BELVE @ Teatro Metastasio. Liberi di sedersi al tavolo?

BELVE – una farsa – è l'atteso nuovo spettacolo della coppia artistica Massimiliano Civica e Armando Pirozzi, freschi vincitori del Premio Ubu, che ha debuttato a Prato al Teatro Metastasio che ne firma la produzione con il Centro di Residenze Artistiche Armunia di Castiglioncello. Notizia fresca anche l'Hystrio 2018 per la regia.

Nel teatro gremito per il debutto, le chiamate di sala annunciano con un gusto un po' retrò lo spettacolo avrà inizio tra 5 minuti… lo spettacolo avrà inizio tra 1 minuto… lo spettacolo ha inizio quando Monica Demuru a luci ancora accese si affaccia dal sipario e ne mima i tiranti, scoprendo la lunga tavola di una casa borghese. Al fragore del campanello-allarme, accolto ritualmente da un urlo, la mogliettina attende a braccia aperte sul lato del palco il marito, Aldo Ottobrino, che rientra da lavoro, stanco della lotta nelle Termopili della grande crisi facendosi strada a morsi tra gli schizzi di sangue, mentre lei per accoglierlo vuol darsi a lui selvaggiamente come l'ultima delle donne all'ultimo degli eroi.

Il quadretto familiare di Betta e Pippo è sconvolto dall'arrivo di ospiti inattesi a cena: Giorgetta e Giocondo, Alessandra De Santis e Salvatore Caruso, vicini di casa e rivali in affari la cui eliminazione a base di cianuro e veleno per topi la settimana prima non è andata a buon fine: stasera ci riprovano con le cozze, o, se non funziona, con una 44 Magnum.

Durante la cena si alternano le visite di personaggi altrettanto grotteschi, interpretati dalla camaleontica coppia Alberto Astorri e Vincenzo Nemolato: il Cardinale Sansovino o Sa-di-vino e il suo chierichetto, afflitti dalla magra spirituale e impegnati a salutare i fedeli più solidi economicamente, cosa che annoverano tra i doveri spirituali; il killer professionista Luciano, che per hobby fa il rapper DjX Cagopardo, parla in rima e scappa con la sua sciroccata groupie invece che assolvere al macabro compito; infine la coppia di poliziotti Cowboy in occhiali da sole alla Chips, inaspettatamente esperti di esoterismo e della profezia del milionesimo discendente del Bramino.

Un Carnevale di Viareggio nella sala da pranzo di una famiglia rispettabile (certo solo se non si tiene conto dei propositi omicidi).

Ecco servita in tavola la farsa, come recita il sottotitolo: gli ingredienti sono le parole di Pirozzi e la regia di Civica alla dichiarata ricerca della risata, il ripetersi di tormentoni, i gesti volgari che contraddicono le parole gentili, i temi concreti, quasi grevi, impregnati di un materialismo ridanciano e dissacrante, conditi di un certo compiacimento e malizia raffinata dell'autore e del regista. Lo spettacolo tiene nella prima parte i toni della farsa cattiva di stampo anglosassone, alla Alan Bennett, anche se nel corso della rappresentazione perde naturalezza spingendo la cattiveria sempre più verso il paradossale, portando i personaggi ad assurde caricature di loro stessi, toccando i toni della commedia nostrana, non così originale, fatta di un sistema di equivoci e soluzioni non giustificate, nei ranghi della tradizione vernacolare più classica a cui dichiaratamente si ispira il regista.

Gli attori lavorano in scena con una precisione totale nella ritualità dei movimenti, nella caratterizzazione estremizzata, nei tempi comici della recitazione di battute irridenti e feroci, negli atteggiamenti fisici gestiti con la padronanza di attori molto preparati: certo la scelta del cast è stata oculata e azzeccata. Il lavoro di precisione maniacale della regia li ha resi perfetti ingranaggi del meccanismo cercato sulla scena ad ogni battuta che con semplicità disarmante aggiunge una stranezza in più alla trama dello spettacolo. Come da copione farsesco ogni complicato intreccio è risolto negli ultimi minuti con una happy end d'obbligo, commentata dal trionfale Inno alla Gioia finale. Nessun contributo agli attori è dato da cambi luci o suoni quasi del tutto assenti; la scena è fissa e poco d'impatto, con la lunga tavola in primo piano; i costumi caratterizzano cromaticamente le coppie: in celeste cenere spento i padroni di casa, crema e beige gli ospiti, e neri gli avventori.

Massimilliano Civica si conferma un regista capace di lavorare con gli attori nella semplicità della scena, con un'opera di cesello tecnico apprezzabile, ma fin troppo palese che snatura la credibilità dei personaggi in una satira sulla famiglia perfetta in cerca di un riscatto sociale che si spinge fino ad effetti surreali, anche se senz'altro intelligenti. I personaggi portano in scena le battute con un ritmo dilatato (a tratti con voce anche troppo bassa e monocorde, forse complice la tensione da debutto) rischiando l'effetto di stancare senza motivo l'attenzione dello spettatore, in una vicenda dove l'evoluzione drammaturgica è debole e affidata solo ai colpi di scena assurdi e volutamente privi di senso, degni quasi di una soap opera sudamericana, dove gli spunti comici non trovano appigli alla realtà. Civica scriveva qualche giorno prima dello spettacolo “Armando Pirozzi, consegnandomi il testo di BELVE, mi disse: Questa volta staccano le poltrone e ce le tirano!” Forse non aveva torto.

 

Tuttavia leggiamo proprio in questa estremizzazione e scollamento dal reale la vera provocazione di Civica. La satira nella trama sembra non colpire niente che valga la pena di essere schernito, criticato, graffiato: gioca su stereotipi e luoghi comuni cercando non tanto la comicità quanto la banalità del meccanismo comico e proprio per questo disarmante per lo spettatore. Il cardinalone mangia soldi cinicamente e candidamente corrotto; la groupie-uomo con le mossette stereotipate da gay consumato; la famiglia borghese che salva le apparenze nascondendo, come fa la cara Betta, il fiasco sotto il tavolo; la lotta per i soldi e il potere nella crisi economica, unico obiettivo rimasto in una società sempre più parcellizzata e individualista. Tutti questi spunti, anche divertenti per come realizzati, di per sè non aggiungono nulla di davvero nuovo alla riflessione sull’umanità che lo stesso Civica auspica e riconosce all’arte teatrale come punta avanzata dell’umanesimo, nell'intervista di Simone Nebbia su Teatro e Critica.

Dunque se è a teatro che ci si interroga sulla vita, sul senso dell’esistenza, sulla società, allora dobbiamo cercare oltre ciò che BELVE ci racconta, oltre l'artificio tecnico, concentrandoci sulle motivazioni non immediate del messaggio. Scrive, giustamente, Andrea Porcheddu su Gli Stati Generali che si tratta di una risata agghiacciante che ci pianta un chiodo in fronte ogni volta che ridiamo della povertà d’animo delle belve, ma di quelle vere.

Nonostante ciò che Civica racconta nelle note di regia, la farsa BELVE non ci è sembrata popolare e immediata: questo spettacolo costringe lo spettatore ad andare molto oltre le sensazioni immediate che suscita. L'effetto è lo stesso si quando Antonio Albanese nei panni di Cetto La Qualunque ghiaccia il pubblico con la frase io sono la realtà… voi siete la fiction!” e sprofonda nel dramma della verità, esagerato e spinto ma orrendamente vero. Il classismo immutabile che ci presenta Civica nella finzione teatrale di cui abbiamo riso, insieme alla risatina gelida del personaggio di Giorgetta, caricata al punto giusto e non sopra le righe, si infrange nella consapevolezza dello spettatore che solo pochi hanno avuto e avranno sempre il potere sulla specie umana, che nonostante il talento che puoi avere, saltare il grande fossato che divide gli uomini normali dallo scoglio del potere è impossibile, come dice Giocondo, svelando la morale al pubblico. Ma il dramma non è realmente questo, che del resto sarebbe banale: il problema è che mentre c'è chi ride sulle macerie di un terremoto, chi amministra rubando, chi tratta con la mafia, chi gioca a chi-ce-l'ha-più-lungo tra un armamento nucleare e una strage, c'è la gente normale che resta goccia di mare inutile, ma non meno meschina, perchè vorrebbe essere sullo scoglio del potere senza interrogarsi sulla propria moralità: è questo il vero chiodo in fronte piantato da Civica allo spettatore. Il pubblico vorrebbe vedere in teatro eroi che abbracciano ardue imprese, ma come diceva Cechov coi suoi spettacoli, la realtà è fatta di donne e uomini meschini che occupano la maggior parte del proprio tempo in cose inutili e poco edificanti.

Negli stessi giorni di BELVE L'Amaca di Michele Serrra, a proposito delle intimidazioni di alunni contro professori, smascherava in poche righe la struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società: vanno al liceo i figli di quelli che avevano fatto il liceo, scoprendo di fatto l'acqua calda. Eppure quello scritto su La Repubblica ha suscitato un putiferio di polemiche, accuse di classismo snob da sinistra radical chic (giudizio condivisibile o meno sulla figura di Serra), senza soffermarsi sulla verità banale ma agghiacciante che anche Civica ci mostra in scena. Lo scandalo nato dalle affermazioni di Serra e la farsa BELVE dimostrano che la società liquida di oggi (più trasversale e aperta?) ha ancora bisogno di interrogarsi a lungo sulla necessità di riscatto di classe di cui parlavano Engels e Marx: l'argomento non è affatto chiuso.

 

 

 

Info:

BELVE – una farsa –

di Armando Pirozzi

uno spettacolo di Massimiliano Civica

costumi di Daniela Salernitano

luci di Roberto Innocenti

con Alberto Astorri, Salvatore Caruso, Alessandra De Santis, Monica Demuru, Vincenzo Nemolato, Aldo Ottobrino

produzione Teatro Metastasio di Prato

con il sostegno di Armunia Centro di Residenze Artistiche Castiglioncello

Foto di Duccio Burberi

 

PRIMA ASSOLUTA

Teatro Metastasio

17/22 aprile 2018

 

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