DECAMERON 2.0 @ Teatro Metastasio: come essere boccacceschi nell’era della nuova pestilenza

La stagione 2018/2019 del Teatro Metastasio Stabile pubblico della Toscana si è aperta lo scorso 25 ottobre con Decameron 2.0, una nuova produzione del MET con la collaborazione di Spoleto61 Festival dei 2mondi. A confrontarsi con la celeberrima raccolta di Giovanni Boccaccio è stavolta Letizia Renzini che si è occupata anche della regia e del video con la drammaturgia curata da Theodora Delavault. Un avvio di stagione coraggioso e ambizioso con cui il Metastasio si conferma come una delle realtà teatrali più dinamiche e contemporanee della scena regionale e financo nazionale.  

A più riprese il capolavoro della letteratura trecentesca è stato osannato per la sua modernità e per la liberalità di costumi che hanno saputo scardinare la tradizione letteraria e traghettare la lingua italiana nell’era moderna. Raccogliere l’eredità di Boccaccio non significa, pertanto, rivestire di abiti moderni i personaggi delle sue novelle infarcendo magari il testo di lessico contemporaneo. L’obiettivo più ambizioso ma anche più rispettoso dello spirito antico consiste nel chiedersi come sarebbe possibile affrontare una nuova pestilenza e approcciarla con piglio boccaccesco nell’era della digitalizzazione e della globalizzazione. Magari raggiungendo un proporzionale livello di scandalo e di liberalità così come avvenuto quasi 700 anni fa. Insomma come avrebbe fatto Boccaccio in un mondo 2.0.

Questa è la sfida che Letizia Renzini ha deciso di raccogliere e di fare sua e la risposta è andata in scena dal 25 al 28 ottobre sul palco del Teatro Metastasio di Prato. Il suo spettacolo, il cui testo originale è in inglese ad opera di Theodora Delavault, è un flusso di scene in cui l’esibizione teatrale si intreccia alla performance artistica nel tentativo di incorniciare parole e sentimenti. Ma nell’era della crisi di identità, di valori, del lavoro, nell’era del relativismo estremo, in cui ognuno è come canna al vento sferzata dal cinismo e dalla ferocia, la cornice non è fatta per contenere ma per individuare qual è il confine da superare. Così da una scena all’altra i ballerini sul palcoscenico si muovono come ispirati da una forza superiore all’interno di una enorme cornice sullo sfondo della scenografia che però è incapace di delimitare il contesto in cui si sviluppano le vicende. Pertanto le proiezioni di immagini e parole che riempiono il fondo debordano continuamente, provenendo da un piano indefinito; quel piano indefinito che ricorda la dimensione magica e superstiziosa di cui molta della cultura tardo medievale era infarcita. E se la dea Fortuna si divertiva un tempo a giocare con le vite degli uomini rimescolando le carte del loro destino, i suoi responsi sono oggi una sequenza casuale, o meglio randomica, di vocaboli in lingua inglese vomitati su uno schermo e frutto di un algoritmo. Solo rimettendo in ordine le parole, come vaticinî di una Sibilla Cumana 2.0, è possibile recuperare la mappatura del percorso da seguire per uscire dalla pestilenza.

Se l’epidemia boccaccesca è fatta di nauseanti pustole, oggi a dilagare sono la disoccupazione e il cinismo, che nell’era dei selfie ci spingono a non fotografare più il mondo davanti ma quello dietro perché in primo piano dobbiamo esserci sempre e solo noi. Pertanto di fronte al trattamento brutale riservato da Nastagio degli Onesti alla giovane Traversari, proiettato digitalmente con ritmi accelerati e con tratti caricaturali, i ragazzi di oggi, riuniti come tanti singoli per sfuggire alla malattia, non provano nessun senso di pietà ma abbassano il capo sul loro smartphone per scambiare messaggi o fotografarsi. Una sorta di dittatura del cinismo che non risparmia nemmeno Lisabetta da Messina, l’inconsolabile innamorata che ha deciso di piantare la testa del suo amato, ucciso dai fratelli, in un vaso di basilico innaffiato con le sue lacrime. Un atto di amore che si esaurisce quando proprio Lisabetta utilizza quello stesso basilico per frullarlo e berlo, senza nessun rimpianto o senso di ribrezzo per il significato del suo gesto. Una implacabile Giuditta 2.0 che giunge a nutrirsi della testa del suo Oloferne.  

L’autoreferenzialità è protagonista anche dell’ultima parte della rappresentazione in cui compare in video la soprano Lore Binon, desolatamente posta di fronte ad una webcam per confrontarsi con la sua solitudine e consegnare ai suoi followers una sorta di testamento spirituale che lascia intravedere l’inesorabilità del proprio destino di fronte alla digitalizzazione estrema. E non quella fatta per costruire ponti ma quella fatta per distruggere i rapporti ed indebolirci di fronte all’inaridimento della dittatura del cinismo.

La molteplicità di stimoli visivi e uditivi che bombardano letteralmente lo spettatore è sapientemente interrotta dalla sinuosità e dall’armonia dei ballerini Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Marina Giovannini e Lucrezia Palandri. Sono loro il vero ed unico elemento umano sul palcoscenico, capaci di lasciarsi permeare dalle emozioni e dalle paure che riflettono verso il pubblico come specchi di un’umanità silenziosa e feroce. Feroce come il flusso di immagini sullo sfondo che travolgono i personaggi al ritmo della musica elettronica suonata dal vivo sul palco da Andy Moor. Contrastante il rapporto tra la durezza dei suoni, capaci di catapultare lo spettatore in un vortice caotico e talvolta schizofrenico, e le ambientazioni proiettate sullo schermo, ispirate chiaramente alla pittura tre-quattrocentesca che più volte ha omaggiato lo stesso Boccaccio, a partire dal Botticelli con la sua serie di tavole su Nastagio degli Onesti. Quella stessa pittura cui l’apprezzabile coreografa Marina Giovannini si è ispirata per le rappresentazioni danzate dai ballerini sul palco. A completare il quadro delle nuove tecnologie 2.0 la live camera di Letizia Renzini e il brano rap Muoviti, Amore, e vattene a Messere di Drone 126, tratto dal testo originale del Decamerone.

Non c’è spazio per la recitazione tradizionale in questo Decameron 2.0. Anche laddove si lascia spazio all’originale boccaccesco, le novelle sono declamate dall’interno di quello sfondo digitale in cui gli ologrammi delle attrici Monica Piseddu e Monica Demuru scompaiono e ricompaiono tra gli alberi e le rocce fatti non di rami e foglie ma di pixel sullo schermo. E qualvolta si sceglie di affidare alla voce dal vivo il racconto delle vicende, in un’era fatta di anglicismi esasperati e pretestuosi, non si può non affidarsi alla lingua inglese e alla voce suadente di Theodora Delavault.     

Così come nella Firenze del 1348 la sopravvivenza sia fisica sia morale di un gruppo di ragazzi è stata possibile grazie alle loro narrazioni e ai loro rapporti umani in una sorta di bucolica gabbia dorata, ancora oggi continuiamo a raccontarci storie per continuare a vivere, come recita il sottotitolo dello spettacolo. Ma se queste storie continuano ad alimentare cinismo ed egoismo per palesare una serenità fragile fatta di solitudine, cui prodest? Se continuiamo a vivere di ossimori nei quali l’ordine cui ci aggrappiamo è caos e il caso è algoritmico, vale la pena pagare questo prezzo? Le novelle di Decameron 2.0 non forniscono risposte o certezze ma aprono ad interrogativi implacabili sui quali uno si impone per la sua disarmante banalità: “Is it human?”.

 

“DECAMERON 2.0”

The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere

dal Decamerone di Giovanni Boccaccio
ideazione, regia, video Letizia Renzini
drammaturgia Theodora Delavault
coreografia Marina Giovannini
musiche, text film Yannis Kyriakides
collaborazione alle musiche Andy Moor

con Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri
live electronics Yannis Kyriakides
chitarra elettrica, chitarra baritona Andy Moor
live camera Letizia Renzini
in video Lore Binon, Monica Piseddu, Monica Demuru

realizzazione e produzione video Raffaele Cafarelli/Red-Fish
luci Moritz Zavan
costumi Boboutic

produzione del brano Muoviti, Amore, e vattene a Messere su testo di Giovanni Boccaccio a cura di Drone 126

si ringrazia Lorenzo Pazzagli, CANGO-Centro nazionale di produzione/Virgilio Sieni, CAB008

produzione Teatro Metastasio di Prato
con la collaborazione di Spoleto61 Festival dei 2Mondi

 

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