AMORE @Arena del Sole: come ombra e sabbia

Dal 14 al 17 dicembre all’Arena del Sole di Bologna va in scena Amore di Pippo Delbono, uno spettacolo del 2021 che finalmente raggiunge il pubblico bolognese, dopo l’annullamento delle repliche nella stagione scorsa 2022/2023. Per l’occasione, Emilia Romagna Teatro Fondazione organizza #FocusPippoDelbono, un programma fitto di incontri con accademici e Delbono stesso per indagare sul suo percorso artistico e sul tema della pièce in particolare.

Amore: una dichiarazione di intenti

Prima che le luci si spengano in sala, Delbono entra in platea per posizionarsi alla regia, avvolto in un elegante completo bianco e nessuno può fare a meno di seguirlo con lo sguardo: un concerto non può avere inizio senza il suo direttore d’orchestra. Ma ciò che ha inizio sul palcoscenico è così travolgente che presto si abbandonano tutte le coordinate temporali e spaziali. Si assiste ad una riflessione sensoriale sulla parola amore in cui il discorso sembra muoversi dal generale al particolare: amore come “l’amore”, il sentimento universale, ma che può diventare il nome proprio con cui chiamare un amante.

Amore: una visione che dura un’ora

fotografia di scena di Luca Del Pia

Nel rosso che li inonda, i corpi in scena interpretano se stessi e le loro capacità di attori, ballerini, cantanti e musicisti, mentre la voce dal vivo di Delbono recita poesie di grandi scrittori e le sue stesse parole; lo si sente respirare, le labbra dischiudersi, deglutire, alle volte prolungare delle sillabe per trasformarle in note, tutto trasportato dalla sua ormai celebre sonorità e cantilena. Un albero secco troneggia sul palco, feticcio di mortalità, punto d’arrivo della pièce, ma che al contrario proprio alla fine inizia a germogliare, mentre un attore lo decora con rami pieni di fiori. La tradizione del fado, della poesia portoghese e dei dialetti di alcune specifiche zone non allontana chi non ne comprende l’idioma ma anzi alimenta un sano mistero in un discorso che vuole raggiungere l’universale. Due che tirano una corda dalle parti opposte, un uomo che abbraccia un sacco di sabbia bucato, un’esile donna che seduta su uno sgabello è sola in balia del vento: sono alcune delle immagini dell’amore, che si riuniscono in un cerchio attorno all’albero, girandovi intorno tenendosi per mano. Tutto si conclude in una festa in maschera per celebrare gli amori morti che rimangono sempre tra noi, tra chi resta. Un amore immortale, che si evita, si cerca e si esige, come scrive Delbono stesso.

Amore: Delbono e Frazão raccontano

fotografia di scena di Luca Del Pia

Sono evocazioni, immagini, quadri quelli che si alternano e coesistono sul palco, che non impediscono comunque ad una biografia, ad un io di emergere. Oltre ai volti già noti della compagnia, spicca quello di Aline Frazão, giovane cantautrice dell’Angola, che dal proscenio tra una canzone e l’altra racconta al pubblico di come Delbono l’abbia coinvolta nel progetto. Racconta l’eredità della sua terra, colonizzata proprio dallo stesso Portogallo immaginifico, che in tempi bui l’ha privata del suo dialetto e della sua tradizione musicale. A farle compagnia nella viva voce è proprio Delbono con la sua cifra stilistica. In un testo che sembra stia redigendo in quello stesso istante, d’un tratto scuote il pubblico dal torpore e chiede di girarsi per notare che è proprio tra di loro che sta leggendo. Ed è così che inizia a raccontare anche lui una storia dentro una storia: la genesi dello spettacolo. Che nasce da una perdita e la cui prima presentazione al pubblico è stata impedita dalla pandemia del 2020 che lo vede prigioniero a Catania, mentre l’Etna ribolle, esprimendo il desiderio di libertà dell’umanità intera. La continua intromissione del reale nella finzione e la riformulazione dei loro stessi spazi nel bel mezzo della messa in scena non può che culminare nel ricongiungimento del regista con la sua stessa opera: lentamente, alzandosi dalla sedia della regia, percorre la prima metà della platea fino a salire gli scalini del palco, un piede alla volta con fatica, perdendo un attimo l’equilibrio per riacquisirlo subito, raggiungendo l’albero, il suo albero, sotto il quale si distende, mentre viene eseguita l’ultima canzone che intrattiene il finale carnevale dei morti.

Amore: una luce che interroga

Tra tutti gli elementi, è la luce che orchestra la messinscena, che racconta e dirige lo sguardo degli spettatori. Una luce che trasforma il rosso del fondale in un viola inquietante, che a tratti tramuta la scena in un luogo di culto, dove sembra che presto avverrà un contatto con la divinità. La piccolezza degli interpreti, spesso soli in mezzo a tutto quel rosso ma illuminati frontalmente, diviene un’enorme ombra che troneggia al centro del fondale. La stessa illuminazione che rende inquietante e minaccioso l’albero spoglio, la cui ombra ricorda la mano nodosa di una strega. Il volume del corpo danzante di Grazia Spinella genera altre due gemelle, la cui coreografia davanti ai fari è eseguita da un corpo di ballo che per più di metà non esiste. La pièce abita indistintamente il palco e la platea, in alcuni momenti illuminata a giorno, riformulando il luogo teatro, impedendo che qualsiasi limite venga posto alla riflessione, al discorso artistico, per incunearsi nei meandri della sensorialità e dell’intimo di ogni spettatore. Una fruizione finalmente libera di uno spettacolo che continua mentre il pubblico abbandona la sala, che non finisce lì; tra le mani il libretto di sala dalla copertina rossa come il fondale, albo privato di ricordi, foto di scena, ritratti a matita degli interpreti, volti comuni da riconoscere come fossero quelli di familiari.

Visto il 14 dicembre

Dati artistici

Compagnia Pippo Delbono

uno spettacolo di Pippo Delbono

con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Aline Frazão, Mario Intruglio, Pedro Joia, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Miguel Ramos, Pepe Robledo, Grazia Spinella

musiche originali Pedro Jóia di autori vari

collaboratori artistici Joana Villaverde (scene), Elena Giampaoli (costumi), Orlando Bolognesi (luci), Tiago Bartolomeu Costa (consulenza letteraria)

suono Pietro Tirella
capo macchinista Enrico Zucchelli
responsabile di progetto in Portogallo Renzo Barsotti
responsabile di produzione e distribuzione Alessandra Vinanti
organizzazione in produzione Silvia Cassanelli
organizzazione Davide Martini
assistente di produzione Riccardo Porfido

direttore tecnico tournée Fabio Sajiz
personale tecnico in tournée Pietro Tirella/Giulio Antognini (suono), Elena Giampaoli/Carola Tesolin (costumi), Orlando Bolognesi/Alejandro Zamora (luci), Enrico Zucchelli/Mattia Manna (scena)
Assistente volontaria in Portogallo Susana Silverio

produttore esecutivo Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
co-produttori associati São Luiz Teatro Municipal – Lisbona, Pirilampo Artes Lda, Câmara Municipal de Setúbal, Rota Clandestina, República Portuguesa – Cultura / Direção-Geral das Artes (Portogallo), Fondazione Teatro Metastasio di Prato (Italia)
co-produttori Teatro Coliseo, Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires e ItaliaXXI – Buenos Aires (Argentina), Comédie de Genève (Svizzera), Théâtre de Liège (Belgio), Les 2 Scènes – Scène Nationale de Besançon (Francia), KVS Bruxelles (Belgio), Sibiu International Theatre Festival/Radu Stanca National Theater (Romania)
con il sostegno del Ministero della Cultura (Italia)

Si ringraziano per la messa a disposizione dei costumi per le prove: São Luiz Teatro Municipal di Lisbona, Théâtre de Liège e la Compagnia Teatro O Bando

foto di Luca Del Pia, Estelle Valente – Teatro São Luiz

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