Festival Il Giardino delle Esperidi (XVII edizione) @ Brianza: intrappolata solitudine a caccia di arcobaleni

Ci immergiamo negli ultimi spettacoli della XVII edizione del Festival “Giardino delle Esperidi” ideato nel 2004 da Campsirago Residenza. Il Festival che ha come suo fulcro generativo il rapporto tra teatro e natura si è svolto dal 24 giugno al 4 luglio 2021 nei paesi del Colle Brianza. Negli spettacoli della seconda parte (qui il link al primo pezzo), la solitudine diventa implacabile e inaccettabile. Ci si ribella ad essa, la si combatte, ma la vittoria è sempre sua: inesorabile e cantabile. E’ una girandola di spettacoli in cui il dramma umano è centrale. Si cerca di trovare rifugio alla morte e alla disperazione con le immagini, i suoni e i ricordi. La solitudine è la crepa. Una crepa sghemba e frastagliata che duella con tutto.

Sommario

L'INTERMINABILE SOFFERENZA DELLE DONNE DALL'ANTICO TESTAMENTO A OGGI NE LA PREGHIERA DEL MATTINO

OMAGGIO AGLI ALBORI DELLA FANTASCIENZA IN ITALIA CON LE MUSICHE DE L'UOMO MECCANICO

HO SONNO E L'ALIENANTE LOTTA CONTRO L'INSONNIA

VICO QUARTO MAZZINI E LO SCONTRO TRA SOFFERENTI SOLITUDINI

INFORMAZIONI SUGLI SPETTACOLI

L'INTERMINABILE SOFFERENZA DELLE DONNE DALL'ANTICO TESTAMENTO A OGGI NE LA PREGHIERA DEL MATTINO

Con La preghiera del mattino. Il culo delle donne nella Bibbia di Principio attivo teatro ci si immerge in storie di stupri e violenze culturali ancora vive nella carne delle donne. Cubi neri, panni appesi, la preghiera del mattino ebraica: si svela il mondo di solitudine, dolore e sopraffazione della vita delle donne nella nostra società patriarcale e monoteista. La prospettiva è del tutto nuova per la Bibbia. E' il mondo dell’Antico Testamento raccontato dalle donne. Episodi famosi e meno noti vengono riletti secondo la prospettiva mai considerata delle protagoniste. Così l’episodio della moglie di Lot, donna non passatista e lasciva come viene tramandata, ma rivoluzionaria che si rende conto della condotta maschilista e patriarcale del proprio marito e protesta con la sua morte. L’attrice si spoglia e si veste per impersonare innumerevoli figure di donne oltraggiate, violentate, condannate solo perché sono nate donne. Del mondo degli uomini si fa un bilancio gretto e pauroso. Tanto spaventati dalla potenza femminile così sensibile e generativa non trovano altro modo di relazione che la distruzione e l’aggressione. Non esiste dio misericordioso o vendicatore per le donne, sole da sempre. Sole di fronte alla violenza perpetrata su di loro, senza solidarietà né vicinanza nell’uguale destino. Solitudine, paura, abbandono, disfacimento. Le violenze sono perpetrate sui loro corpi, potenze misteriose e minacciose per la loro libertà. I corpi delle donne fanno orrore pertanto devono essere tagliati, immobilizzati, mutilati. L’interpretazione è potente e ineccepibile. La drammaturgia ha una vena vigorosa e originale, che a volte con ironia sa trattare una materia altamente drammatica e dolorosa. E’ un eterno olocausto che sembra non finire mai. Le donne lavorano, contribuiscono ma non contano niente. La loro parola, i loro desideri, i loro pensieri non contano mai. Non hanno nome. Queste protagoniste del passato parlano e vestono nel presente cavalcando culture del nostro paese ma sembrano meno preziose degli animali e delle piante. Non ci sono redenzione o speranza. Neanche una vita migliore dopo il dolore. C’è solo ulteriore marginalità, violenza e nel migliore dei casi la morte.

ll fatto è che mentre tutti diffidano delle donne, io me la intendo benissimo con loro! Io non guardo se hanno mentito, se hanno tradito, se hanno peccato – o se nacquero perverse – perché io sento che hanno pianto, – hanno sofferto per sentire o per tradire o per amare… io mi metto con loro e per loro e le frugo, frugo non per mania di sofferenza, ma perché il mio compianto femminile è più grande e più dettagliato, è più dolce e più completo che non il compianto che mi accordano gli uomini (Eleonora Duse). 

OMAGGIO AGLI ALBORI DELLA FANTASCIENZA IN ITALIA CON LE MUSICHE DE L'UOMO MECCANICO

Una nuova esperienza immersiva nella sonorizzazione del primo film di fantascienza italiano da cui prenderanno spunto e imitazione i successivi film di questo genere. Il tappeto sonoro ne L’uomo meccanico è di Luca Maria Baldini, collaboratore di Campsirago Residenza. Baldini crea un’atmosfera narcotizzante e suggestioni che abbracciano le immagini art decò del film, recuperato fortunosamente in solo 740 metri di pellicola, dei 1800 originali. Le sonorizzazioni descrivono le immagini attualissime degli anni ’20. Si mettono in scena i suoni delle azioni del film, tratti da un contesto contemporaneo in un pastiche di sonorità elettroniche digitalizzate in modo raffinato e avvolgente, e ipnotico. La sala cinema in questo caso è la corte interna di un borgo antico sui fianchi della montagna. Il film è proiettato su un muro di pietre e questo ha creato ancor più variazioni e colori all’immagine. Ogni spettatore ascolta la sonorizzazione dal vivo in cuffia e le luci lunari, quasi marziane, contribuiscono alla sensazione di compiere un viaggio nello spazio sulle spalle dell’uomo meccanico. Nota di costume: L’uomo meccanico è stato diretto e interpretato da Andre Deed, che ha vestito i panni in Italia del famoso personaggio di Cretinetti.

HO SONNO E L'ALIENANTE LOTTA CONTRO L'INSONNIA

Voler dormire, non potere dormire, non potere lasciarsi andare, impossibilitato a correre sul filo dell’oblio, sul filo di un cervello che pensa e non riesce a smettere di pensare, di straboccare in una piena incessante di parole e ricordi. Quel cervello mette insieme angoscia e grigiore e apre finestre sempre più scombinate e distorte. Ho sonno è un one man show con i guizzi di una comicità corporea e verbale di Vittorio Ondedei. Il tappeto sonoro creato dagli strumenti casuali e acusticizzati di Giulio Escalona è sommerso dal monologare ripetitivo in una spirale di alienazione. Si fa compagnia ricordando i rimedi all’insonnia della mamma, della nonna, le storie antiche, un pupazzetto di das. I pensieri diventano sempre più labirintici e il cervello si avviluppa in un estremo loop, intreccio di storia antica, gnomi, in una vertigine sempre più sconclusionata fino ad addormentarsi (per sempre?). A vincere solitudine, suono, silenzio.

VICO QUARTO MAZZINI E LO SCONTRO TRA SOFFERENTI SOLITUDINI

La conclusione del Festival è con lo spettacolo Livore di Vico Quarto Mazzini, già recensito per noi di Gufetto da Leonardo Favilli e Federica Murolo nel Festival Contemporanea 20 a Prato nell’autunno 2020. La messa in scena di Livore alle Esperidi, in prima regionale, doveva essere all’aperto, in un contesto naturale magnifico e regale, tra alberi secolari e il profumo delle fragole di bosco, sull’immenso prato prospiciente il quattrocentesco Palazzo Gambassi, sede di Campsirago Residenza. Questo cambiamento di messa in scena, dovuto alle inclementi condizioni atmosferiche, ci ha lasciato curiosità di vedere un teatro di parola in un contesto diverso dal suo luogo deputato e come I Vico Quarto Mazzini avrebbero incluso i suoni e le atmosfere del bosco notturno all’interno della pièce.

In questo Livore all’interno della sala civica di Olgiate Molgora tutto è sciupato. Il tappeto bianco è sporco, la recitazione è stracciata e malconcia flettendo tristezza e vertigine. E’ la storia di una relazione. Due compagni, uno attore e l’altro il suo manager che fa di tutto per perseguire un’arrampicata sociale nel successo dell’altro, che si scontra con le paure e le titubanze del compagno e nella sua fragilità e poca autostima. L’equilibrio della coppia viene incrinato dalla presenza prima suggerita poi manifestata del rivale attore e dal si rotola verso una precipitarsi di cambiamento, rabbia, disperazione e ricordo. Si parla di amori traditi e dove la passione e il fuoco si perdono tra la falde consunte e sciupate della quotidianità. Salieri, Mozart, l’ambizione, la ricerca di fama e potere sono solo un pretesti per parlare d’altro: di amore, di relazioni. SI sprofonda in una riflessione sul senso del vuoto, della solitudine e della paura. Le relazioni vengono patinate da un filtro falso di un’indifferenza e apatia che porta sconforto, lontananza, depressione. Le barbabietole diventano metafora di un sangue morto, che non scorre più, che non rivitalizza più l’antico corpo a cui apparteneva. Livore è il rito di un miracolo, di una rivitalizzazione dovuta al cambiamento, l’aspetto più vero e costitutivo della vita umana.

Un cambiamento che ha devitalizzato e un altro che rivitalizza come lo scorrere del rosso delle rape sullo sgabello e sul coltello. Il coltello si avventa sulle rape e succhia il sangue come a voler squartare quel dolore e quella solitudine che lascia affamati e tristemente nudi. Una tristezza profonda e non emendabile. E’ l’illusione la relazione. La strada è solo solitaria e impenetrabile. Questo è il racconto di un tentativo disperato di collocarsi tra le braccia dell’altro per un conforto che durerà il tempo di una carezza, tempo effimero e deludente. La propria consolazione la si deve cercare nelle proprie braccia, non in quelle dell’altro, perché questo altro è solo illusione. La scenografia è essenziale. La parte centrale della scena è il recupero della fragilità propria e singola: infatti ogni personaggio è chiamato a cantare il proprio inno funebre e ci avvolge per alcuni istanti nel Requiem di Mozart. La pièce è spiazzante perché illustrando la ricerca spasmodica di potere che poi non è altro che ricerca, in questo caso, di amore, ci racconta ben altro: la vita umana è solo sangue che si scolora in silenzio. La conferma che ricerchiamo dagli altri e degli altri è solo un’illusione effimera: la più triste. La vita di prima si smonta come la scena, si persiste nell’illusione: si cambia tutto, ma in realtà non cambia niente. L’altro è illusione: uno specchio ancora più polveroso dei nostri desideri e dei nostri sogni. Il taglio è già dentro di noi e non è emendabile.

In questo sfilacciamento delle azioni e dell’animo umano si conclude il XVII Festival “Giardino delle Esperidi”: un festival con uno spirito da pirata, avventuriero e coraggioso, che fa solcare mari burrascosi tra le vette delle montagne. Il Festival "Giardino delle Esperidi" XVII ha messo in scena l’inquietudine umana e la sua fragilità, che si può emendare solo in contatto stretto e viscerale con la natura: la nostra vera e unica essenza vitale e generatrice. 

 

INFO

PREGHIERA DEL MATTINO

Il culo delle donne nella Bibbia

di Valentina Diana 

con Silvia Lodi

regia e disegno luci Giuseppe Semeraro

struttura scenica Antonio De Luca

costumi Silvia Lodi

tecnico Vincenzo di Pierro

produzione Principio Attivo Teatro

prima regionale

Corte del Gelso fraz. Mondonico, Olgiate Molgora

venerdì 2 luglio 2021

 

L’UOMO MECCANICO

sonorizzazione live 

a cura di Luca Maria Baldini

con il sostegno di Soundtracks 2018 – Centro Musica Modena

in collaborazione con la Cineteca di Bologna

Corte del Gelso fraz. Mondonico, Olgiate Molgora

venerdì 2 luglio 2021

 

L’ULTIMA RUOTA

documentario

regia Claudia Cipriani

Campsirago Residenza

sabato 3 luglio 2021

E’ il documentario che racconta la protesta e l’affermazione della loro presenza di chi lavora nello spettacolo. Nel febbraio 2021 un gruppo di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo decide di pedalare da Milano a Sanremo per poter comunicare ciò che patisce questo settore. "L'ultima ruota" è il racconto del loro viaggio: la fatica del percorso, le speranze e le nuove idee politiche e sociali per rinnovare un settore da anni dimenticato dalle riforme politiche e legislative, il cui diritto contrattuale e del lavoro risale al periodo fascista. A Sanremo avevano la speranza di essere ascoltati e fatti parlare durante il Festival di Sanremo nel tentativo di scuotere il nostro paese troppo spesso apaticizzato da un intrattenimento meramente vuoto, dove anche la tivvù di stato non lascia spazio al dibattito dal basso di questioni sociali e economiche urgenti che affligono settori produttivi del nostro paese. Ma questo non è avvenuto.

HO SONNO

rappresentazione per corpi, voce, suoni

di Vittorio Ondedei e Giulio Escalona

suoni amplificati, musica Giulio Escalona

parole, gesti, debolezza, testi Vittorio Ondedei

regia Vittorio Ondedei e Giulio Escalona

Campsirago Residenza

sabato 3 luglio 2021

 

LIVORE

Mozart e Salieri

con Michele Altamura, Francesco D’Amore, Gabriele Paolocà

drammaturgia Francesco D’Amore

regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà

scene Alessandro Ratti, Enrico Corona

light design Daniele Passeri

tecnica Stefano Rolla

ufficio stampa Maddalena Peluso

produzione VicoQuartoMazzini, Gli Scarti, Festival delle Colline Torinesi

con il sostegno di Armunia e Teatri Associati di Napoli/C.Re.A.Re Campania

Sala Civica di Olgiate Molgora

domenica 4 luglio 2021

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