FESTIVALDERA: la cadenza d'inganno di Michele Santeramo

FESTIVALDERA: la cadenza d’inganno di Michele Santeramo

Festivaldera 2019 si è appena concluso. Quattro appuntamenti, per la direzione artistica di Marco d’Amore (organizzazione gestita da Fondazione Peccioliper, Fondazione Teatro della Toscana, e il brand The Other Theater) , che hanno visto in scena Sergio Rubini (il 2 giugno a Ponsacco), Valeria Solarino (il 6 giugno nell’Arena estiva del Teatro Era), Edoardo Leo (ancora al teatro Era, il 9 giugno), Luca Zingaretti (16 giugno nella location incredibilmente particolare del Triangolo Verde di Legoli). 

Quattro voci, quattro momenti (come i punti cardinali, o gli elementi) chiusi in un gioco di specchi prezioso e perturbante, un gioco di reciproche illuminazioni – o precisazioni, o smentite – che rende infinitamente significativa la breve storia, comune e straordinaria, scritta genialmente da Michele Santeramo. I protagonisti sono “poco più che persone”:  un marito, insegnante, mite, remissivo (un Sergio Rubini inarrivabile, che rende corporeo il miracolo che sprizza quando un testo incontra il proprio interprete); una moglie (Valeria Solarino), corretta e segreta, capace di ogni intima devianza pur di mantenere integro il cristallo di cui è fatta; un figlio (Edoardo Leo), arrivato al nucleo familiare per vie che chiamare traverse sarebbe riduttivo (comprato dal marito, a peso come un animale, per sanare la ferita della moglie amatissima, invano). Soli sul palco nudo, monologano con il solo contrappunto della musica eseguita in scena da Roberto Zurzolo, un fax struggente che è una vera e propria seconda voce, portatrice di tutta l’emozione che la narrazione filmica, ellittica, disperatamente quotidiana del testo ci nega. Ogni personaggio racconta da un’angolazione diversa una piccola storia inutile ricolma di dolore e di orrore e priva di senso, perché nessuna scelta garantisce l’esito: “talvolta delle cose belle possono creare tragedie” o, al contrario, scelte criticabili far nascere la bellezza. Non c’è nessun senso nella “commedia umana che proprio noi abbiamo gestito così”, e nessuno conosce il suo segreto se stesso (“io sono un insegnante, io amo Leopardi, Camus…” geme il Marito, pronto ad acquistare una persona come un etto di carne, e pronto più tardi ad uccidere la stessa persona, salvato dal delitto solo per l’immagine che lo specchio gli rimanda, di se stesso inetto e inoffensivo mentre indossa il suo pigiama con gli orsacchiotti). Nessuno conosce l’altro (“io non volevo essere madre”, dichiara la Moglie, confessando l’infinita catena di menzogne che ha messo in atto per tutta la vita). Nessuno, del resto, conosce gli esiti delle proprie azioni, né sa dire se sia male o bene ciò che effettivamente si sceglie. Una condizione eminentemente tragica: eppure il testo di Santeramo rifiuta insistentemente la catarsi, ribadisce per bocca dei personaggi l’impossibilità dell’identificazione e chiede, addirittura, di negarla. Gli spettatori, anzi, dovranno sentirsi diversi. Se un beneficio dall’assistere a una storia plumbea e torbida e piena di orrori diversi può venire loro, è dirsi che le loro vite, in fondo, non sono così male. “Andate a casa. Dormite bene”, suggerisce, beffarda, la Moglie, chiudendo il monologo. Un affresco di piccole vite senza grazia, condannate al dolore, al male involontario, al volontario squallore, e senza rimedio. Le prime tre storie compongono un prisma, svelando, via via, ciò che non sapevamo ancora, il ‘dietro le quinte’ di ogni personaggio. L’ultima storia, Angelo, è un finale colpo di genio, una vera e propria ‘cadenza d’inganno’, l’eccezione che conferma l’armonia. La storia, recitata da Luca Zingaretti, è completamente scollegata dalle altre. Il pubblico se ne sorprende, aspettandosi invece la chiave interpretativa conclusiva, la prospettiva di giudizio che ci avrebbe permesso, finalmente, di sapere tutto, e di decidere. E invece, un’altra storia. Però, man mano che l’attore snoda il suo racconto, comprendiamo. I temi, sotterraneamente, coincidono. Bambini venduti. Alcuni, a famiglie che vogliono adottarli. Uno, il senzanome, il Coglione, quello che non voleva imparare, il ribelle, è destinato ad essere ucciso e i suoi organi prelevati per salvare altri bambini, ammalati. “Siamo sette miliardi. E continuiamo ad aumentare. Un settore senza crisi. Di qua, gente disposta a tutto perché ha paura di morire. I due piatti della bilancia. Il male non produce sempre male, il bene non produce sempre il bene. È più complesso…Perché se dovesse essere vostro figlio, ad avere bisogno di un rene e con quello salvarsi la vita, voi sareste contenti che esistono sette miliardi di sacchetti di organi…”  Con la violenza di uno schiaffo, o di un’onda che sommerge, la catarsi dilaga sulla scena. L’identificazione. Le comuni domande. Ma subito l’attore la rifiuta: “Se dipendesse da voi, che fareste? Questo bambino, avanti, che ne facciamo stasera? E che ne facciamo di quegli altri quattro che aspettano? Non volete scegliere. Volete lasciarmi da solo. Come sempre. Bisogna essere un poco più che persone per sopportare decisioni come questa . E io lo sono. Decido io. Voi non vi scomodate. Decido io per tutti…”

Il terribile problema della responsabilità, il terribile equilibrio della colpa, la terribile lucidità della scelta. “Che devo fare?” chiedeva Oreste, secoli prima, sovrastato dall’assurdità e dall’inevitabilità del suo dover decidere. Per un attimo, favoriti dall’anfiteatro desolato e magnifico del Triangolo Verde, con le statue gigantesche degli dei che emergono a pura forza dal suolo sabbioso, tutti noi siamo retrocessi indietro, sul palco dove per la prima volta le grandi domande furono articolate, nel primo linguaggio teatrale che il mondo conobbe. Ma i cieli sono vuoti, gli dei ancora prigionieri, le risposte non ci sono, l’attore resta solo, e come lui ogni spettatore, nel batticuore terribile di un testo pieno, insieme, di grazia e di orrore. 

Info

FESTIVALDERA 2019

Poco più che persone

4 monologhi di Michele Santeramo

produzione Teatro della Toscana

direzione e composizione musiche originali Marco Zurzolo
 

Domenica 2 giugno 2019 
Ponsacco – Piazza del comune

Sergio Rubini

Il Marito

musiche eseguite dal vivo da Pippo Matino (basso elettrico) e Marco Zurzolo (sax)
 

Giovedì 6 giugno 2019 
Pontedera – Anfiteatro Teatro Era

Valeria Solarino

La Moglie

musiche eseguite dal vivo da Agostino Mennella (batteria) e Marco Zurzolo (sax)

 

Domenica 9 giugno 2019 
Pontedera – Anfiteatro Teatro Era

Edoardo Leo

Il Figlio

musiche eseguite dal vivo da Aldo Perris (contrabbasso) e Alessio Busanca (piano)
 

Domenica 16 giugno 2019  
Legoli, Peccioli – Anfiteatro Triangolo Verde

Luca Zingaretti

Angelo

regia Lino Musella
aiuto regia Roberta Zanardo
light designer Pietro Sperduti
sound designer Luca Canciello
musiche composte ed eseguite dal vivo da Marco Zurzolo
 

Contenuti

 

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