ALESSANDRO BERGONZONI @Duse: verso i 200 e oltre

L’8 e il 20 novembre al Teatro Duse va in scena Alessandro Bergonzoni per celebrare la sala che compie duecento anni. La risposta dal pubblico è stata così calorosa da aggiungere una data, quella appunto del 20, che in poco tempo ha fatto soldout come la precedente.

Duse 200

Gli anni passano e il Duse continua ad essere un teatro pieno di vecchi e nuovi amici, in costante dialogo con la scena. Nato nel 1822, è un punto di riferimento per la città di Bologna, sia per il pubblico che per gli artisti che ha ospitato e ospita. Media tra innovazione e tradizione, accogliendo sguardi più o meno giovani, come si può notare nella stessa programmazione di quest’anno. Musical, prosa, balletto, Bergonzoni: quest’ultimo inclassificabile. L’attore regala un caloroso abbraccio alla sala e a chi la riempie, ricordandola come una casa che l’ha ospitato, che gli ha permesso di incontrare altrettanto celebri colleghi, come lo stesso Dario Fo.

Bergonzoni: la città risponde

Gli basta solcare la scena e già il pubblico lo saluta applaudendo. E molte sono le pause che l’attore deve prendersi per lasciare che la gente si sfoghi in un perenne grazie: lui stesso a questo punto chiede di creare un batti mani a due, la mano di uno spettatore che crea suono con l’altra di quello a fianco. È proprio di congiunzione, che diventa congiugivite, di cui parla il testo di Bergonzoni, l’unica malattia per la quale nel mondo dovrebbe scoppiare una pandemia. Completamente illuminato, la sua lunga figura si staglia nel nero dell’enorme palcoscenico. Porta una maglietta nera a maniche lunghe, jeans, stivaletti beige con un piccolo tacco e cinturino, la solita capigliatura come se avesse preso la scossa. Parla per un’ora intera senza mai far calare l’attenzione, con le sue parole che paiono circensi e trapeziste, tanto ampi sono i loro salti, tanto incredibili sembrano le capriole che disegnano in aria. Racconta dell’attaccamento con quelle assi sotto i suoi piedi, di quello che desidera in questo momento, ovvero di stare sopra. Certo che non c’è niente di nuovo sotto il sole, in questi tempi bui, perché è proprio sopra che si deve guardare. Sopra al sole, sopra a tutto. Bisogna andare avanti, una volta per tutte.

Marrese e Bergonzoni: il tavolo delle ri-flessioni

Solo a fine monologo si coglie il senso del lungo tavolo al centro della scena, coperto da una tovaglia rossa, tre sedie. Oltre ad essere la palestra di Bergonzoni per le sue ri-flessioni sulla vita, sarà il luogo dell’incontro tra lui e il giornalista Emilio Marrese. «Mi hai detto tu di interromperti, come se fosse facile!» dice Marrese mentre tra il serio e il faceto intervista l’attore che comunque continua ad esercitarsi nella sua composizione testuale, raccontando un po’ di sé, della sua vita privata, della sua poetica ad un pubblico che sembra conoscerlo da sempre: i suoi concittadini.

Bergonzoni: arte civile

fotografia di scena di Giulio Ravenna

Bergonzoni è un artista che prima di vederlo sul palcoscenico si ascolta tante volte per strada, esattamente dove per lui un artista deve stare, ovvero là fuori, nel territorio degli altri. E questi altri sono i fratelli palestinesi o prigionieri libici oppure Patrick Zaki, Giulio Regeni, Elena e Giulia Cecchettin: quindi, secondo Bergonzoni, tutti noi. Così non può che continuare a parlarne come ha sempre fatto, sia in Piazza Maggiore che al Duse.

Visto il 20 novembre

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