DRAMMA INDUSTRIALE @Teatro di Rifredi: il sogno oltre la collina

A poche centinaia di metri dal luogo della tragedia del cantiere di Via Mariti dove contiamo gli ennesimi morti sul lavoro, al Teatro di Rifredi di Firenze Giovanni Ortoleva firma la regia di DRAMMA INDUSTRIALE (Firenze, 1953) di Riccardo Favaro, dopo il debutto estivo al Festival di San Miniato (recensito da Gufetto): uno spettacolo onirico, profetico, poetico, politico, con un cast eccezionale in una scena dinamica per il racconto epico di un fatto storico capace di illuminare il presente.

a cura di Alice Capozza e Serena Chiaramonte

DRAMMA INDUSTRIALE: la scena e la politica

DRAMMA INDUSTRIALE, foto di Danilo Puccioni

DRAMMA INDUSTRIALE (Firenze, 1953). Dietro le spalle la collina deserta e buia della città, al centro campeggia il lungo tavolo della politica, dove si tratta, si parla, si mangia, dove tutto si decide e niente si vive. Giorgio la Pira non si siede, non si ferma, cammina, corre intorno a quel tavolo, alla ricerca di una soluzione da sindaco di una Firenze povera, ma solidale con la causa dei lavoratori in quel 1953 quando la direzione del Pignone mette sul lastrico duemila famiglie. Le luci sono accese nella fabbrica occupata dagli operai licenziati (anche nel plastico che passa di mano in mano e da cui fuoriesce il fumo dell’incenso), tutto intorno è buio: ”quando arriverà il momento in cui per tutti la notte sarà notte e il giorno sarà giorno?”. Alla ex-GKN di Campi Bisenzio nella periferia industriale della stessa città a settant’anni di distanza le operaie e gli operai sono stati licenziati con una mail in una notte e da oltre due anni non lasciano un giorno lo stabilimento, cercano di tenere i riflettori accesi su questo territorio cementificato alluvionato usurpato, sul conflitto sociale e sulla lotta, anche grazie alla cultura con il Festival working class e con il teatro: Il Capitale. Un libro che non abbiamo ancora letto di Kepler-452 al Teatro Carlo Monni. Oggi come allora la città insorge, i lavoratori e i cittadini solidali chiedono a gran voce giustizia sociale e un intervento pubblico che salvi i posti di lavoro, impedisca la chiusura e sia promotore della ripartenza.

DRAMMA INDUSTRIALE: un dramma umano

DRAMMA INDUSTRIALE, foto di Stefano Bertoncini

Le officine Pignone si erano ingrandite durante la guerra producendo armi, ma la riconversione nel campo tessile non aveva avuto successo: nel novembre 1953 la proprietà annunciò la chiusura dello stabilimento, gli operai occuparono la fabbrica e La Pira si schierò pubblicamente dalla loro parte, in “difesa della povera gente”. La drammaturgia di Riccardo Favaro, felice collaborazione artistica con il regista Giovanni Ortoleva fin dalla Biennale di Venezia, nel fare il ritratto del personaggio storico Giorgio La Pira, già iconica figura di sindaco ideale per questa città, riesce con efficacia a parlare del presente, a dipingere un quadro desolato del potere (di ieri come di oggi), come la brulla collina alle spalle della scena. L’intensità di questo spettacolo ci è sembrata risiedere proprio in una chiave di lettura che mettesse al centro di un evento della storia contemporanea, apparentemente riassumibile in poche parole, il dramma umano di La Pira, con le sue paure, le sue aspirazioni, la spiritualità che lo ha caratterizzato e la concretezza fattiva dell’amministratore accanto ai cittadini. Le pressioni esercitate su di lui da più fronti restituiscono con forza, le dinamiche politiche ancora ben presenti nella nostra contemporaneità. La risposta è ancora oggi “il problema sono i manifestanti, gli occupanti” invece che i licenziamenti, la sopravvivenza, il lavoro come “valore e diritto delle persone”.

Sogno e realtà in DRAMMA INDUSTRIALE

DRAMMA INDUSTRIALE racconta molto della realtà anche attraverso la dimensione onirica: La Pira non cessa neppure nei suoi sogni (e incubi) di scontrarsi duramente contro l’indifferenza, gli interessi individuali, le ambizioni politiche, il potere. C’è un ideale a cui tener fede, l’unica cosa sulla quale davvero teme di essere – non su questa terra – giudicato. Nei sogni del professore si intravede anche il dolore della distanza incolmabile tra lui e i poveri: a questi ultimi l’incalzante contingenza del soddisfare le più basilari necessità toglie anche il lusso della preoccupazione. La Pira può lottare per loro, ma non con loro: la fabbrica, il senso di appartenenza che lega gli operai è per lui inaccessibile. Un teatro non celebrativo ma epico, degno di Brecht – a cui è dichiarata l’ispirazione per un teatro politico – su il professore, il teologo, il sindaco La Pira in difesa “dei disoccupati, dei sottoccupati, dei miseri che ormai da molti anni gettano tanta dolorosa ombra sul volto del nostro paese: un volto che, per via di queste ombre dolorose, cristiano certamente non è” come scrive nella lettera ad Angelo Costa proprio nel novembre 1953. A chi lo accusava di far il gioco del partito comunista, come De Gasperi allora Presidente del Consiglio, rispondeva: “il pane, e quindi il lavoro, è sacro: questo non è marxismo, è Vangelo”.

DRAMMA INDUSTRIALE: diplomazia e lotta di classe

Christian La Rosa e Marco Cacciola, DRAMMA INDUSTRIALE, foto di Danilo Puccioni

Una febbrile diplomazia di incontri, telefonate, lettere, dichiarazioni, ma anche sogni, profezie, misteri hanno determinato il salvataggio della fabbrica con il finale intervento di Enrico Mattei e la nascita del Nuovo Pignone (industria ancora in piedi in città, dopo tanti avvicendamenti, tanto che era presente l’attuale presidente alla prima di Rifredi). La messa in scena restituisce con grande dinamicità la giostra fatta di accuse, tenacia, stagnazioni e fughe in avanti, dove il tempo è determinante “è tardi, è tardi”, dove si fronteggiano ideali e follie personali (richiamate dalla figura del cappellaio matto di Alice nel Paese delle meraviglie che gira senza sosta intorno al tavolo). Ma la vicenda del Pignone determina anche la presa di coscienza della lotta di classe per Firenze e per l’Italia: commovente la “drammatica sequenza popolare” nel dialogo tra un padre e una figlia in una casa accanto alla fabbrica, solidali con la causa in una lotta collettiva: “un patto è un patto”. Ma i due pupazzi (manovrati dagli attori) al termine restano riversi sul palco, abbandonati e su di essi passano le vicende della storia.

Personaggi e cast di DRAMMA INDUSTRIALE

DRAMMA INDUSTRIALE, foto di Simone Borghini

Nessuna volontà di somiglianza nel ritratto dei personaggi coinvolti nella vicenda, ma la rappresentazione degli archetipi di chi ha costruito il nostro Paese. Gli spiriti ideali di opposte visioni della realtà, del futuro (che è il nostro presente) sono incarnati dai cinque attori del cast scelto da Ortoleva: Giorgio la Pira è un magnetico Christian La Rosa che tiene la scena con lo stesso forte temperamento del sindaco che ricordiamo, il profetico Enrico Mattei è un sognante Marco Cacciola capace di immaginare e realizzare quello che sembra la magia della salvezza in una visione dall’alto che spazia in avanti; Stefania Medri, unica donna del cast, è sempre in scena a commentare lateralmente o nel ruolo della giornalista che tenta di intervistare il sindaco; il ministro Amintore Fanfani, compagno di partito di La Pira, è Lorenzo Frediani, che mette in luce l’opportunismo di una politica nazionale lontana dalla gente, in uno accorato scambio epistolare nei giorni dello sciopero generale; infine il ragioniere, l’imprenditore proprietario della fabbrica Stefano Braschi, è la rappresentazione del piccolo e meschino ruolo degli “affari” del capitalismo preoccupato solo del proprio profitto. Ma entrano in scena anche i quattro pupazzi (resi vivi da un poliedrico Cacciola che dà loro movimento e voce) Don Sturzo, Andreotti, De Gasperi e il presidente degli industriali: quei potenti che manovrano i fili della storia sono qui grandi burattini di cui si mette in luce la limitata prospettiva.

DRAMMA INDUSTRIALE: uno scontro antico

DRAMMA INDUSTRAILE, scena finale, foto di Danilo Puccioni

“La scelta è sempre dei potenti” grida Christian La Rosa. Sembra quasi riproporsi, negli scontri che La Pira affronta con i diversi personaggi, quell’antico conflitto tra i valori che Sofocle incarna nei personaggi di Creonte e Antigone: Legge mutevole dello Stato contro Leggi non scritte, dunque inviolabili, degli Dèi. C’è nell’affollarsi caotico di voci quello stesso irrisolvibile parlare lingue diverse che non permette alcun dialogo tra il tiranno e l’eroina tragica. Persino con Mattei, consapevole di dover tramontare, di non avere più un posto in un sistema di cui ormai vede chiaramente ogni stortura, anche quelle future, risponde col silenzio alle speranze di La Pira. Fin dall’inizio il mondo sognato da quest’ultimo, il Mistero a cui vuole accedere, sembra essere sostanzialmente utopico, eppure ciò a cui questo personaggio ci mette di fronte è forte e incontestabile: non c’è legge che possa essere considerata più importante della vita e della dignità umana. La Pira esce di scena invocando la forza naturale che dovrebbe unire e rendere solidali tra loro gli uomini e questo grido d’amore ci fa sentire parte di un plurale collettivo che ci identifica e ci accalora.

Visto il 3 maggio 2024 al Teatro di Rifredi, Firenze

DRAMMA INDUSTRIALE (Firenze, 1953)

con Stefano Braschi, Marco Cacciola, Lorenzo Frediani, Christian La Rosa, Stefania Medri
di Riccardo Favaro
regia Giovanni Ortoleva
scene Federico Biancalani
costumi Graziella Pepe
musiche Pietro Guarracino
direzione tecnica Rossano Siragusano
assistente alla regia Alice Sinigaglia
produzione Teatro della Toscana, Elsinor Centro di Produzione Teatrale
in collaborazione con Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato

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