CHI RESTA @Teatro delle Moline: quando si smette d’essere figli?

Dal 28 novembre al 10 dicembre al Teatro delle Moline di Bologna va in scena Chi resta, uno spettacolo scritto e diretto da Matilde Vigna, che lo interpreta insieme a Daniela Piperno. Per l’occasione, dopo la replica del 6 dicembre, Vigna presenterà insieme alla critica teatrale Rossella Menna il volume Sopravviverci. Due pezzi sulla perdita (Luca Sossella Editore, 2023), al cui interno sono raccolti i suoi Una riga nera al piano di sopra (monologo per alluvioni al contrario) e Chi resta.

Chi resta: fine di un’eredità

fotografia di scena di Luca Del Pia

I video di astronavi che decollano e pianeti coi loro satelliti proiettati sullo sfondo sovrastano il raccolto pubblico delle Moline, mentre sulla terra ferma del palcoscenico si racconta il delicato rapporto tra una madre ed una figlia. Una figlia che porta lo stesso nome di Vigna, che non riesce a liberarsi della presenza della madre, seppur le sue spoglie siano più che mortali, già cenere. La madre è morta e il tempo passa, come si deduce dalle parole di Piperno, dalla luce che di colpo si abbassa e si rialza per delineare una scansione. Matilde è stanca, là fuori non c’è futuro, valuta l’auto estinzione, deve lavorare e non ha tempo di pensare alla burocrazia della perdita, tra corone da prenotare e discorsi accorati da declamare sul pulpito della chiesa, dovere di figlia. E Piperno, da brava madre, è sempre lì con lei: per incoraggiarla, per buttarla giù, per ricordarle di sbrigarsi ad avere un figlio, di pulire casa, di dedicarsi allo skincare prima che sia troppo tardi, di mangiare, per ricordarle di essere triste ma anche felice. Litiga e fa pace con lei come se fosse in vivenza. Ma prima o poi bisogna pur abbandonare il nido. Piperno lascia il palco vestita da astronauta e Vigna, seduta a destra in proscenio, rimasta finalmente sola con la sua assenza ragiona su un’eredità che scompare: la ricetta dei tortellini che si esaurirà in lei, l’ultima figlia.

Chi resta: la scena

I costumi delle attrici (Vigna indossa una giacca e dei pantaloni di un giallo acceso, i piedi nudi, mentre Piperno è in tailleur celeste altrettanto acceso, con tanto di borsetta, scarpe con il tacco e gioielli) si stagliano nello spazio bianchissimo della scena. La quotidianità delle parole e della recitazione completano un luogo asettico, ancestrale che quasi ricorda gli interni delle astronavi, minimali e pratici. Si muovono dentro un tappeto circolare dal quale non escono mai. Oltre a loro in scena si notano un cubo ed un parallelepipedo, anch’essi bianchi, sui quali entrambe si siedono e che successivamente aprono. Sono bauli che contengono gli oggetti della memoria, che non hanno età, mischiati. Vigna viaggia tra l’infanzia e l’età adulta, tra un promemoria vocale ordinato a chissà che dispositivo tecnologico e un succo di frutta bevuto tutto d’un fiato proprio come farebbe una bimba, stanca e assetata dopo un pomeriggio di giochi. Ed è tutto questo che tira fuori dal baule al centro della scena: vestiti di carnevale, paperelle e peluches, ma anche una padella, una caffettiera.

Chi resta: un discorso non concluso

elaborazione di Antonio Visceglia

Vigna si muove sincera tra le sue parole, colorate dalla cadenza veneta, e racconta di una madre che per lei è stata solo madre, tanto che le viene difficile durante il funerale parlarne dal pulpito. Il rapporto tra una madre ed una figlia è fisiologicamente ambiguo, pieno d’amore e d’odio, condito da un conflitto generazionale che non manca mai, rendendo il tutto ancora più complicato. Piperno nel suo costume d’astronauta inquieta nonostante la targhetta sul suo petto reciti “mamma”, rassicurante. Eppure è questo che alla fine sembrano i genitori: tanti Armstrong in visita sui pianeti dei loro figli, chissà per quanto tempo; ma si sa che prima o poi andranno via. E chissà se avranno piantato una bandiera o lasciato delle impronte. La morte è appunto materia di chi resta, con la quale confrontarsi sempre. Due donne si avvicinano, gravitano tra loro ma non si incontrano mai e di tutto ciò rimane il rimpianto e l’ombra della fine della specie, che non vedrà più un’altra madre e un’altra figlia. Quello che resta invece uscendo dalla sala è il coraggio di trattare un argomento con così tanta verità nello sguardo e nelle parole ma che forse potrebbe andare ancora più a fondo, oltre l’immedesimazione nel privato di ciascuno spettatore. Che rimane desideroso del contatto che Vigna stessa in un’ora ha cercato di instaurare tra lei e il pubblico, tra il pulpito e le panche della chiesa.

Visto il 30 novembre

Dati artistici

ideazione e regia Matilde Vigna, Anna Zanetti

con Daniela Piperno, Matilde Vigna

video Federico Meneghini
progetto sonoro Alessio Foglia
musiche originali spallarossa
luci Umberto Camponeschi
dramaturg Greta Cappelletti
consulenza, scene e costumi Lucia Menegazzo
consulenza scientifica dott. Matteo Nobili
scene costruite nel Laboratorio di Scenotecnica di ERT
responsabile del Laboratorio e capo costruttore Gioacchino Gramolini
costruttore Sergio Puzzo
scenografa decoratrice Benedetta Monetti
direttore tecnico
Massimo Gianaroli
capo elettricista Sergio Taddei
fonica Manuela Alabastro
sarta Elena Dal Pozzo
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
in collaborazione con La Corte Ospitale
con il sostegno del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”

elaborazione immagine astronauta Antonio Visceglia
foto di scena Luca Del Pia

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF