I FANTASMI DELLA NOSTRA STORIA @Teatro della Pergola: Gifuni dà corpo a Pasolini e Moro

In scena al Teatro della Pergola Fabrizio Gifuni, con un dittico, composto da IL MALE DEI RICCI, dedicato a Pier Paolo Pasolini, e CON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO, in cui l’attore interpreta Aldo Moro – quest’ultimo già recensito da Gufetto a Roma e Bologna. La redazione fiorentina ha visto entrambi gli spettacoli e li mette in dialogo tra loro.

Recensione a cura di Martina Corsi, Sofia D’Andrea e Francesca Valente 

I FANTASMI DELLA NOSTRA STORIA: Gifuni dà voce e corpo a Pasolini e Moro

I fantasmi della nostra storia
Fabrizio Gifuni in CON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO – foto di Musacchio, Ianniello Pasqualini

I FANTASMI DELLA NOSTRA STORIA compone sulla scena una sorta di dittico che ha al centro due dei protagonisti della storia italiana contemporanea e dà voce e corpo ai loro scritti: una silloge delle opere di Pasolini, i passaggi più significativi delle Lettere e del Memoriale di Moro. Gifuni sale sul palco a luci accese prima dell’inizio dello spettacolo IL MALE DEI RICCI e riannoda “una lacerante antibiografia della nazione”, come la definisce lui stesso: Moro e Pasolini  sono fantasmi e, se “il teatro è la vera casa dei fantasmi”, esso ha il compito di dar voce a queste figure, che hanno tentato disperatamente di farsi sentire senza riuscirci. Nelle note di regia si legge: “i corpi di Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro occupano da quasi mezzo secolo la scena della nostra Storia di ombre. Corpi a cui non è stata data ancora degna sepoltura. Corpi su cui inciampa, storcendosi le caviglie, un’intera nazione”.

Cosa lega queste figure che apparentemente appartengono a mondi tanto lontani?

Sicuramente li accomuna il contesto storico in cui vissero, ma anche la tragica conclusione delle loro vite. Li avvicina anche tuttavia una serie di analogie, che sembrano risuonare all’interno di vite tanto diverse: la disperata percezione di essere in pericolo, il sentimento di isolamento, la consapevolezza amara di non farsi capire più, ma anche la fascinazione per la figura di Cristo e soprattutto la tragica sottomissione a processi insensati. Le vicende e le parole di questi uomini ci interrogano sul senso profondo della memoria: fare i conti con la nostra storia, attraversarla e confrontarsi con il rimpianto, con la colpa.

IL MALE DEI RICCI: una discesa agli Inferi

I FANTASMI DELLA NOSTRA STORIA
Fabrizio Gifuni in IL MALE DEI RICCI – foto di Esther Favilla

Gifuni diviene improvvisamente Pasolini, come se il fantasma dell’intellettuale prendesse corpo nei gesti dell’attore e la recitazione desse voce alla vis polemica della Lettera a Italo Calvino (Corriere della Sera, 8 luglio 1974), i cui temi sono proprio il rimpianto e il rapporto con il passato: “È questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa, che io rimpiango (…). Gli uomini di questo universo non vivevano un’età dell’oro, come non erano coinvolti, se non formalmente con l’Italietta. Essi vivevano quella che Chilanti ha chiamato l’età del pane. Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita”. 

A distanza di cinquant’anni, in un’Italietta che continua a restare “piccolo-borghese, fascista, democristiana”, nel profondo e in superficie, appare chiara l’invettiva contro una modernità in cui il poeta si trova a vivere, lui forza del passato: come uno che scenda all’inferno, ma quando torna –se torna– ha visto altre cose, più cose: 

Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che viene con maschere e con bandiere diverse. E’ vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato «la vita violenta». Non vi illudete.”

IL MALE DEI RICCI: siamo tutti in pericolo

I FANTASMI DELLA NOSTRA STORIA
Fabrizio Gifuni dà corpo a IL MALE DEI RICCI – foto di Filippo Manzini

E la vita violenta irrompe sul palcoscenico, con un improvviso passaggio dalla riflessione alla rappresentazione: le luci si spengono, l’essenziale scenografia – delle sedie, un leggio, sullo sfondo uno schermo che si colora, scandendo i passaggi da un testo a un altro – diviene  la Roma del mondo sottoproletario e sulla sua vitalità. Gifuni diviene interprete del vernacolo romanesco di Riccetto, del napoletano del giocatore di carte, dei movimenti scomposti dei personaggi di Ragazzi di vita: all’irruenza dei personaggi si contrappone il tono pacato della voce narrante che diviene invettiva nei passi tratti dai saggi e dalle raccolte poetiche. 

Lo spettacolo, infatti, nato come rivisitazione di ’Na specie de cadavere lunghissimo – andato in scena a partire dal 2004 con la regia di Giuseppe Bertolucci – monta abilmente lacerti tratti da Ragazzi di vita, Poesia in forma di rosa, Lettere luterane, Scritti corsari, Seconda forma de La meglio gioventù. Il titolo è tratto, come dice Gifuni stesso in un’intervista, da alcuni versi di una poesia di Pasolini: “Posso soltanto dire che dal male dei ricci, che io non ho mai avuto, al mondo non si può guarire”. E il titolo evoca anche il nome del protagonista di Ragazzi di vita, Riccetto, al centro dello spettacolo, in tre lunghi brani: Riccetto incantato da una truffa che non riesce a capire, derubato da una prostituita ad Ostia in una giornata al mare, Riccetto, infine, che contempla annegare l’amico Genesio senza poter far nulla, mentre l’acqua sale, lo trascina, lo sommerge.

Lo spettacolo si chiude con un’immagine di guerra, distruzione e progresso che rende ancora più violento il senso di irreparabile perdita: “in quel gran silenzio si sentiva solo qualche carro armato, sperduto dietro i campi sportivi di Ponte Mammolo, che arava col suo rombo l’orizzonte”. L’evocazione della morte diviene il filo rosso dello spettacolo, la consapevolezza di un pericolo: “sono come un gatto bruciato vivo, / pestato dal copertone di un autotreno, / impiccato da ragazzi a un fico, / ma ancora almeno con sei /delle sue sette vite, / come un serpe ridotto a poltiglia di sangue / un’anguilla mezza mangiata […] / La morte non è / nel non poter comunicare / ma nel non poter più essere compresi”.

I FANTASMI DELLA NOSTRA STORIA – Trailer

CON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO: la prigionia di Moro attraverso i suoi scritti

Una scrivania con una sedia e un microfono: è tutto quello che serve a Fabrizio Gifuni per portare in scena una delle più gravi e contraddittorie vicende italiane, il caso Moro. Lo fa attraverso un monologo straziante in cui riporta in luce estrapolati delle lettere e del Memoriale scritti dal presidente della Democrazia Cristiana durante i suoi 55 giorni di prigionia presso il covo delle Brigate Rosse dalla fine del marzo 1978. Gifuni fa un balzo al centro del palcoscenico e si trova ad essere Aldo Moro che racconta la sua angoscia e fa l’unica cosa che poteva in quel momento: scrive, una produzione incredibile di lettere a familiari ed amici, lettere che, come ci spiega l’attore, in parte sono state divulgate in quei giorni, mentre alcune sono state pubblicate in un secondo momento. All’inizio della prigionia Moro sembra nutrire qualche speranza di poter essere liberato, del resto non è la prima volta che avveniva uno scambio di prigionieri. Scrive intanto alla moglie, a Cossiga, allora Ministro dell’Interno, a Zaccagnini, segretario della DC. Col susseguirsi delle settimane la possibilità di scendere a patti coi brigasti sembra un miraggio, ora invia lettere in cui chiede a tutti di essere salvato, di intercedere per lui, scriverà anche a Paolo VI; il ritmo si fa più frenetico perché alla fine di aprile gli è chiaro che non sarà liberato, allora i suoi scritti si fanno spiegati: accusa i suoi compagni di partito di averlo abbandonato, il Memoriale diventerà uno sparare a zero sul partito e la politica italiana, parlerà di Piazza Fontana, i soldi ai partiti, la stampa italiana, il rapporto con la Nato e Andreotti. E’ consapevole che purtroppo la fine è vicina e lo Stato, ancora una volta, ha fallito.

CON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO: “conquistare il potere per fare il male”

I FANTASMI DELLA NOSTRA STORIA
Fabrizio Gifuni in CON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO – foto di Musacchio, Ianniello, Pasqualini

In questo monologo di un’ora e quaranta ciò che sorprende, oltre all’energia potente e inarrestabile di Gifuni nell’essere e non nell’interpretare Moro, è il senso di impotenza e di solitudine che si espande in sala. Viviamo il crescendo delle sensazioni che agitano Moro, che da preoccupato, arrabbiato diventa nel finale rassegnato, anche se mantiene il suo piglio energico e fino all’ultimo accusa, inveisce contro i compagni di Partito, contro la DC da cui addirittura si dimette e riconsegna la tessera. Insieme proviamo però una profonda tenerezza negli scritti per i figli Giovanni e Agnese, per il nipotino Luca (alla moglie chiederà esplicitamente che lui non parteci al suo funerale). Nelle battute finali davvero non ha più niente da perdere, quindi non ha incertezze nell’affermare il marciume di tutta la politica italiana, di Zaccagnini che è stato il peggior segretario della Dc e del suo Partito in cui è lo scopo è stato “conquistare il potere per fare il male”. Le sue parole sono come lame affilate che Gifuni ci restituisce con potente consapevolezza, in cui emerge tutta l’amarezza per aver dedicato trent’anni di vita a quella politica che è rimasta in silenzio e ha solo saputo letteralmente abbandonarlo e lasciarlo nella fossa dei leoni, senza difesa alcuna.

Visti al Teatro della Pergola il 30 novembre e il 2 dicembre 2023

I FANTASMI DELLA NOSTRA STORIA

Con Fabrizio Gifuni
Ideazione e drammaturgia di Fabrizio Gifuni
Produzione Associazione Culturale Cadmo

IL MALE DEI RICCI

da Ragazzi di vita, Poesia in forma di rosa, Lettere luterane, Scritti corsari, Seconda forma de La meglio gioventù di Pier Paolo Pasolini

CON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO

Studio sulle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro

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