FRANKENSTEIN, SID @Materia Prima Festival: corpi deformi, vivi, morti, creativi

Materia Prima Festival 2024, il teatro contemporaneo a Firenze a cura di Murmuris ha aperto l’undicesima edizione il 28 febbraio (spettacoli fino al 5 aprile) al Teatro Cantiere Florida con l’ultima fatica della ormai affermata di ricerca teatrale Motus FRANKENSTEIN (A LOVE STORY), a seguire i lavori di due realtà emergenti: BATRACOMIOMACHIA – LA BATTAGLIA DEI TOPI E DELLE RANE con Andrea Macaluso (già recensito per il debutto al Quaranthana su Gufetto) e SID – FINO A QUI TUTTO BENE di Cubo Teatro vincitore del Premio InBox 2023 e meritato Ubu under 35 per Alberto Boubakar Malanchino. Primo reportage di Gufetto Magazine.

A cura di Susanna Pietrosanti, Leonardo Favilli, Serena Chiaramonte (stage)

FRANKENSTEIN: corpi mostruosi

scena finale di FRANKENSTEIN, foto di Margherita Caprili
scena finale di FRANKENSTEIN, foto di Margherita Caprili

Tutti siamo mostri, perché tutti li abbiamo dentro. Daniela Nicolò e Enrico Casagrande, ovvero la compagnia ormai nota a livello internazionale Motus nella propria ricerca teatrale porta sul palco la faccia mostruosa della Creatura del Dr. Frankenstein, raffigurata nella declinazione moderna della maschera di lattice, ripetuta, ad un certo punto per tre, solcata di cicatrici e punti di sutura. I corpi non allineati di Silvia Calderoni, Alexia Sarantopoulou, Enrico Casagrande nella drammaturgia di Ilenia Caleo testimoniano che per creare, e ridare la vita, bisogna in primo luogo smembrare, dantescamente ‘squadernare’, morire e rinascere, deformare, illuminare diversamente.

Il romanzo di Mary Shelley era già costruito a cornici, la più ampia costituita dalle lettere dell’esploratore Walton alla sorella, nelle quali emergeva il racconto dello scienziato all’inseguimento della sua Creatura. Poi più avanti, dopo la morte dello studioso, la Creatura stessa diventa narratore e comunica la sua versione della storia allo stesso Walton. Una partitura complicata, che viene dilatata nella sua resa scenica in venti momenti distinti, ognuno riservato ad un protagonista, ciascuno narratore di primo grado capace di riservarsi un posto nella tastiera di variazioni sul tema che la performance costruisce: la scrittrice Mary Shelley, lo scienziato Victor, la Creatura.

FRANKESTEIN e il suo bisogno d’amore

Molteplici temi si incontrano e variano: l’ossessione della nascita; il tema della vita insufflata in un essere altro da noi; l’amore. Il mostro “muore dal desiderio di essere amato”, è un vampiro che succhia vita e tenerezza da chi gli è legato d’affetto, desidera corrispondenza. Vive nelle pieghe del romanzo il tema della tolleranza che Motus porta in primo piano, perché siamo simbionti, tutti, in un mondo che, scientificamente e culturalmente, sta in piedi sui contatti, sui contagi e sugli innesti: “se non ci tocchiamo, la vita non nasce”. E ancora i diritti dei diversi: la Creatura, un Calibano che vorrebbe un compagno, vorrebbe vivere fra i propri simili, evadere dal clima doloroso e angoscioso che lo circonda, fino al walzer col ragno nero della protagonista Mary Shelley, la giovane scrittrice fragile e instabile, ma capace di accogliere il mostro tra le mani, cullarlo come un figlio perduto, creatura mostruosa amata e odiata.

il minimalismo scenografico di frankestein

La trasposizione del romanzo avviene in una scena insieme molto evocativa e molto scarna: le due strutture bianche simili a tende, talvolta ali, o creste montuose, o addirittura pagine, sono estremamente poetiche. Motus sceglie di indirizzare tutta l’attenzione e il peso della ricostruzione sulla riduzione del romanzo in scena con le tante parole, talvolta lasciate sole nella scena minimale, sussurrate o semplicemente “dette”. Sono i corpi allora i protagonisti che riescono a riprendere peso e valore, nella metafora sulla creatura composita, la parabola sulla diversità, la tolleranza e la simbiosi. I monologhi in successione descrivono diverse realtà, punti di vista, indirizzati proprio a descrivere il rito inquieto e imperfetto che sulla scena ha luogo. Qualcosa di lirico, qualcosa di composito e fisico, qualcosa in cui luci, corpi, parole, il basso continuo della musica mormorante cooperano per un incantesimo insieme emotivo, catartico e profondamente etico e quasi brechtiano: il teatro. O questo teatro, o una specie ancora lodevole, ancora viva, ancora capace di sperimentare, di teatro.

SID – FIN QUI TUTTO BENE: corpi autentici

SID, Alberto Boubakar Malachino, foto di Marzia Benigna
SID, Alberto Boubakar Malachino, foto di Marzia Benigna

La vita di SID, Alberto Boubakar Malachino, è una giostra che gira rapidissima, eppure sempre mossa dalla stessa forza: la necessità bruciante di dare un senso, un significato alla propria esistenza. Il tempo, in qualche modo, deve essere riempito o quanto meno ammazzato. Sid, da ragazzo italiano con origine africana, nato e cresciuto ai margini della periferia della città e della società, vuole emergere con autenticità. Il mondo dello spettacolo, dello show business, richiede però di “mostrare”, di “essere visibile” sempre, un’impresa ardua e totalizzante, che non lascia spazio all’individualità e alla sensibilità. Allora Sid recita, recita sempre in una sequenza frenetica di immagini da interrompere a colpi di Cut! cinematografici e i personaggi che interpreta sono quelli suggeriti di volta in volta dalle compagnie che frequenta, dalla musica – la più svariata – che ascolta, dai libri che legge.

La morte per SID: autentica e pericolosamente leggera

“Non volevamo essere visti. Volevamo essere ispirati, volevamo essere amati” dice Sid all’inizio del suo impetuoso e caotico monologo. Ciò che il ragazzo desidera è essere guardato per quello che è, per la propria natura famelica di vita, senza etichette poste su di lui dallo sguardo altrui: quella di ḥarām – la condanna del padre o quella di immigrato in Italia, con il carico dei pregiudizi di ciò che si presume abbia vissuto; di rifiutato respinto dal suo primo amore; di diverso dai giovani, per le sue letture; diverso anche dagli immigrati, perché raro esempio di integrazione. Anche la morte per Sid ha bisogno di autenticità, passando per la leggerezza crudele dell’ignoranza, o per la seducente via d’uscita, portatrice di un erotico senso di liberazione, fino al punto di infliggerla, per mettere a nudo una società che vede solo l’apparenza, come quei sacchetti di famosi brand, che da sempre colleziona.

SID e il suo bisogno di ascolto

SID, Alberto Boubakar Malachino, foto di Marzia Benigna
SID, Alberto Boubakar Malachino, foto di Marzia Benigna

La ricerca di Sid è la ricerca caotica e disperata dell’altro, del suo sguardo e del suo ascolto, in una realtà in cui per essere visibili è necessario dimenticare sé stessi, vivere solo per rimanere in superficie, senza lasciare spazio al bisogno di affondare nella propria interiorità. Quello sguardo che potrebbe forse non dare una risposta alle domande di Sid, ma almeno dar loro sfogo, ascoltarle, non arriva mai, ormai anche Dio ha distolto lo sguardo. L’ultima parola è “Ascoltatemi”, ma segue solo il silenzio.

SID: scenografia al cardiopalma

SID – FIN QUI TUTTO BENE è uno spettacolo potente, che ferisce come le luci che delimitato il palco. Il concept scenografico ideato da Ivan Bert rinchiude, infatti, Malachino in un quadrato di forti led, che, insieme alla musica dello stesso Bert e Max Giraldi, sembrano seguire e rispondere al battito cardiaco di Sid, ora accelerato, concitato, ora più lento e irregolare, tanto da lasciare senza fiato e far rimbombare – come la cassa dritta in sottofondo – il sangue nelle orecchie. Malachino è un fiume in piena, solo apparentemente debordante e incontrollato, in realtà perfettamente padrone del caos del personaggio. In alcuni momenti è proprio il petto di Sid, nella sua tuta bianca (il colore del lutto per l’Islam) l’unica cosa a rimanere illuminata in scena, accecante, doloroso, come un grido di aiuto. Sid è un folle outsider che ricorda l’Alex Delarge di Arancia Meccanica (la musica, la droga, la feroce violenza) ma mentre Alex grazie alla sua forza vitale totalmente priva di umanità risulta vincitore, Sid dalla propria umanità estremamente sensibile viene travolto e, in assenza di valide vie d’uscita, ne rimane del tutto schiacciato.

FRANKENSTEIN (A LOVE STORY) – MOTUS

ideazione, regia Daniela Nicolò, Enrico Casagrande
con Silvia Calderoni, Alexia Sarantopoulou, Enrico Casagrande
drammaturgia Ilenia Caleo
adattamento e cura dei sottotitoli Daniela Nicolò
traduzione Ilaria Patano
assistenza alla regia Eduard Popescu
disegno luci Theo Longuemare
ambienti sonori Enrico Casagrande
fonica Martina Ciavatta
grafica Federico Magli
video Vladimir Bertozzi
produzione Francesca Raimondi
organizzazione, logistica Shaila Chenet, Matilde Morri
promozione Ilaria Depari
comunicazione Dea Vodopi
distribuzione internazionale Lisa Gilardino
ufficio stampa comunicattive.it
produzione Motus con Emilia Romagna Teatro ERT – Teatro nazionale, TPE – Festival delle Colline Torinesi, Kunstencentrum VIERNULVIER, Kampnagel
residenze artistiche ospitate da AMAT & Comune di Fabriano, Santarcangelo Festival, Teatro Galli-Rimini, Centro di residenza dell’Emilia-Romagna L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale, Rimi-Imir, Berner Fachhochschule
con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna

SID – FINO A QUI TUTTO BENE

scritto e diretto da Girolamo Lucania
con Alberto Boubakar Malanchino
musica live e sound design Ivan Bert e Max Magaldi
concept scenografico Ivan Bert
direzione tecnica Alessandro Vendrame
videoproiezioni Niccolò Borgia
da un’idea di Ivan Bert e Girolamo Lucania
produzione Cubo Teatro

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