C’è un quartiere che pulsa forte e sembra a tratti il cuore della città. Allora Roma deve avere tanti cuori. Per un attimo mi è sembrato che tutto partisse o arrivasse in via della Robbia dove mi accoglie come un vecchio amico il Teatro Cometa Off. Già nel nome c’è tutta l’auto dichiarazione della vocazione di chi accudisce questo luogo e Palcoscenico. L’11 giugno ha debuttato “La scarlatta prova” liberamente ispirato a due romanzi di Conan Doyle, padre dell’investigatore più famoso di tutti i tempi: Sherlock Holmes. La regia è di Alessandro Parise, che vestirà anche gli abiti del detective inglese.
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La scarlatta prova racconta di quel primo ed elementare… incontro
Emanuele Cerracchio smembra, reinventa e guarda al presente con la riscrittura dell’opera di Arthur Conan Doyle. L’ambientazione rimane vittoriana nel tema e nelle battute ma viene subito da pensare che la giustizia da sempre (e quindi anche oggi) ha inevitabilmente il suo peso. La sua zona d’azione e d’ombra. Giustizia e giustezza si mescolano liquide sino a dentro e sino al rosso delle vene. Rosso come quella scritta che urla sulla parete. “Rache” che vuol dire Vendetta in tedesco. Ed è quello il primo indizio che mette sulla pista giusta o depista? Cerracchio ruba soprattutto da “Uno studio in rosso” ma è un furto onesto perché denunciato ed è in realtà un omaggio al genio di Conan Doyle. Proprio in quel primo romanzo di fine ottocento (un fiasco all’inizio come spesso accade) Holmes incontrerà Watson che gli dirà quel “Elementare” e il detective ruberà a sua volta l’aggettivo che diventerà il suo distintivo in borghese.

Quegli indizi così occulti e chiari
Holmes vede limpido dove gli altri non vogliono e non sanno vedere. Per lui è tutto naturale o meglio “Elementare” come s’è detto. Il detective ha una mente brillante che gli viene dal padre e creatore di Edimburgo. Gli altri personaggi sono spettatori anch’essi perché pendono dalle sue labbra: sono tutti colpevoli e tutti innocenti sino all’epilogo e il verdetto senza toga di Holmes. La regia di Parise mi piace e dispone tutti gli attori e personaggi in batteria doppia ai lati della scena pronti a dare fiato alle battute e movimento al corpo. Il pubblico può scrutarli in ogni momento. Sono una locandina viva. Un tableau vivant. E adesso è al pubblico che viene quell’insana o forse sana voglia di rubare… Prendere qualche espressione del viso e forse un indizio. Sono tutti i personaggi della storia che rimangono lì anche quando la scena non li reclama, perennemente stagliati sul fondo come il ricordo e il pensiero nella mente specie quando c’è un delitto da risolvere e un colpevole da stanare. Sono tutti sospesi in attesa della verità.
La scarlatta prova è cura dei dettagli
La locandina è onesta e dice da subito che è uno spettacolo di fine anno della scuola di Parise. Non si nascondono, anzi ogni allievo e attore dichiara il percorso formativo e le esperienze fatte. C’è una cura che non vedo spesso in altri spettacoli di professionisti o sedicenti professionisti a cominciare dalla locandina che è invece un “libretto” con foto, sinossi, curriculum, bozzetti. Mi piacciono molto i costumi che non solo restituiscono quel tempo vittoriano di una fumosa Londra ma sembra quasi portino nel tessuto il logorio che era tipico di quel periodo. Non si aveva il guardaroba pieno di abiti. Chi viveva una condizione abbiente poteva contare in abiti di buona sartoria e stoffa e questo Andrea Viotti (coadiuvato da Flavia Di Leonardo) ce lo racconta con le sue creazioni. Ottime le musiche di Giacomo del Colle Lauri Volpi.
Attori freschi, acerbi, ma che hanno sostenuto con rigore la loro prima prova d’attore. Ho vista molta più passione e dedizione a questa prima che in altre, dove attori professionisti hanno dato stancamente le battute come un protocollo da ottemperare. Il merito di tanta coesione e dedizione va al regista e protagonista Alessandro Parise. Non ho sentito certe intonazioni care a chi svolge quel meraviglioso lavoro di doppiatore ma che spesso non sa liberarsene e che a Teatro stonano.


