ENTRELINHAS, RENART, ASHES @Materia Prima Festival: tre declinazioni del contemporaneo

MATERIA PRIMA FESTIVAL decima edizione del festival di teatro contemporaneo a cura di Murmuris, continua al Teatro Cantiere Florida, dopo LE CASE DEL MALCONTENTO e PIETRE NERE, già recensiti da Gufetto, in scena ENTRELINHAS di Tiago Rodrigues e Tónan Quito, Muta Imago con ASHES e RENART di Kronoteatro. Tre linguaggi profondamente diversi, tre declinazioni del contemporaneo: la rielaborazione di Edipo nel testo di Rodrigues che evita la messa in scena; la favola tout public col mistero visivuale dei burattini nel lavoro di Kronoteatro; un concerto dei suoni frammentati di un’esistenza nella performance ASHES.

A cura di Susanna Pietrosanti e Alice Capozza

ENTRELINHAS: cosa c’è tra le righe di un testo?

Tónan Quito in una scena di ENTRELINHAS

Il centro di ENTRELINHAS è senza dubbio il testo di Tiago Rodrigues, che viene distribuito al pubblico al termine del monologo (in portoghese e inglese, con sovratitoli) di Tónan Quito, perché di fatto una messa in scena non c’è: l’attore ci narra le motivazioni della sua assenza in bilico tra realtà e finzione. Uno spettacolo Tra le righe. E non solo perché tra le righe di un’edizione di Edipo Re è scritta in lacerti la lettera di un detenuto che parla alla madre dopo l’assassinio del padre, ma perché le molte allusioni del testo sono tutte da leggersi tra le righe. Intanto la ripresa e la rielaborazione del dramma di Sofocle si dispone ad un primo livello decifrabilissima, perché chiunque sa fare due più due e capire che un testo infilato tra i versi della tragedia più celebre della classicità, con cui condivide il terribile argomento, è solo un modo originale e incisivo di riparlare del plot che tutti conoscono e dell’eroe che in ognuno di noi evoca qualcosa. Ma se l’indagine si approfondisce ENTRELINHAS è in vari aspetti una ripresa di Sofocle. Come l’Edipo sofocleo, è un’indagine, l’aggomitolarsi di un filo misterioso che porta l’investigatore, Edipo appunto, sempre più dentro in sé stesso ; “sventurato, possa tu non sapere mai chi sei” gli grida Giocasta prima di uccidersi: e anche qui Tònan che vuole svelare il mistero di un libro evaso dalla biblioteca del carcere non trova che sé stesso, un sé stesso in un’altra dimensione, intento a ri-scrivere classici che possono, con evidenza, essere riletti tra le righe, o capovolti, o cancellati. La cecità di Edipo diventa contagiosa, espandendosi a chiunque venga in contatto con la storia, Tònan, Tiago, tutti condannati a perdere la luce degli occhi, e Tiago addirittura a svanire con la figlia, come Edipo con Antigone nel suo pellegrinaggio doloroso. Del resto le tre scene del dramma di Sofocle, smembrate e ricostruite con l’inserzione della lettera sono, non a caso, le tre in cui a Edipo viene, a vari livelli, svelato il mistero: il contrasto con Tiresia, le rivelazioni terribili del servo, il confronto con Giocasta. La lettera inserita tra le righe gioca qui un controcanto segreto, non solo, come Rodrigues suggerisce, impiegando le stesse parole, riecheggiando temi e termini, ma addirittura eseguendo un lavoro di chiarimento, di illuminazione di nodi del testo classico: “non voglio più sapere niente della colpa”, scrive l’ignoto, e poi “sto scoprendo me stesso qui. Sto capendo me stesso sempre di più”: e queste frasi sono fari per illuminare le intenzioni del personaggio tragico. E più avanti, “tutto ciò che mio padre mi aveva trasmesso” allude con tenebrosa pregnanza all’errore di Laio, il padre di Edipo, che ignora l’oracolo e dà alla luce un figlio che sarà la sua rovina, e la rovina della città. Il testo chiarisce e infittisce le allusioni, nomina un “incrocio di tre strade” chiaramente sofocleo, un pranzo dai genitori (il banchetto in cui tutto comincia, nella tragedia) e addirittura un gioco, “la gamba del destino” quel calcio del Fato che dovresti evitare se non vuoi essere coinvolto in un destino rovinoso, che qui è il gioco affettuoso con la figlia dell’amico e che invece è la chiave di volta di tutto il dramma, l’attitudine degli Dei a sottoporci a prove di cui non cogliamo nemmeno la motivazione, o l’estensione, o il rischio, e che possono travolgerci e devastarci. Il mito stinge in allusioni, in simboli, in contagi lessicali, deforma la lingua, fa sì che il teatro stesso risponda enigmaticamente “tutto ciò che è fatto al momento giusto è ben fatto”, che il penitenziario non senta il dovere “di allontanarmi dai sentieri della stupidità”. Le parole, evidentemente, non sono state perse. Si muovono, vivono una loro vita, autonoma, invadono spazi, superano confini. E l’ultimo lacerto, con tre voci intrecciate tra le righe – Sofocle, l’ignoto, le indicazioni di scena – supera l’effetto di straniamento che era l’attrazione delle parti precedenti per parlarci da un’altra dimensione: “per tutti gli Dei, nascondimi da qualche parte. La luce è quasi completamente scomparsa. È tempo che io provi ad essere normale e distante. Uccidimi, o gettami nell’oceano. – Buio – Per sempre tuo. Che tu possa non vedermi mai più. – Silenzio.” Forse le parole dell’oracolo erano queste. In fondo l’oracolo non era un enigma. Era un mistero.

RENART: la favola e la magia visiva dei burattini

Filippo Tampieri in una scena di RENART, PROCESSO A UNA VOLPE, Kronoteatro

Le Roman de Renart è un poemetto medievale composto da diverse trame, i cosiddetti rami, che mettono in scena un eroe trickster, la volpe RENART. Astuta e flessibile, non ha nessuna esitazione a penalizzare gli altri animali (lasciando nel pozzo il lupo Isengrino, per esempio, o tentando di mangiarsi l’intera famiglia del gallo Chantecler) pur di sopravvivere adeguatamente. Lo spunto drammaturgico dello spettacolo di Kronoteatro prende le mosse appunto dalla reazione degli animali che, riuniti alla corte del leone Re Nobile, denunciano le malefatte della volpe e chiedono giustizia. Lo scenario del processo, si sa, è sempre intrinsecamente teatrale, ma la situazione qui comporta molti problemi. Come mettere in scena gli animali? La compagnia risolve regalando onore e onere ad un solo attore, Filippo Tampieri, che diventa un contemporaneo cantastorie (Filippo il Bello, ovviamente) e incarna non solo lo spirito feroce e giocoso di Renart e tutti gli animali, da Tiecelin il corvo a Isengrino il Lupo al leone al cane al gallo, ma si occupa anche di incrociare i linguaggi, incarnando in momenti diversi l’energia di un cantante rap, la forza vitale di un danzatore, di un giocoliere, di un cantante indie, indossando e togliendo giacche di lustrini o cappe nere e approfittando solo di brevi dialoghi con il tecnico in scena con lui, Alex Nesti, per un po’ di respiro e di diversità di tempi scenici. Ma, in fondo, il giullare in scena non è solo. Ci sono gli animali, i gioielli, il valore aggiunto dello spettacolo: i burattini di Francesca Marsella, seduti o in piedi accanto al Re Nobile, a comporre una corte fantasmagorica che sovrasta Renart, da solo sul gradino sottostante. I burattini vengono inquadrati dalla telecamera e ingigantiti, diventano spiriti, diventano addirittura un fondale instabile di assoluto mistero. La loro espressione, la mestizia favolosa degli occhi fermi, la grazia silenziosa dei musi, nonostante che gli arti si muovano per l’intervento a vista dell’attore che li manipola, sono elementi ieratici, sacrali. I loro occhi fissi ci guardano, ci portano altrove. La carica evocativa di un’immagine che guarda chi la guarda, conferisce a uno spettacolo per ragazzi un salto magico, e il muso dorato del burattino/leone diventa un enorme girasole di morbidezza luminosa, e la maschera luciferina della volpe assume una tristezza malinconica che tocca dentro. I burattini sono un mistero enorme, incisivo, folgorante. Lo spettacolo, come teatro ragazzi, funziona, fa sorridere, suscita empatia, smuove agevolmente la partecipazione del pubblico. Ma contiene germi molto più profondi, spunti che vedremmo volentieri approfonditi, per una performance diversa che ci portasse in un’altra dimensione: nel mistero animale silenzioso e incisivo che Kronoteatro avrebbe tutte le capacità di evocare.

ASHES: i suoni del senso della vita

Monica PIseddu in ASHES di Muta Imago

Nel palco nudo si stagliano quattro fasci di luce sottile sugli attori, schierati in piedi sul proscenio; davanti a loro quattro microfoni amplificano ogni suono, gemito, sbadiglio, parola, verso: un concerto di rumori scomposti che popolano una vita, come se fosse possibile concentrare l’esistenza in quaranta minuti di caos sovrapposto, smembrato, lacerato, eppure così familiare, riconoscibile e riconosciuto. “Se uno potesse ricominciare da capo come sarebbe? Se la vita che ha vissuto fosse solo la brutta copia e la bella dovesse ancora venire?”. Marco Cavalcoli, Ivan Graziano, Monica Piseddu, Arianna Pozzoli sono una famiglia, di cui noi ascoltiamo solo le voci, particolarmente espressive, pur nell’assenza di una narrazione logica, accompagnate dagli strumenti dal vivo di Lorenzo Tomio, chitarra, corde, archetti, riverberi, campionamenti, effetti. Le risate e i pianti, le decisioni, le grida e i sussurri, usciti da un frullatore di emozioni, carico di nascite e morti, incontri, litigi, amori, affetti e sconforti, nel grande potere evocativo della parola detta. ASHES non segue un filo narrativo, fa continui balzi temporali, cambi di luogo e di personaggio, nell’intreccio di numerosi monologhi e dialoghi frammentati, pezzi assemblati diversamente, per creare un condensato emozionale di un sogno fatto di cose piccole e piccolissime, ma che sono, al di là di ogni domanda di senso, la vita che conosciamo. “Tra mille anni la vita sarà sempre la stessa: fatica, mistero e felicità. E l’uomo sospirerà ancora – Ah che fatica vivere! – Ma avrà sempre paura di morire, come adesso”. In questo concerto di respiri, l’aria che esce dalle bocche nei riverberi dei microfoni, colpisce inaspettatamente i nostri ricordi di frasi comuni, e ci chiediamo con gli attori in scena: “cosa ero venuta a fare qui?”. Buio.

ENTRELINHAS (Tra le righe)

spettacolo in portoghese e inglese con sottotitoli in Italiano
creato da Tiago Rodrigues e Tónan Quito
testo Tiago Rodrigues
con Tónan Quito
collaborazione artistica Magda Bizarro
scene, luci, costumi Magda Bizarro, Tiago Rodrigues, Tónan Quito
direzione tecnica André Pato
traduzione inglese Daniel Hahn
traduzione italiana Luca Starita
sottotitoli Rita Mendes
produzione, distribuzione OTTO Productions, Nicolas Roux & Lucila Piffer
distribuzione in Italia Gli Scarti
produzione esecutiva della versione originale Magda Bizarro & Rita Mendes
una creazione della compagnia Mundo Perfeito (2013),
con il supporto del Governo Portoghese e DGArtes

RENART PROCESSO A UNA VOLPE

da “Il Romanzo di Renart la Volpe” a cura di Massimo Bonafin
regia Tommaso Bianco
con Filippo Tampieri
spazio scenico Kronoteatro
burattini Francesca Marsella
responsabile tecnico e disegno luci Alex Nesti
produzione Kronoteatro
con l’aiuto di FuoriLuogo La Spezia

ASHES

spettacolo Premio Ubu 2022 per il miglior progetto sonoro / musiche originali
drammaturgia e regia Riccardo Fazi
con Marco Cavalcoli, Ivan Graziano, Monica Piseddu, Arianna Pozzoli
musiche originali eseguite dal vivo Lorenzo Tomio
occhio esterno Claudia Sorace
luci Maria Elena Fusacchia
amministrazione, organizzazione e produzione Grazia Sgueglia, Silvia Parlani, Valentina Bertolino
produzione index Muta Imago
con il supporto di Mibac

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