ASPETTANDO GODOT @Teatro Metastasio: la disarmante potenza di Beckett

Con la stagione 23/24 il Teatro Metastasio (col supporto del Gruppo Colle) riporta a Prato il teatro internazionale con ASPETTANDO GODOT l’intramontabile beckettiano nella versione visionaria e disperata di Theodoros Terzopoulos (vedi qui la recensione della redazione romana). Due atti di teatro dell’assurdo che in questo allestimento hanno perduto la loro ciclicità in un crescendo di tensione che esaurisce e si esaurisce in una implacabile fissità. La stessa di un pubblico, anche molto giovane, catturato con palpabile partecipazione dal fascino senza tempo di un testo ormai classico.

ASPETTANDO GODOT: il prima ed il poi si invertono

Prima danza, poi pensa”. Non solo una citazione dello stesso Godot nonché il titolo di un recente film di James Marsh sulla vita del suo autore (che abbiamo avuto la fortuna di visionare e che Gufetto ha anche recensito), ma una massima beckettiana universale. Il pensiero perde il suo ruolo di timone dell’azione, capace di forgiarla e di concepirla e nessun legame logico ormai li tiene uniti. Se nella traduzione “prima” e “poi” possono indicare una rapporto di causa-effetto, nucleo fondante del ragionamento razionale, l’originale francese non lascia scampo e con “d’abord” e “ensuite” mantiene esclusivamente un mero legame temporale tra i due. Ma cosa succede al pensiero se l’azione manca, resta solo in potenza e non riesce ad esprimersi? Il pensiero ha il diritto di ricostituirsi senza fenomenologia?  

Il rigore geometrico della scenografia di ASPETTANDO GODOT

ASPETTANDO GODOT – foto di Johanna Weber

Con uno spiazzante sguardo alla contemporaneità – il debutto dello spettacolo risale al gennaio 2023 – Theodoros Terzopoulos esalta l’immobilismo di Didi e Gogo, i due barboni protagonisti, imprigionandoli in un’enorme teca dove le azioni sono ridotte a contorsioni o spasmi cui assistiamo da inermi spettatori. In un perfetto gioco di simmetrie – quadrato è il corpo centrale dell’apparato scenico, quadrati i quarti che possono aprirsi o chiudersi, di uguale lunghezza le braccia della grande croce di luce al centro – il regista greco ha spogliato l’originale scenografico e testuale esaltandone la specularità e asciugandolo degli elementi che l’azione, peraltro inesistente, non richiede. Il risultato è un binomio equilibrato, denso e straordinariamente efficace tra il testo, nella mirabile traduzione di Carlo Fruttero, e la disarmante ignavia dei protagonisti.

La scarsità di suppellettili e l’evocazione della realtà

Le scarpe, archetipo quasi infantilistico dell’originale, scompaiono tornando solo nel secondo atto sotto forma di calzature femminili rosse; il guinzaglio abbandona il collo di Lucky sebbene le ferite ancora siano visibili; l’albero, al quale tanto nessuno alla fine deciderà davvero di impiccarsi, si riduce ad un vasetto di fiori, unico elemento esterno rispetto al cubo centrale. Se è il pensiero a definire la realtà intorno, e può formarsi solo dopo l’azione, all’assenza di quest’ultima non resta davvero niente e la realtà resta solamente evocata. Così come il suono delle sirene d’allarme bombardamento che risuonano prima dell’inizio e tra i due atti – intelligentemente e non realmente suddivisi da un intervallo – ricorda la barbarie bellica (e la mente va subito al teatro di Mariupol e al Non tre sorelle! di Alberici-Baraldi visto al Fabbrichino).

L’atmosfera sonora di ASPETTANDO GODOT

Ma è l’intero apparato musicale della messa in scena a meritare una menzione d’onore. Curate e composte da Panayiotis Velianitis, le atmosfere sonore costruiscono la cornice capace di esaltare oppure di rompere la ciclicità degli eventi e della comparsa dei personaggi. La melodia malinconica ma impercettibilmente inquietante di fisarmonica e armonica dell’inizio e della fine lascia il posto al canto gregoriano nel momento in cui Lucky e Pozzo si palesano ai protagonisti mentre la seconda parte si apre con un motivo alienante, quasi lunare. All’inazione prepotente del testo la drammaturgia di Terzopoulos sovrascrive una tensione crescente, spasmodica come appunto gli spasmi dei protagonisti in apertura del secondo giorno d’attesa – che poi, chi ha detto che si tratti solamente del secondo giorno? “La volete finire con le vostre storie di tempo?” incalza Pozzo ormai cieco e disperato. Si giunge ad un climax pur nell’assenza di linearità, di consistenza, di azione, appunto, e quindi di reazione. E non c’è un minuto dello spettacolo in cui la musica non esalti, sottolinei, costruisca tutto questo con precisione minuziosa.  

Il cast e le interazioni tra i personaggi di ASPETTANDO GODOT

ASPETTANDO GODOT – foto di Johanna Weber

In un’atmosfera sospesa, resa coinvolgente ma alienante dalle calde ed intense luci che non tradiscono mai lo scorrere del tempo, interagiscono gli attori in scena: Didi e Gogo (gli ottimi Paolo Musio e Stefano Randisi) perlopiù distesi si cercano e si respingono, inscindibili ma comunicativamente inconsistenti, anche quando gli altri personaggi esordiscono nel loro spazio geometricamente rigoroso e claustrofobico. In primis Pozzo (un energico e penetrante Enzo Vetrano) e Lucky (un superlativo Giulio Germano Cervi) tra i quali non esiste il legame fisico del guinzaglio ma solo un canale di comunicazione che non prevede interazioni di corpi o di sguardi. Il servo obbedisce nel suo mutismo fino allo straordinario monologo in cui, indossando un elmetto che ha preso il posto del cappello originario, costruisce, con perizia e con grande efficacia nell’inconsistenza dei contenuti, uno dei momenti più intensi e significativi dello spettacolo. Allo stesso modo il Ragazzo (un efficace ed equilibrato Rocco Ancarola) che pare essere in contatto con Godot, fa la sua venuta infilando la testa al centro di una croce bianca, limitandosi perlopiù ai nossignore e sissignore.   

Nel vuoto del testo Terzopoulos trova la spiritualità

La spiritualità e la sacralità di cui Terzopoulos è riuscito a vestire un testo in cui qualcuno ha pure visto un richiamo alla divinità nel nome del chimerico protagonista, sono costantemente richiamate con forza ma sono perlopiù svuotate. La ciclicità del tempo assume carattere di ritualità come in un calendario liturgico scandito da momenti che perdono qui ogni presunta solennità e di cui restano solamente i simboli sacri. Le croci che più volte compaiono – siano esse disegnate dalle luci dietro il cubo scenico o pulpiti da cui far affacciare e parlare il Ragazzo – si accompagnano a molteplici simboli bellici, dall’elmetto di Lucky ai coltelli che prima aiutano nell’inscenare una lotta tra i due barboni, anch’essa rituale, per poi consentire a Pozzo di squarciare la tela che lo trattiene dall’ingresso in scena. In chiusura torneranno sospesi in serie come una falange di spade di Damocle già insanguinate, come insanguinati sono tutti i personaggi e le pagine che il Ragazzo strappa da un libro per affidarle all’aria ormai viziata che si respira in scena.

L’oggi di Terzopoulos nel suo ASPETTANDO GODOT

Il regista greco con questo allestimento ci regala una disarmante metafora simbolica in cui l’incomunicabilità è tale da scindere significato e significante, privando il fenomenico del suo noumenico ed impedendo a quest’ultimo di realizzarsi. L’uomo resta così in preda al tempo che si ripete, ma anche vittima di se stesso, crescendosi nemico degli altri e pronto a far loro la guerra. Una minaccia che incombe come quei coltelli sospesi in aria, pronti a scagliarcisi contro se continueremo a diffondere l’odio come pagine di un libro che così smembrato non ha, nemmeno lui, più nulla da dire. Anche la speranza, quel piccolo e insignificante fiore illuminato dall’occhio di bue, viene strappato via. Ma nel frattempo, come per i due barboni, c’è ancora spazio per essere felici. Chissà fino a quando.

Visto al Teatro Metastasio (Prato) il 10 febbraio 2024

ASPETTANDO GODOT – il trailer

ASPETTANDO GODOT

di Samuel Beckett
copyright Editions de Minuit
traduzione Carlo Fruttero
regia, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos
con (in o.a.) Paolo Musio, Stefano Randisi, Enzo Vetrano
e Giulio Germano Cervi, Rocco Ancarola
musiche originali Panayiotis Velianitis
consulenza drammaturgica e assistenza alla regia Michalis Traitsis
training attoriale – Metodo Terzopoulos Giulio Germano Cervi
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
in collaborazione con Attis Theatre Company

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