ANTONIO E CLEOPATRA @ARENA DEL SOLE: uno Shakespeare lirico e posticcio

Valter Malosti porta in scena all’Arena del Sole, dal 17 al 21 gennaio, Antonio e Cleopatra di William Shakespeare. È uno spettacolo sicuramente grandioso e tecnicamente pulito, ma manca qualcosa.

Antonio e Cleopatra: l’eros e il potere

L’amore tra Antonio e Cleopatra scoppia contro il volere del mondo intero. Il loro amore scabroso e strabordante cozza con il pragmatismo e il dovere politico romano. È un’opera estremamente complessa, è una tragedia che mette a nudo il sacro e profano dei desideri umani più carnali che niente hanno a che fare con la crudeltà maschile della guerra.

Malosti decide di restituirci questa tragedia melodrammatica in chiave grottesca, quasi comica, tendente al kitch, scelta interessante. Tuttavia, questo Antonio e Cleopatra sembra non crederci davvero, non vuole prendersi sul serio ma non ha il coraggio di farlo fino in fondo, vuole sfiorare il camp ma ha paura del pubblico borghese e attempato di un teatro come questo. Le parti comiche tutto sommato reggono, ma spesso quelle drammatiche tendono a cadere piatte, in uno spettacolo così lirico e classico scadono nel descrittivismo.

Le 2 ore e 20 senza intervallo non pesano più di tanto, si soffrono forse egli ultimi 40 minuti, apice della tragedia che però risulta in scene lunghissime e descrittive, poco ispirate.

Uno Shakespeare che è innovativo solo a parole

Valter Malosti, regista e interprete di Marco Antonio, sicuramente sa quello che fa, sa come si sta sul palco, sa cosa piace al ricco pubblico borghese. È un ottimo spettacolo, se fosse stato fatto una generazione o due fa. Il teatro stabile è teatro d’innovazione, anche dei classici volendo, non è teatro di botteghino, questo Shakespeare neanche ci prova ad essere innovativo, a differenza di ciò che millanta il foglio di sala, che parla di baccanali e politicamente scorretto (termine che tanto piace alla vecchia guardia che lo usa come scusa per essere fuori luogo e offensivo per paura di non essere al passo coi tempi).

Questo spettacolo così classico è senza dubbio ricolmo di elementi estremamente positivi. I costumi maestosi e pomposi sono perfetti per questi ambienti ricchi e viziosi, persino quando si tratta dei crudi e pratici romani. Luci e musica molto classici ma perfetti, potenti, elevano una scenografia che forse scade un po’ nello strehleriano della vecchia guardia.

Valter Malosti regista, attore, divo, capo supremo

La regia, seppur pulita e consapevole, porta gli attori tecnicamente solidi a cadere nel lirismo posticcio, ma fin dall’inizio ci rivela la sua vera natura: tutto serve a far spiccare Valter Malosti a tutti i costi senza che ce ne sia bisogno.

Una scena che quasi desta imbarazzo è lui che scende in mezzo al pubblico, il tutto in modo assolutamente gratuito, rivolgendo il discorso di Marco Antonio ai soldati come una stomachevole metafora del grande divo attore che viene in mezzo al suo pubblico che lo ama e lo venera.

Questa autocelebrazione culmina nel suo personaggio, morto nella scena prima, che entra rovinando la straordinaria ultima scena del suicidio di Cleopatra, dicendo le ultime battute al posto suo.

Non vogliamo a tutti i costi vedere la rappresentazione dell’ego fallocentrico che deve spiccare a tutti i costi, prepotente e machista, inconcepibile in un teatro d’arte soprattutto se a metterla in atto è il direttore, sia per motivi etici sia per motivi banalmente di buona creanza scenica.

Malosti è un attore tutto d’un pezzo, ma qui risulta fiacco. All’inizio della messa in scena si sente in diritto di annunciare che reciterà nonostante un terribile abbassamento di voce, come se un attore con una tale esperienza dovesse trovare una giustificazione a tutti i costi. Per assurdo la mancanza di voce ha reso la sua recitazione non banale, ma la sua interpretazione continua a cozzare con l’impostazione molto classica degli altri attori, quasi tira via le battute.

Un cast che è un balsamo per l’anima

Cleopatra è una diva isterica e narcisista, tuttavia talmente carismatica e favolosa dal non cascare mai nel ridicolo. Tutto questo è merito di Anna Della Rosa, un’attrice che nonostante la carriera pressoché impeccabile non smette mai di sorprendere in ogni suo ruolo, con il suo stile lirico ma mai stucchevole, sopra le righe ma mai sguaiato, grottesco ma mai finto. Una dea totalmente all’altezza della Cleopatra shakespeariana, che interpreta magistralmente.

Danilo Nigrelli è un ottimo Enobarbo, ci restituisce tutto il peso dell’uomo che tradisce l’amico di una vita per pura sete di potere, pentendosene amaramente, si percepisce quasi fisicamente il masso della vergogna sulle sue spalle.

Dario Battaglia è un Cesare Ottaviano spietato ma al contempo integro, l’impostazione vocale e la presenza scenica di Battaglia ci fanno dimenticare il lavoro registico solido ma anacronistico. Ivan Graziano è Agrippa, viscido e calcolatore e insieme piacione, perfetto in scena con il Cesare Ottaviano di Battaglia.

Massimo Verdastro è l’indovino che fin dall’inizio presagisce inascoltato la tragedia. Verdastro gli dà una lettura quasi di dolce e saggio mago, senza però renderlo stucchevole. Paolo Giangrasso è un messaggero patetico nella sua accezione per assurdo più positiva, quasi fantozziano.

Noemi Grasso interpreta Incanto, un personaggio inedito che incarna il molteplice ruolo delle varie ancelle di Cleopatra. È rozza, furba e sensuale, Grasso è un fuoco che brucia dall’inizio alla fine.

Dario Guidi è Eros, rappresentato come un sensuale angelo dorato dalle ali nere. Guidi è una presenza androgina ed eterea, quando entra in scena cantando e suonando l’arpa l’intera sala trattiene il respiro. La scena del suo suicidio è l’unica, eccezion fatta per quella di Cleopatra, che riesce a sollevare le scene finali lunghe, noiose e descrittive.

Flavio Pieralice e Gabriele Rametta sono giovani attori estremamente promettenti, che riescono a sorreggere ruoli tanto pesanti senza venir schiacciati dai colleghi più anziani. Carla Vukmirovic è una povera Ottavia eterea, sconsolata, forse la regia che la trasforma in una donna angelo vestita da signorina inglese tardo ottocentesca non le rende molta giustizia, ma per il resto porta dignitosamente a casa il suo ruolo.

Tirando le somme

In conclusione, abbiamo assistito ad uno spettacolo tecnicamente ottimo, merita decisamente la sufficienza, è visivamente splendido e gli attori sono professionisti impeccabili, ma non ci dice molto, forse è vero che il teatro ha ancora troppa paura di non prendersi sul serio e di uscire dalla sua bolla di retoricità e cliché.

di: William Shakespeare

uno spettacolo di: Valter Malosti

traduzione e adattamento: Nadia Fusini e Valter Malosti

con: Anna Della Rosa, Valter Malosti, Danilo Nigrelli, Dario Battaglia, Massimo Verdastro, Paolo Giangrasso, Noemi Grasso, Ivan Graziano, Dario Guidi, Flavio Pieralice, Gabriele Rametta, Carla Vukmirovic

Scene: Margherita Palli

Costumi: Carlo Poggioli

disegno luci: Cesare Accetta

progetto sonoro: GUP Alcaro

cura del movimento: Marco Angelilli

maestro collaboratore Andrea Cauduro

assistenti alla regia: Virginia Landi, Jacopo Squizzato

assistenti alle scene: Marco Cristini, Matilde Casadei

assistenti ai costumi: Simona Falanga, Riccardo Filograna

chitarra elettrica live: Andrea Cauduro

arpa celtica live: Dario Guidi

produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, LAC Lugano Arte e Cultura


foto di scena
Tommaso Le Pera

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