EDIPO A COLONO @Teatro Romano a Volterra: spazio alla gestualità

EDIPO A COLONO, capolavoro di Sofocle, conosce una nuova edizione nella location suggestiva e magnetica del Teatro Romano di Volterra, all’interno del Festival “Il verso, l’afflato, il canto” che, diretto da Simone Migliorini, celebra quest’anno il suo ventennale, inanellando una serie di appuntamenti che costruiscono una splendida offerta di cultura in una città che della cultura fa indiscutibilmente il suo punto di forza (nominata Città Toscana della Cultura 2022).   

A cura di Susanna Pietrosanti

Le molte maschere di EDIPO

Edipo è dovunque in questa calda estate, come se questa eterna Pathosformel non potesse essere dimenticata. Dalla versione sacrale di Archivio Zeta a Villa Aldini a Bologna, all’edizione incredibilmente efficace e ieratica, in bianco e nero con un’incombente presenza del coro, che Robert Carsen ha portato al trionfo a Siracusa, Edipo e i suoi fantasmi sembrano non voler smettere di vagare per i nostri palcoscenici. E Mamadou Dioume e il suo gruppo di performer, il Teatro Hamlet, si confrontano con EDIPO A COLONO il 26 luglio al Teatro Romano di Volterra, per la regia di Gina Merulla

EDIPO A COLONO – foto di Gruppo fotografico GIAN Volterra

EDIPO, fabula e intreccio

Si comincia con un lungo flash back, l’antefatto della storia: la nascita di Edipo, rappresentata in modo duro e perturbante da una Giocasta mascherata che srotola dal ventre una lunga corda di viscere (la corda, poi, sarà un simbolo persistente, a rappresentare vicendevolmente le trappole di un destino impietoso, la tyke contro cui non si può remigare, e infine il nido nel quale Edipo accetterà di abbandonare il proprio corpo). Il linguaggio del gruppo incrocia diverse tipologie: teatro-danza, un teatro in cui il gesto ha senso e significato (come Peter Brook, maestro di Mamadou Dioume, sosteneva), canto, ieratico movimento, molti fasci di senso. Il testo viene raccontato esclusivamente in registrato, riassunto e tagliato in nuclei fondamentali. In modo simbolico vengono rappresentate in scena le tappe maggiori della storia: la Sfinge che si precipita nella disperazione dopo che Edipo scioglie l’enigma, l’accavallarsi del destino, l’impiccagione di Giocasta, e infine ecco il povero cieco sostenuto da Antigone che giunge al locus amoenus di Colono, dove il cerchio del suo fato si chiuderà.

La contemporaneità estrema dell’allestimento

Mamadou Dioume è Edipo, naturalmente, straniero in terra straniera, sufficientemente carismatico per costringere il pubblico a collegarsi al suo viso e al suo corpo che trasmettono il grande dolore, il dubbio, l’angoscia, ma anche la forza di quello che Eschilo avrebbe chiamato pathei mathos, la saggezza che dal dolore si acquista.  Gli altri personaggi, Teseo, Ismene, Creonte, Eteocle e Polinice, gli si muovono intorno addobbati di grandi maschere rigide in colori non realistici, un leone per Teseo, un gattino azzurro per Ismene, un toro blu per Creonte, mentre i figli rivali sono due orridi conigli cerulei. Maschere ad angoli acuti molto contemporanee, molto vicine ad uno Squid Game style, per permettere a quattro attori di coprire tutti i ruoli e trasportare il mito all’oggi. Anche la musica è completamente di altra epoca, Albinoni, Bach e Mozart, a cercare di dar voce al non detto in uno spettacolo che di parole ne adopera veramente pochissime, capovolgendo la tipicità della tragedia greca che affidava alla parola tutta l’intensità del non visto, del non agito in scena. Ma la parola riecheggiava nella mente degli spettatori e la divina catarsi e l’orrore divino si muovevano in un teatro mentale che nessuna realizzazione concreta avrebbe potuto eguagliare.

EDIPO A COLONO – foto di Gruppo fotografico GIAN Volterra

EDIPO A COLONO: gesto e parola

L’antico, si sa, va riattualizzato. L’antico, lo sappiamo, deve essere reinterpretato. Ma ci vuole un saldo sistema di regole e un’ispirazione artistica profonda per scombinare il mazzo di carte divinamente composto da Sofocle in vista di un risultato almeno parimenti catturante. Qui evidentemente la fiducia nella parola è tramontata: contano e vivono i gesti. I gesti però dovrebbero almeno avere la potenza di un’evocazione indubitabile, creare sensi e universi – come talvolta creano efficaci simboli, va riconosciuto. E non dovrebbero creare deviazioni pericolose dal mito, come la violenza che viene perpetrata su Antigone in scena, un tratto veramente stonato che ha tra l’altro la conseguenza pericolosa di far slittare la compassione e la pietà su di lei stornandola da Edipo, che in realtà è il solo a doverne beneficiare. E talvolta, comunque, la realtà va stretta a un movimento, come quello di Edipo che va cercando il luogo dove avverrà la sua miracolosa sparizione, che si ambienta con sufficiente efficacia solo nell’immaginazione. Un grande linguista, Karl Buhler, scrisse che oltre al campo di indicazione, in breve l’io-qui-ora, esiste il campo simbolico, la deixis am phantasma: quello che possiamo immaginare. Quello che si recita nel nostro cervello. Come Edipo che si accieca per sfiducia nella vista corporea sapeva benissimo, e come i tragici greci hanno dimostrato, l’infinito più grande (lo scrive Mark Strand) abita dietro le nostre palpebre chiuse.  Non è sempre fruttuoso scegliere invece la finitezza, la chiusura inevitabile del gesto, del movimento. Gli uomini, in fondo, non reggono troppa realtà. Persino un genio come Giacomo Leopardi, di fronte all’ostacolo della siepe, non poté che ‘fingersi’ mondi diversi, sovrumani silenzi e quieti profondissime. Il reale non è, né mai sarà, infinito. Il teatro lo sa, o dovrebbe saperlo, sempre.

Visto il 29 luglio 2022

EDIPO A COLONO

di Sofocle
traduzione, adattamento e regia Gina Merulla
con Mamadou Dioume
e con Fabrizio Ferrari, David Marzi, Alberto Bucco, Carlotta Mancini, Lorenza Sacchetto
produzione Teatro Hamlet, Generazioni Spettacolari e CTM Centro Teatrale Meridionale

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