DIVINE @ Teatro Lumière: il teatro, l’arte incerta

Al Teatro Lumière di Pisa, nel primo appuntamento della rassegna Maps to the Stars, Danio Manfredini, quattro volte premio Ubu, mette in scena Divine, presentazione in forma di reading della sceneggiatura cinematografica liberamente ispirata al romanzo Nostra signora dei fiori di Jean Genet. Protagoniste le avventure di Louis Culafroy, detto Divine, e del giovane ribelle Nostra Signora dei fiori. Poesia del lato basso dell’esistenza, dello scarto, assurda e, a tratti, grottesca, in cui una vena sofferente scorre così profonda da essere quasi naturale, quasi prevedibile, infine irrinunciabile.

Entriamo, e Nostra Signora dei Fiori è davanti ai nostri occhi: il disegno eseguito dallo stesso Manfredini campeggia sul telone, in una tavolozza di azzurri e malva che sottolineano in modo struggente gli occhi bellissimi, tristissimi, le labbra serrate e sensuali, la fitta ghirlanda confusa coi riccioli. Un viso meraviglioso, che, fermo nel disegno, nella luce sfumata del riflettore sembra tremare. Poi, con l’entrata in scena di Manfredini, tutto comincia. La sfida è già in atto. Perché è sfida, collocarsi, come l’attore fa, nel buio e spalle al pubblico, suggerendo, appunto, che l’attenzione dello spettatore deve focalizzarsi sulle immagini, bellissime, e seguirne il fluido scorrere, approfittando, come un cavaliere di un bellissimo cavallo,  dell’interprete solo come un’onda, una freccia d’amore, un filo. Lo facciamo, sedotti da una voce di velluto scuro, consumata e variabile, che diventa mille voci, percorrendo una tastiera magistrale: dall’acuto di seta spiegazzata, leggero come una piuma, a toccare l’afonia della protagonista, all’ispessimento immediatamente riconoscibile, e mai parodico, della voce dell’amico di colore. Una, nessuna e centomila. E nel buio, davanti al leggio luminoso, l’attore che non dovremmo guardare si anima e si agita, pervaso dalle voci interiori che mette al mondo, ed è molto emozionante vederlo cadere fra le braccia dei personaggi cui presta se stesso perché vivano, freschi e autentici, in questo momento eterno che la scena confeziona. E insieme naturalmente è affascinante vedere crearsi la parola, una parola corpo, che scalpita dentro, carica di una doppia energia, cinetica e sonora, evidenza del concetto che teatro è “portare alla luce l’invisibile che si muove con noi e che continua a muoverci”. Il romanzo di Genet abita Manfredini, è evidente: l’attore ha dichiarato di essersi “infilato nel romanzo nel 1990” e di non esserne ancora uscito. La lunga narrazione, complessa, talvolta desultoria, ellittica e serrata, l’iniziazione omosessuale di Louis, il suo diventare Divine, gli uomini amati e destinati ad amara fine, Mignon, il ladro, il ribelle assassino Nostra Signora dei Fiori, parlano, con ogni evidenza, una lingua consueta per l’interprete. “Mi sono rispecchiato nell’infanzia di Louis, negli slanci amorosi di Divine e nelle sue tristezze. Mi sono ritrovato nella ribellione e nel senso di distruzione che emana il giovane assassino. Il legame ossessivo col romanzo mi portava a pensare che avesse a che fare col mio destino e che avrei potuto riconoscere il mio tra uno di quelli dei personaggi”.

Con un’operazione complessa e imprevedibile, sulla scena il romanzo rinasce in due diversi modi: tramite la voce dell’attore, che diventa mille voci, a comporre un intraducibile ‘tono Genet’ poche volte visto in tale purezza, e tramite le immagini, particolarissime. Fedeli ed infedeli alla poesia della desolazione, in una tavolozza di neri e grigi acquosa e vibrante, in tratti allusivi e distorti, a suggerire le irregolarità di un Picasso cubista, le immagini spostano il bersaglio dal rischio di un ‘fumetto doppiato in presenza’ a quello di un fluido scorrere di suggestioni. Sono immagini mentali, archetipiche, addirittura eroiche. Sono imprecise, volutamente, perché solo quando è incerta, quando si trova in uno stato di disarmo, di apertura, non di tensione volontariamente pedagogica, didascalica, solo allora l’arte può diventare rivelazione, portarci davvero di là. Divine riesce in questo doppio salto mortale anche troppo: c’è il rimpianto di non seguire adeguatamente la doppia arte che si squaderna sotto i nostri occhi. Vorremmo non guardare, abbandonarci alla voce, trovare una personale storia infinita dentro di noi, cadere nella tana del Bianconiglio che l’arte di Manfredini ci promette in un sussurro. Ma contemporaneamente è impossibile non lasciarsi avvincere dallo scorrimento delle immagini, che parlano una loro parola, consonante e alternata a quella che la voce pronuncia, e che è impossibile ignorare. Non per caso, alla fine del lavoro, quando la voce tace, le immagini proseguono, sulla musica, dolenti e bellissime. Questo ultimo indugio riassume tutto il valore  e il dolore di un viaggio fatto insieme, in cui sia artista che pubblico hanno vissuto, consapevoli solo a tratti, un’esperienza di coraggiosa fragilità.

Info:
DIVINE
Liberamente ispirato al romanzo di Jean Genet Nostra Signora dei Fiori
con Danio Manfredini
disegni Danio Manfredini
produzione La Corte Ospitale – Teatro Herberia
Teatro Lumière
13 marzo 2019
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