BOTTEGAI @Progetto Arcobaleno: l’ineluttabile destino di un nome

BOTTEGAI ha chiuso la terza edizione del festival Il Respiro del Pubblico di Cantiere Obraz, spettacolo prodotto da Arca Azzurra composto da tre monologhi: UN DELIRIO, UNA RIFLESSIONE, UNA CONFESSIONE. Tre storie scritte in tempi diversi e occasioni diverse, unite da temi e atmosfere comuni raccolte attorno alla parola “bottegai”. L’intensa interpretazione degli attori Massimo Salvianti, Lucia Socci, Andrea Costagli e la potenza dei testi di Ugo Chiti, ci conducono in una discesa progressiva negli inferi dell’animo umano, in quel punto di unione misterioso in cui mito e bestialità sembrano intrecciarsi, e da cui non pare possibile “uscire a riveder le stelle”.

Articolo a cura di Alessandra Panzini e Sandra Balsimelli

BOTTEGAI: L’evocazione dell’assenza affidata Agli attori

Il fil rouge dell’evocazione di qualcosa che manca o che, se c’è, non è come si immagina, che ha caratterizzato Il Respiro del Pubblico Festival 23, in BOTTEGAI di Arca Azzurra risuona in ogni singola parola, sguardo e movenza degli attori, a cui è totalmente affidata la rappresentazione: nessun artificio, nessun allestimento scenografico, nessuna complessa e ricercata illuminazione, nessun altoparlante. Solo gli attori, i loro passi, le loro voci. Una panchina, fedele compagna del loro viaggio a ritroso. E la potenza assoluta che emerge dalle viscere dei tre personaggi alternativamente in scena. Lo spettatore è accolto dalla sede dell’Associazione Arcobaleno in Oltrarno, una stanza squadrata, parquet a terra, libri alle pareti. Un contesto che sembra l’anticamera del contrasto tra le storie familiari in cui gli attori ci porteranno e la prevaricazione e la brutalità di cui sono intrise. Non c’è un palcoscenico né un sipario che protegga la sacralità dello spazio attoriale. Il pubblico e gli attori insieme, sulla stessa linea, quasi a ricordarci che siamo tutti sfumature diverse di un unico e gigantesco quadro. Si abbassano le luci sugli spettatori, la panchina al centro della scena è illuminata e l’inizio dello spettacolo è il suono cadenzato e ritmico dei passi del primo attore che arriva da dietro le nostre spalle. Uno, due, tre passi e poi l’alternarsi del tintinnio di campane e una voce di pianoforte.

BOTTEGAI: per amore e per rivalsa

Massimo Salvianti BOTTEGAI
Massimo Salvianti, interprete di BOTTEGAI

Rutilio è il primo dei bottegai, e Massimo Salvianti ci ipnotizza dal primo istante con sguardi e gesti che ci aprono subito la strada dell’ascolto. La voce usata con maestria, la poetica del vernacolo, i movimenti pochi ma precisi e repentini, ci traghettano tra i quartieri di Firenze, nelle mura di una vita incatenata “al sanguaggio marcio di una tradizione di bottegai”. Ad accompagnarlo la presenza invisibile della moglie a cui si rivolge ora con sarcasmo, ora con insofferenza, per darsi da solo la benedizione e la ragione. Quel sangue marcio che lo ha costretto a proseguire la strada di suo padre, del padre di suo padre e di tutti i padri che lo hanno preceduto. Il sangue marcio da cui per amore e per rivalsa vorrebbe invano salvare il figlio Telemaco, elevandolo attraverso la poesia e il gusto dolce della cultura. I detti popolari, pur terribili se analizzati nel loro profondo significato, sono ironici e suscitano ilarità, e sono necessari se non addirittura obbligatori per assorbire il colpo che arriverà inatteso e potentissimo.

BOTTEGAI: la delusione sgranata come un rosario

Lucia Socci, BOTTEGAI
Lucia Socci, interprete di BOTTEGAI

Com’è arrivato se ne va e, per lo stesso corridoio disegnato dalle sedie su cui gli spettatori accolgono la seconda storia, arriva silenziosa come un fantasma, Silvana, Lucia Socci. La musica che l’accompagna è leggera e quasi come fosse casuale, lei si ritrova a canticchiarla mentre si accomoda sulla panchina. Una voce bellissima dolce, gentile ma ferma e soprattutto che non ammette repliche. Non certo da chi è venuto a trovarla per salutare il suo corpo sospeso tra la vita e la morte, in un apparente quiete, Il suo Attilio che dorme russando rumorosamente accanto al suo capezzale. E’ lei che ha da dire, lei che ci affascina mentre ripercorre la sua vita di figlia e di moglie di bottegaio, mentre sgrana i ricordi, tanto terribili e tanto normali, come si sgranano i chicchi di un rosario. La quieta agonia della donna ci disegna la brutalità degli eventi e dei gesti che l’hanno accompagnata fin lì, e tutto l’orrore è addolcito dal distacco paziente, desiderato e risolutivo della morte. La strisciante delusione di cui è intrisa la sua vita è talmente incisa nella storia, negli sguardi, nei sorrisi amari e accondiscendenti, da sentirsi illividiti dal dolore pur non avendo ricevuto un colpo diretto e preciso.

BOTTEGAI: La coazione a ripetere del sangue

Andrea Costagli, interprete di BOTTEGAI

Stessa entrata per il terzo attore, Andrea Costagli, stavolta un personaggio senza nome, forse volutamente per raccontare l’omologazione all’ottundimento emotivo dell’ultima generazione, ma con un corpo, un abbigliamento e un atteggiamento che dichiarano a gran voce il raggiungimento del successo più agognato, quello di aver preso le distanze dalla tradizione familiare. Non più bottegaio ma imprenditore, con le scarpe di camoscio, la macchina lussuosa e il physique du rôle del bello e muscoloso. Tutto di lui racconta che non ha nulla a che fare con i suoi avi, porcilai per lavoro, abituati all’ uso e all’abuso delle loro donne, loro immersi nel sangue e nel fango del mattatoio, lui pulito, fresco e profumato. Il suo racconto è incalzante fin dalle primissime battute, a tratti rabbioso, ma lo scenario emotivo non ha evoluzioni né si tinge di rimorsi. La sua reale assenza di evoluzione si dipana nelle storie di chi è stato prima di lui, e attraversa una donna, sempre la stessa, senza nome e senza storia, senza passato e senza futuro, ma con la voce silenziosa, ma l’unica può sorprenderlo nello scoprire che sotto l’abito dell’uomo di successo. è rimasta la genetica che gli scorre nelle vene. Sempre la stessa da generazioni, che lo domina e lo imprigiona senza via di scampo.

BOTTEGAI: tre monologhi di violenza

Tre monologhi dalle tinte forti, potenti e dirette come in ogni drammaturgia di Ugo Chiti che, attraversando tre generazioni dall’inizio del secolo ai giorni che ci siamo appena lasciati alle spalle, raccontano storie difficili da ascoltare, perché dolorose. La figura femminile che li percorre tutti, porta con sé un principio di estraneazione, accomunato dall’assenza, dall’elusione e dall’evitamento della lotta che si renderebbe necessaria per uscire dalla sottomissione e dalla prevaricazione, non solo sessuale ma mentale ed emotiva. Ogni storia racconta di catene mascherate da strade di riscatto, che è solo apparente, dell’incontro con una dimensione mitica e oscura, che resta inaccessibile allo sguardo dei protagonisti. I tre attori ci conducono in caduta libera verso la perdita di umanità, come se i gironi danteschi si fossero rovesciati e dal folle volo odisseico evocato all’inizio, si scendesse di registro, risalendo verso i gironi degli impulsi elementari che ci accomunano alle bestie, condannati a non evolvere.

BOTTEGAI: una lente per la coscienza

La violenza è un sottofondo inevitabile di una cultura e di una società che replica se stessa cambiando di volta in volta l’abito con cui si racconta e si manifesta. La genetica familiare è usata come un giullare crudele che accompagna lo spettatore al cospetto di una società regina e padrona dei suoi umani, ancora più crudele e sorda alle voci di chi, sottomesso, soggiogato e imprigionato, vorrebbe affrancarsi da un destino che sembra inciso sulla pelle. E’ questo il messaggio? Siamo ineluttabilmente sconfitti da noi stessi? O forse invece la sconfitta è solo apparente e parziale e va riqualificata come il sommo sacrificio di un ramo di quell’albero da cui veniamo e a cui apparteniamo? Un sacrificio necessario, anche se non cercato, per accendere, ogni volta che se ne ascolta la storia, una riflessione, un moto di ribellione, una volontà esplicitata di cambiamento, uno sguardo verso l’altro non per specchiarsi ma per fare da specchio. Una lente di ingrandimento sulla coscienza, sull’accesso aperto alle proprie uniche e individuali scelte, e sul vero racconto dell’amore che è, liberare l’altro dalle nostre proiezioni, dai nostri desideri e dalla nostra narrazione.

Visto il 1 dicembre 2023, Il Respiro del Pubblico Festival 23, Progetto Arcobaleno, Firenze

BOTTEGAI. Un delirio, una riflessione, una confessione

drammaturgia e regia Ugo Chiti
con Massimo Salvianti, Lucia Socci, Andrea Costagli
costumi Giuliana Colzi
luci Marco Messeri
produzione Arca Azzurra

Leggi tutte le recensioni di Gufetto di Il Respiro del Pubblico Festival 23

ANTIGONE, MACONDO, SHAKESPEAROLOGY, BOTTEGAI

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF