Kilowatt Festival 2020 @ Sansepolcro: al termine della notte

Viaggio al termine della notte. Così, dal famoso capolavoro di Céline, si intitola quest’anno l’edizione post pandemia del Kilowatt Festival di Sansepolcro, tenutasi nella cittadina toscana dal 20 al 26 luglio: 38 tra spettacoli e concerti in cartellone tra teatro, danza, circo, musica, per un festival diffuso: sui palchi all’aperto e nei chiostri, nel mega schermo che lo amplifica per chi, rispettando le regole del distanziamento, non possa assistervi fisicamente in platea: teatro ovunque si possa fare teatro. Una piccola, immensa sfida sostenuta da Luca Ricci e Lucia Franchi, direttori dell’Associazione Capo Trave/ Kilowatt, che promuove la ricerca, i linguaggi artistici contemporanei, e che da 23 anni anima questa grande sfida, confermandola, nonostante l’incertezza, anche quest’anno. È un viaggio al termine della notte, appunto: quest’anno come non mai.  Perché, in questa estate di festival attesissimi e strani, in cui ci accomodiamo ai nostri posti insieme con desiderio e disillusione, chiedendoci se davvero il teatro ci sia mancato, e rispondendoci, spesso, sì, ma non sempre – la speranza che il peggio sia passato, che la luce di una grande rinascita stia splendendo, questo, davvero, tutti noi ci auguriamo, di questo, davvero, abbiamo bisogno. Ecco di seguito il primo reportage direttamente dal Festival.

Saldamente influenzato dal patron Roberto Latini, che porta in scena qui un suo storico capolavoro e a cui vengono dedicati un incontro pubblico, una mostra e un progetto sulla drammaturgia, Il Kilowatt si snoda multiforme e vario, nell’isola assolata di Sansepolcro, infiltrando il teatro e il discorso sul teatro ovunque o quasi, in questa costante misurazione dello stato dell’arte che è il suo merito maggiore. Domande continue nelle talk mattutine dei Visionari (il gruppo di spettatori che segnala e discute storicamente le opere candidabili e presenti al festival)  sugli spettacoli della sera precedente, un grande convegno che vede confrontarsi Antonio Rezza, Flavia Mastrella e Roberto Latini in apertura, e, in chiusura, un incontro sulla funzione e sul ruolo del Dramaturg nella danza contemporanea.  Lo stato dell’arte, insomma. Un tentativo meritevole e incantevole di aprire un grande ventaglio, un’offerta seducente e ovviamente incompleta di quanto il teatro possa darci, ancora.  Sulla parte iniziale e centrale della manifestazione seguiranno nuovi articoli: qui ci concentriamo invece sullo scorcio, sugli spettacoli che hanno concluso la grande cavalcata del festival, che casualmente o no si sono scambiati il testimone e hanno composto una collana di momenti teatrali collegata da un proprio linguaggio e da una segreta serie di rimandi che compongono, segretamente, un discorso che si tiene.

ll primo spettacolo della serie segreta  è Troia City, la verità sul caso Alexandros, con la regia di Lino Musella (interpretazione e testo di Antonio Piccolo, musica di Marco Vidino). Lo scheletro del lavoro, nato da un’idea di Gian Maria Cervo, recupera e si innesta sui frammenti della tragedia incompiuta di Euripide, un testo smembrato, inghiottito dal tempo. Una sfida drammaturgica, che svaria dalla ricomposizione all’invenzione: il testo antico è sempre nuovo: solo, conosce buchi, spazi vuoti, lacune.  Per ricompletarlo, il protagonista, in veste di professore dotato di lavagna e gessetti, ricostruisce i tasselli mancanti, e mette in scena la parabola della conoscenza, quella che Carlo Ginzburg aveva già annunciato: lo storico è un detective, e come lui il dramaturg, perché da segni infinitesimali, orme, tracce, piume, ricostruisce la fabula, la storia, le cause, le conseguenze – la colpevolezza, forse. Ma, in fondo, questo è il grande tema di questo spettacolo e di tutto il teatro classico: si può chiamare colpa la conseguenza del nostro agire? Di chi la colpa se Alexandros, esposto da bambino, allattato dall’orsa, reintegrato nel suo grado, arbitro tra le dee, distrugge la sua città, non volendo distruggerla? E la distrugge, poi? La città non vuole morire, e se muore, poi, rinasce, con orgoglio. La storia di Troia è ogni storia: diventa sempre parabola. Del destino dell’uomo, e del nostro, in questa strana estate in cui chi ama il teatro, in fondo, non sa mai “a che punto è la notte”.  E lo spettacolo diventa dolce nella devastazione: la caduta della città, l’incendio della biblioteca di Alessandria, il tempo che porta via noi stessi, una voce che canta in greco, musica, l’eterno.

Ancora il mito greco, in questa via di labirinto che abbiamo scelto di percorrere. Il Teatro dei Borgia, dopo la memorabile Medea per strada dello scorso anno, attinge ad un altro personaggio mitologico, ed è Eracle l’invisibile ad andare in scena.  La ripresa è filologicamente molto corretta, e originale e colta: non si parla dell’Eracle vincitore, trionfatore delle sue fatiche, ma dell’eroe zodiacale, che si curva sotto la pena, che allude a un dolore insensato, la camicia di Nesso che lo strazia a un punto tale da convincere gli dei a sollevarlo dalla pena alle vette celesti, e assumerlo fra di loro. Questo Eracle è il secret sharer dello spettacolo: attraverso la riscrittura di Fabrizio Sinisi, traluce in un nuovo uomo di pena, un professore decaduto, divorziato, rovinato, un uomo dimenticato e quasi cancellato che prepara pasti caldi in una tenda di primo soccorso (l’attore, Christian di Domenico, li prepara davvero, meticolosamente, ricordando i condizionamenti sensoriali della grande avanguardia, il Living ad esempio) , si muove lento, ciabattando e oscillando, vive in una macchina e conosce per unico desiderio vivo il dolce amaro rimpianto per la figlia perduta, che vorrebbe rivedere – e il desiderio, non sappiamo se si avvererà. Del resto, sembra dire lo spettacolo suggestivo, lo sappiamo mai?

Di amore disilluso, di forti ferite, di desiderio ucciso, represso e potente parla anche Spezzato è il cuore della bellezza, poetico titolo per l’ultima creazione della Piccola Compagnia Dammacco, in anteprima a Kilowatt. Un triangolo amoroso: lui, lei, l’altra. Lui tace, ma vive nelle parole infuocate e raggelate delle due amanti, rappresentate, ambedue, dalla meravigliosa Serena Balivo, nella doppia maschera della tradita, una Medea non ancora infanticida, e della nuova amata, in un gioco di bravura e di sensibilità di attrice veramente ammirevole. Mentre la lava del confronto invade il palco (molto Pascal Rambert in Cloture de l’amour, cambiando ciò che si deve cambiare) i pupazzi giganti, correlativi oggettivi della nostra inanità, si muovono in scena , e nel loro silenzio il contraccolpo del senso del nostro esistere, difficile da trovare, e del sospetto della crudeltà inguaribile delle relazioni amorose, delle lacrimae rerum, invade il pubblico, con un risultato assolutamente strano: una consapevolezza che arriva in ritardo, un virus, questo, che ci accorgiamo solo dopo averci contagiato: quello dell’amore e del dolore, inscindibile e più eterno dell’eterno.

E infine, il Teatro delle Ariette – che ringraziamo sempre gli dei esista. Perché la magia di un altro tempo li abita. Un tempo lento, un tempo diverso, snodato dal qui, noi, ora, un tempo eterno di eterne stagioni, di sogni e ricordi, di piccoli gesti. Sgranare le spighe, preparare del cibo. Senza bisogno di evocare miti, il loro teatro affonda le radici nel mito più forte, quello della nostra umanità. Noi siamo il cibo che mangiamo da piccoli, le piante che coltiviamo, questo paesaggio, questo cielo. Trent’anni di grano è un titolo limitativo:  c’è tutta la nostra vita e la nostra storia in questi gesti, nei chicchi sgranati che forse non sono diversi da quelli che Demetra disperata per la perdita di Kore bevve nel kikeion, per arrivare viva alla futura primavera.  Questa piccola storia, che rinuncia a tutto, è tra le più potenti che Sansepolcro ci offra. Dopo questo spettacolo, sì, ci crediamo: siamo al di là della notte: e se un seme notturno abita comunque in noi, è sicuramente e solo una corolla di tenebre. Germoglierà. Siamo un seme.     

Info

giovedì 23 luglio 2020

ERACLE L'INVISIBILE

da Euripide

drammaturgia Fabrizio Sinisi 

con Christian di Domenico (Teatro dei Borgia)

 

sabato 25 luglio 2020

TROIA CITY, la verità sul caso Alexandros

regia Lino Musella 

interpretazione e testo Antonio Piccolo

musica Marco Vidino

produzione Teatro In Fabula, Quartieri dell’Arte- Galleria Toledo Produzioni

 

TRENT'ANNI DI GRANO 

con Paola Berselli, Maurizio Ferraresi e Stefano Pasquini (Teatro delle Ariette)

produzione Teatro delle Ariette

co-produzione Fondazione Sassi Matera

 

domenica 26 luglio 2020

SPEZZATO E' IL CUORE DELLA BELLEZZA 

Con Serena Balivo, Mariano Dammacco, Erica Galante (Piccola Compagnia Dammacco)

ideazione, drammaturgia e regia Mariano Dammacco (Centro di Residenza L’arboreto Teatro Dimora, La Corte Ospitale), Centro di Residenza della Toscana (Armunia, Capo Trave/Kilowatt

 

 

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