DICIASSETTESIMO CAPITOLO @ Teatro Comunale di Antella. Il coraggio di scrivere il proprio finale

Un successo di pubblico non certo inaspettato quello riscosso da “DICIASSETTESIMO CAPITOLO”, l’ultimo lavoro scritto, diretto e interpretato da Alessandro Riccio presso il Teatro Comunale di Antella (repliche straordinarie fino al 25 gennaio). Ancora una volta l’artista fiorentino è riuscito a portare in scena una storia fatta di passione, di umanità, di caparbietà e di amore che commuove e diverte allo stesso tempo. Un merito che stavolta condivide con le due attrici che lo affiancano: Celeste Bueno, nel ruolo chiave della collaboratrice domestica, e, soprattutto, l’egregia Sabina Cesaroni nel ruolo della scrittrice Emma Melis. L’attaccamento alla vita di quest’ultima, nonostante la malattia, costituisce il motore di tutte le vicende dalle quali lo spettatore resta inevitabilmente coinvolto, in preda ad una sorta di effetto catartico.    

Una scrittrice affetta da una malattia che le impedisce di scrivere e, talvolta, di elaborare il pensiero; un assistente con l’ambizione di diventare scrittore e che deve aiutarla a concludere il suo ultimo romanzo; una collaboratrice domestica filippina che professa l’animismo attraverso gesti rituali e simboli tribali, senza proferire una parola in italiano. Intorno a questi personaggi reali, poi, ecco i personaggi fantastici nati dalla penna della scrittrice, materializzati sotto forma di manichini, opportunamente vestiti e distribuiti sul piano scenico. Questo brevemente il quadro dove si svolgono le vicende di DICIASSETTESIMO CAPITOLO in cui il provinciale assistente, Antonio, cresciuto professionalmente sempre all’ombra degli scrittori con cui ha collaborato, sostituisce la storica segretaria della scrittrice Emma Melis, la fantomatica Gemma, per la chiusura dell’ultimo romanzo che vede come protagonista il principe Ethan. Il rapporto tra i due è tutt’altro che idilliaco fin dall’inizio: la metodicità quasi paranoica dell’uomo si scontra con l’irrazionalità e la crudele schiettezza della donna che non manca di esprimere continuamente la sua misandria: gli uomini sono un ostacolo. In questo suo disorientamento, dovuto agli attacchi verbali della scrittrice, l’assistente non trova un supporto neanche nella collaboratrice domestica, la quale si esprime esclusivamente nella sua lingua madre attraverso frasi che suonano alle sue (ed alle nostre) orecchie come antiche formule rituali, incomprensibili e allo stesso tempo quasi spaventose.  Purtroppo le scadenze editoriali sono imminenti e il timore di non riuscire a portare in fondo l’ultimo romanzo è palpabile, quasi bloccante, tanto da costringere Antonio a rompere il muro di soggezione che gli impedisce inizialmente di rapportarsi alla pari con Emma; la scrittrice ora lo maltratta, ma lui ancora ricorda quando, da bambino, ha instaurato con lei un gioco di scrittura, grazie al quale era riuscito a superare la sua timidezza. Da questo, le vicende prendono un corso diverso che si lascia allo spettatore il gusto di scoprire, per consentirgli di immergersi nell’atmosfera da Mille e una notte che gli oggetti di scena contribuiscono a creare: dall’incenso acceso durante la dettatura del testo fino agli elaborati costumi e al maestoso letto, ricco di cuscini.

Grazie a tutti questi elementi, Alessandro Riccio porta in scena un coacervo di passioni umane che contribuiscono a mantenerci vivi, nel senso letterale del termine: nonostante la malattia, l’esistenza dei suoi personaggi mantiene la donna aggrappata alla propria vita, legata ad un filo che non vuole tagliare. Finché le avventurose vicissitudini del principe Ethan non si saranno esaurite, ci sarà ancora una speranza per Emma Melis e quel filo resisterà. E’ però inevitabile che questo si spezzi: così come detta il Diciassettesimo capitolo del manuale di scrittura narrativa, non si possono aggiungere mai nuovi sviluppi nella terza parte di un racconto e bisogna avere il coraggio di arrivare al finale. La scrittura è vita. Non ci si può esimere dal rispettare queste regole nella conduzione della propria esistenza terrena: una volta che anche la luce sull’ultimo personaggio si sarà inevitabilmente spenta, non ci sarà più tempo per nuovi sviluppi ma i personaggi resteranno e quindi la propria esperienza non sarà perduta e resterà ad imperitura memoria.

Ancora una volta, Alessandro Riccio mette lo spettatore di fronte alla vita ed ai suoi risvolti, anche dolorosi, senza scadere però nella retorica o nella lacrima a tutti i costi. Non mancano infatti momenti esilaranti, perfino comici, in cui lui si destreggia, come sempre, egregiamente, diventando protagonista ma mettendosi anche umilmente a servizio delle attrici che lo affiancano, prima tra tutte Sabina Cesaroni. La sua interpretazione della scrittrice, ormai giunta alla fine dei suoi giorni ma allo stesso tempo caparbia nel voler mantenere in vita il suo personaggio, è di altissimo livello con cambi di registro anche repentini e molto efficaci. La durezza delle sue parole, l’ostinazione a non voler scrivere il finale, la capacità di astrazione durante la dettatura dell’ultimo capitolo del romanzo, la fragilità e la paura dei momenti in cui il corpo non sembra rispondere alla sua volontà: questi gli aspetti del personaggio che l’attrice rende con grande efficacia trasmettendo emozioni tanto contrastanti che lo spettatore ne rimane folgorato, capace di ridere mentre ancora una lacrima di commozione sta scendendo sul proprio volto.

Centrale nel quadro delle vicende il ruolo della collaboratrice domestica, interpretata da Celeste Bueno. Il suo animismo, il suo ritualismo, il suo attaccamento ai simboli e alle formule magiche trascendono il razionalismo e il pragmatismo dell’assistente rappresentando un legame diretto con quella dimensione irrazionale in cui vivono i personaggi della scrittrice. Perciò è particolarmente apprezzabile la prestazione dell’attrice durante la scena del ballo tribale con la sua padrona così come negli scambi, anche non verbali, con l’assistente. I suoi interventi sono regolati con precisione e l’attrice sa muoversi sulla scena risultando sempre molto tempestiva e ben coordinata nelle azioni, rispettando i tempi, molto importanti per rendere efficace il proprio ruolo.

E certamente il merito di tutto questo è anche di Alessandro Riccio le cui scelte registiche si svelano pian piano molto precise e scrupolosamente ponderate in modo da guidare lo spettatore lungo un percorso che inizialmente appare nebuloso per poi diventare cristallino nella seconda parte. Così uno spettacolo dall’impatto comico, leggero si sviluppa lungo una trama che assume lentamente note sempre più coinvolgenti e il personaggio dell’assistente costituisce proprio la figura di supporto al pubblico nella comprensione delle vicende, interpretando il suo stesso disorientamento nella surreale camera/studio della scrittrice.

Alla fine di questo intenso percorso lo spettatore, visibilmente commosso, è quindi colto da un effetto catartico per cui, nonostante il subbuglio interiore che l’intensità delle vicende e delle emozioni gli hanno provocato, si sente vitale ed energico. La consapevolezza che tutti dovremo arrenderci alle regole dettate dal DICIASSETTESIMO CAPITOLO ci stimola a valorizzare con entusiasmo le nostre passioni per fare in modo che, al momento della scrittura dell’ultimo capitolo, avremo lasciato un segno, un altro personaggio che ci legherà per sempre alla vita, anche se in un’altra forma.

 

Info:

DICIASSETTESIMO CAPITOLO

dedicato a Giovanna Curreli

scritto e diretto da Alessandro Riccio
con Sabina Cesaroni, Alessandro Riccio e Celeste Bueno
luci Lorenzo Girolami
Produzione Tedavì 98
Progetto Sliding Theaters

Foto di Federica Gambacciani

Dello stesso autore abbiamo recensito H COME AMORE

 

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