL MALCONTENTO, per la regia di Simona Arrighi, affrontando la sfida di tradurre in linguaggio teatrale il romanzo di Sacha Naspini, intervistato da Il Recensore. E’ una trasformazione al limite del possibile quella di un romanzo dal passo narrativo corale e poderoso, popolato da innumerevoli personaggi le cui storie sono intrecciate tra loro e radicate nel borgo maremmano de Le Case, che non è solo cornice ma elemento protagonista e portante. Lo fanno selezionando alcune delle tante voci sferzanti e spietate dei personaggi di Naspini, in dialogo con il coro del paese: gli sguardi, i giudizi, le maldicenze di chi osserva e condanna, nel progressivo avvicinarsi del disastro finale, l’implosione, l’inevitabile distruzione metafisica del male per se stesso. Il passaggio dalla carta alla scena, come in altre trasposizioni (che abbiamo analizzato in un recente articolo di approfondimento di Gufetto), cambia e aggiunge qualcosa al libro: rende la forza trascinante delle parole, in gesti, atmosfere, luci e scene fatte di presenza e scambio per un potente e coinvolgente spettacolo. Il percorso è iniziato lo scorso anno con un primo studio e una seconda lettura scenica della cornice di Sant’Orsola, ora cambia naturalmente forma per entrare in teatro. Se la lettura itinerante prevedeva una serie di ritratti, costruiti su monologhi in cui i personaggi sembravano irrimediabilmente soli ed inchiodati alla propria storia, e il pubblico, spostandosi di luogo in luogo, assisteva ai loro drammi personali, lo spettacolo in teatro perde inevitabilmente questa affascinante dimensione dinamica. Nella trasposizione scenica LE CASE DEL MALCONTENTO diventa un cerchio che si chiude su stesso, dove l’inizio è la fine, il romanzo è il teatro, e il tutto si fonde l’uno nell’altro come gli abitanti nel borgo maremmano.

LE CASE DEL MALCONTENTO: chi si muove nell’oscurità della nebbia?

LE CASE DEL MALCONTENTO, foto di Leonardo Bocci
LE CASE DEL MALCONTENTO, foto di Leonardo Bocci (da FB di Murmuris)

Il palcoscenico è immerso in un’atmosfera tetra, qualche lampione a dare un po’ di conforto ad uno scenario nebbioso che avvolge l’aria di mistero, sospensione e attesa, introducendoci alla voce spietata e sofferente de Le Case e dei suoi abitanti. Cinque di loro, vestiti di nero, come a lutto sottolineando la fusione viscerale con il borgo, simili ad ombre entrano nel cuore oscuro, accompagnati da un paesaggio sonoro, voce appositamente creata dalla musicista francese Isabel Surel. Il movimento che nel primo studio apparteneva al pubblico resta nella cornice: il coro dei personaggi interrompe la tensione drammatica dei monologhi, con una funzione simile a quella degli stasimi della tragedia greca, che commentavano le azioni dei personaggi riportandole a una dimensione universale. I movimenti dei coreuti de LECASE DEL MALCONTENTO, a volte solo accennati a volte frenetici e incalzanti come quelli di una taranta, sembrano guidati dai fili invisibili di un burattinaio folle e bramoso di piegare la volontà dei suoi giullari alla sua fame di vendetta per il male che ha avvelenato la sua terra. “È Le Case a mangiare i suoi abitanti o sono loro a sbranarlo a poco a poco?”

LE CASE DEL MALCONTENTO: il buco nero della provincia

Laura Croce in LE CASE DEL MALCONTENTO, foto di Rebecca Lena
Laura Croce in LE CASE DEL MALCONTENTO, foto di Rebecca Lena (da FB di Murmuris)

Tutto quello che la città prova, risuona amplificato nel sangue dei suoi abitanti e viceversa, in una danza surreale. In quest’atmosfera notturna, i cinque attori sono tutta la città quando ballano, spettegolano o restano indifferenti all’umiliazione di una compaesana e diventano Mimmo, Giovanna, Adele, Emilio e Piera, semplicemente indossando un abito, una cuffia, un paio di stivali. Interessante in particolare l’uso di una lente di ingrandimento a sottolineare l’enormità della Giovannona ma anche il suo personalissimo, mostruoso e distorto sguardo sul mondo. Coro e personaggi esprimono i temi cardine del romanzo: la solitudine esistenziale, il dolore nella sua forma più tragica, il male che l’uomo compie e a sua volta subisce. Non c’è possibilità di perdono, non c’è salvezza. Nemmeno la nana Piera, deus ex machina dello spettacolo, spettatrice e narratrice delle vicende dei personaggi, è esente dalla spietata crudeltà che permea Le Case, un paese che “ti mette al mondo e poi ti stermina”, come dice lei stessa. E gli altri personaggi, la vedova Isastia, Domenico Fioravanti, la Giovannona, il dottore Emilio Salghini, sono al contempo vittime e carnefici di un ingranaggio pieno di dolore e male, che è l’essenza stessa della vita. Da LE CASE DEL MALCONTENTO emerge la provincia (fatta di solitudine e disagio come ci racconta anche Oscar De Summa in Stasera sono in vena) che sembra esercitare una forza di attrazione così potente da trascinare nel suo buco nero tutti coloro che non sono abbastanza forti da sfuggirle.

Visti il 16 marzo 2024 (IL GRANDE VUOTO) e il 26 marzo 2024 (LE CASE DEL MALCONTENTO) al Teatro Cantiere Florida, Firenze

IL GRANDE VUOTO

uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli
drammaturgia Linda Dalisi
performer Ermanno De Biagi, Francesca Farcomeni, Piero Lanzellotti, Giusi Merli e con Mona Abokhatwa per la prima volta in scena
progettazione e realizzazione scene Paola Villani
luci Raffaella Vitiello
musiche originali Tommy Grieco
suono Hubert Westkemper
costumi Anna Coluccia
video Lorenzo Letizia
aiuto regia Francesco Meloni
scenotecnica Mauro Rea, Paolo Iammarone e Vincenzo Fiorillo
fonico Jacopo Ruben Dell’Abate
direzione tecnica Francesca Zerilli
assistenti Virginia Cimmino, Francesco Savino, Veronica Bassani, Enrico Vita
collaborazione artistica Marta Meneghetti, Cesare Santiago Del Beato
produzione Cranpi, La Fabbrica dell’Attore, La Corte Ospitale, Romaeuropa Festival con il contributo di MiC – Ministero della Cultura e con il sostegno di Accademia Perduta / Romagna Teatri, Carrozzerie n.o.t, Fivizzano 27, Residenza della Bassa Sabina, Teatro Biblioteca Quarticciolo

LE CASE DEL MALCONTENTO

una produzione Atto Due/Murmuris
dal romanzo di Sacha Naspini
drammaturgia Simona Arrighi e Luisa Bosi
regia Simona Arrighi
con Luisa Bosi, Laura Croce, Sandra Garuglieri, Francesco Mancini e Roberto Gioffrè
creazione sonora Isabelle Surel
disegno luci Roberto Cafaggini
cura dei movimenti Giulio Santolini
costumi Francesca Leoni
assistente alla regia Angelo Castaldo

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