CONTEMPORANEA FESTIVAL @ Città  di Prato: la potenza analitica di corpo e parola

Con le ultime repliche del 29 settembre si è conclusa la XXVII edizione di Contemporanea19, festival delle arti contemporanee organizzato dalla Fondazione Teatro Metastasio di Prato in vari spazi della città, spesso con il coinvolgimento diretto del pubblico. Dopo aver assistito ai primi spettacoli (ancora disponibile a questo link il pezzo già pubblicato su Gufetto), la redazione fiorentina ha potuto seguire anche il seguito della rassegna in cui corpo e parola sono stati i protagonisti indiscussi, declinati in particolar modo attraverso la sensibilità femminile. Un festival tutto al femminile in cui sono totalmente mancati o sono stati esorcizzati quei filtri maschili che spesso ci fanno guardare la donna senza vederla.  

Nell’era della digitalizzazione spinta e delle nanotecnologie il concetto di alta risoluzione è oramai patrimonio di molti di noi e maggiore è la risoluzione, maggiore è il piacere sensoriale che ne deriva. Raramente però ricerchiamo la stessa definizione nella visione di un ego che è sempre più proiettato all’esterno, arrogante nel giudizio verso gli altri ed ignorante sulla sua profonda natura, sulla trama che lo costituisce. Mettere a nudo i singoli nodi che la legano all’ordito è però un compito spesso doloroso dal quale emergono impurità, imperfezioni, lacune frutto della nostra natura o degli infingimenti davanti ai quali la società spesso ci costringe ad abbassare la testa. Pertanto serve essere forti per sostenere la paura dell’inadeguatezza e cercare una via di scampo. Serve la forza delle donne.

Se di ego si parla non sono mancati momenti di grande intimità in cui il corpo e/o la parola diventano mezzi per un viaggio introspettivo, per una lettura profonda che mette a nudo, che rende indifesi e talvolta incompatibili con la Società. E’ il caso dell’incontro intimo con Daria Deflorian nel suo Quella cosa là, dove la densità vertiginosa dell’artista riesce a rendere la profondità della sua esperienza che diventa universale di tutte le donne: dall’individuale all’universale per ristabilire e difendere diritti sul proprio corpo mai assicurati per sempre. Il racconto serpeggiante di cui il pubblico si fa ascoltatore come diventasse una famiglia incapace però di giudicare, ci ricorda che ciò che è presente dentro di noi, esiste, ma cade nella libertà individuale sceglierlo o meno. E’ una questione di diritti della donna, che devono essere continuamente difesi e riaffermati: “non si è costretti a nascere”. La contropartita è che ci si senta a proprio agio solo nella solitudine della notte, nascondendo la propria fragilità dietro a gesti quotidiani che diventano rituali trasformandoci in sacerdoti della banalità come nel Midnight snack di Silvia Costa dove ogni azione quotidiana diventa un rito ossessivo-compulsivo e il pesce da fare in forno diventa un amuleto, una spada, uno scudo, un nemico da schiacciare. E lei stessa compare bambola morta o agonizzante con la faccia di cera, il vestito di carta mentre le geometrie dei movimenti rimandano a un orologio che segna sempre la stessa ora. La stessa sensazione che abbiamo provato durante la performance Be Unicorn di Chiara Bersani dove la riflessione si amplia fino a coinvolgere il Mito del cavallo ad un solo corno e nel silenzio assordante dello spazio scenico risuona l’imbarazzo del pubblico che osserva l’artista (vincitrice del premio UBU under 35) affetta da una malattia genetica ossea. Se la mitologia diventa nella nostra cultura uno scudo che protegge e che “giustifica” ai nostri occhi l’esistenza di esseri immaginari, non c’è protezione per chi, come la Bersani, ha un corpo non conforme alla “normalità” ma reale. E allora la sua manifestazione diventa essa stessa performance catalizzando l’attenzione e ponendoci davanti al dubbio che i miti, senza la mitologia, sarebbero vittime delle nostre stesse fragilità umane. 

In questa instabilità l’uomo e la donna sono parte integrante di un mondo che non manca di dimostrarci la sua fragilità ogni momento. In Lettera al mondo Chiara Bucci, con la sua voce, il suo corpo, la sua esperienza professionale, fa una sintesi, una distillazione di tutto ciò che è teatro, natura e che ama. Ci lascia la nostalgia e la tristezza di qualcosa che non esiste più o che sta lentamente dissolvendosi come i ghiacciai. Rimane in una solitudine segreta e nascosta della cripta come un profeta/veggente/aedo che lancia il suo “SVEGLIA!” in un mondo oscurato nelle tenebre. E quando non è la natura a comprometterci l’essere umano non manca di imporsi regole, convenzioni e modelli capaci di annientare lui stesso, creando quel profondo dissidio tra giusto e sbagliato, bene e male, che lacera la profonda trama del suo ego. Have you ever been (il)legal? è la provocatoria domanda che Sara Leghissa pone nell’omonimo spettacolo il quale, alludendo al paesaggio urbano e alla gente che lo abita, è un’azione politica che vuole riflettere sulla doppia natura della legalità e dell'illegalità la cui distinzione si ridefinisce continuamente. Si ricolloca nel tempo, nella cultura, nelle nuove condotte sociali che mutano a seconda del punto di vista e del momento storico. Un processo, questo, che ha inizio da bambini quando si è ancora privi di maschera ma gli infingimenti iniziano a disegnarcela in volto e a deformarci, sommergendo la nostra bellezza individuale. E’ questo il messaggio che l’artista indiana Malikka Taneja ha voluto trasmetterci con Be careful, un monologo spietato e teso in cui dall’identità primordiale ed autentica si cade nel precipizio: l’educazione alla paura impera e viene lentamente succhiata dentro e trasforma l’essere al di fuori per mettere barriere al di dentro e farsi sempre più lontani, introvabili anche a noi stessi. La paura appresa ci chiude nel guscio materiale e metafisico dei vestiti, delle cose e delle parole che non disvelano la realtà ma bensì l’occultano con una vuota lallazione che logora sempre di più l’identità. La maschera diventa infine risposta alla società. E certamente il potere non è una dimensione avulsa da tutto questo tanto che la maschera per antonomasia, Arlecchino, solitamente associata ad una furbizia opportunista ma bonaria, diviene caleidoscopio di volti in un’esplosione di trasformismo che vede la libertà dionisiaca della danza accostata all’asfissiante spirito apollineo della sete di potere. Sono Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi gli artisti di Harleking in cui i movimenti sono quelli della marionetta, veloci o estremamente lenti, ma ripetitivi e angoscianti così come il sound concept di Demetrio Castellucci. Per loro il potere è un gioco di bambini crudeli: non siamo di fronte a creature reali, vive, ma a un cliché, una silhouette che l’acculturazione, l’omologazione della società contemporanea riesce a forgiare perché annulla le particolarità.

Ilaria Drago con Andrea Peracchi in Viriditas cerca di riportare la speranza dando una risposta al disagio che “ai tempi del crollo” ci troviamo a vivere e la ricerca parte proprio dall’uomo. Se possiamo imputare alla creazione di mondi digitali personalizzati e disconnessi l’individualismo integralista di oggi, è necessario recuperare quella linfa vitale che restituisce pienezza alle cose e agli incontri. Risultato è quindi la riscoperta della lentezza e del contatto umano portato all’estremità come se i corpi, prima sconosciuti, non sappiano più allontanarsi e con le loro pose plastiche ispirate all’arte moderna e contemporanea, da Klimt a Lipchitz, recuperano energia ed emotività indipendentemente dal contesto che è infatti volutamente buio e imperscrutabile. Allo stesso modo la danza riesce a ricostruire la trama logora della nostra umanità quando diventa fenomeno di gruppo, fil rouge capace di affratellare e riavvicinarci all’ingenuità primigenia. Con No Rama e Oneness Contemporanea19 ha infatti posto attenzione anche alla dimensione istintuale e metropolitana del ballo che aiuta a ritrovare un’animalità che è irrazionalità intrisa di un forte senso del “branco”. Che si tratti di ballerine che si trasmettono parole silenziose l’una  con l’altra e si muovono come animali in cerchio lentamente, sempre attaccate al suolo con un ricorrere sensuale, continuo, ipnotico, oppure di una street dance, di una danza urbana che si richiama alle atmosfere delle città giamaicane, viene portata avanti una ricerca antropologica al fine di raggiungere un equilibrio tra le differenze. Mondo acquatico, terrestre, spaziale trovano nell’uomo una loro sintesi che permette di sviluppare altrettanto compiutamente una dimensione pubblica ed urbana la cui variegata gamma di voci è stata abilmente restituita da Monica Demuru con il suo Jukebox nell’ambito del progetto della Encyclopédie de la parole di Elise Simonet. Un menu fatto di registrazioni metropolitane, post sui social, video televisivi che su richiesta del pubblico l’attrice ha interpretato calcando i toni e le stravaganze di una realtà che sa sempre sorprenderci pur essendone singolarmente parte, come se non fossimo in grado di coglierne mai totalmente il senso e servisse la sensibilità dell’artista per farlo. La Demuru non manca di divertire e di riuscire a dimostrarci quanto spesso l’antropizzazione non ha comunque corrotto la nostra essenziale semplicità di fondo. Quella stessa semplicità che Rita Frongia ha esaltato nella sua Opinione di Zia Angelina. Una moderna videochiamata con un’anziana donna riscopre quell’innata attrazione verso una dimensione ignota come la morte, privata così di quello spirito scaramantico che è solo frutto di sovrastrutture culturali capaci pertanto di corrompere la geometricità della nostra trama profonda.

Fondamentale è sempre comunque non dimenticare che “c’è sempre tempo per essere felici” ricercando l’armonia di fondo del nostro essere nelle due espressioni artistiche che più riescono ad accordare le corde emotive della nostra sensibilità. Musica e poesia, un binomio che dall’alba dei tempi ci ha saputo riconciliare con la natura con la forza di note e parole. La stessa potenza che Andrea Trapani con la drammaturgia/regia di Francesca Macrì ha espresso con il primo capitolo de I poeti maledetti, dedicato ai componimenti di Baudelaire accompagnati dalle melodie di Mozart e da frammenti del nostro Pasolini.

Per “vivere ai tempi del crollo” il festival Contemporanea19 è riuscito a fornire un’ampia gamma di risposte, di prospettive, di visioni che l’arte della drammaturgia, della danza e della poesia sono in grado di comunicare con la potenza che comunque può venire dal corpo e dalla parola, ossia dall’uomo, alfa e omega di questo processo. L’auspicio è che l’antropocentrismo esasperato del nostro presente recuperi un equilibrio con l’universo per un nuovo Umanesimo che conceda alle diversità di esprimersi per mostrare l’unicità della loro trama nell’era dell’omologazione a tutti i costi.

Considerata la loro particolarità, l’attenzione di Gufetto per Contemporanea19 non si esaurisce qui. In arrivo anche focus specifici su Graces di Silvia Gribaudi, Bacchae di Marlene Monteiro Freitas e Birdie di Agrupación Señor Serrano.

Stay tuned!

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