Nella stagione teatrale del Teatro India di Roma è andato in scena TCHAIKA, con la regia di Natacha Belova e Tita Iacobelli della Compagnia Tchiaka. Lo spettacolo propone una rielaborazione de Il gabbiano di Anton Čechov; grazie a un anziano burattino (Tchaika) che sta per ritirarsi dalle scene ma che, per la sua ultima volta sul palco, ricorda le parole dei personaggi che nella vita l’hanno accompagnata.
La forza dello spettacolo è il focus sulla donna e sul suo corpo come spazio in cui essere oppresse o sentirsi libere. Un nucleo tematico che già interessa il testo cechoviano ma che in questo adattamento viene reso di primaria importanza. D’altronde Tchaika, in russo, vuol dire proprio gabbiano, quell’animale che forse riesce a fuggire o forse no.
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TCHAIKA: ambientazione

Su un palco spoglio del teatro una figura è rannicchiata in un angolo. Intorno, l’ombra la copre mentre il pubblico scruta un’immagine che non riesce pienamente a comprendere. Tuttavia l’illusione dello spettacolo si risolve tutta in questa scena: c’è un’attrice, anzi due, se si vuole contare anche il burattino, che cercano di nascondersi dal luogo che in verità appartiene loro.
E c’è soprattutto un teatro che è ricordo di com’era un tempo rappresentare quelle parole, ma anche segno del cambiamento che ha subito, di come le nuove generazioni di attori vivano uno spazio diverso da quello che si usava allestire prima. Questo è un tema che si riscontra anche nell’opera originale di Čechov, in particolare nel rapporto tra l’anziana Arkàdina e suo figlio Konstantìn.
Qui, però, non sono due personaggi separati a ricordarlo, bensì uno solo. Il burattino e l’attrice condividono lo stesso corpo: ogni passo, ogni gesto è una sottile linea che riporta alla mente il loro legame unico.
Le luci e l’illuminazione dello spazio scenico

Le luci, a cura di Gabriela Gonzalez e Christian Halkin, sembrano tagliare quel palco ogni volta che l’interprete si sposta o occupa una porzione dello spazio, separandola da un’oscurità mai opprimente, quasi a ricordare come siano presenti solo loro e nessun altro in quel preciso momento.
Man mano però che il burattino riesce a ricordare le parole del testo, lo spazio si illumina sempre di più, finché non si arriva alla fine e tutto si scopre.
La scenografia, firmata dalla stessa Belova, porta in scena un allestimento che vive forse solo nei ricordi dell’anziana attrice, dove gli oggetti di quella che sembra più una semplice casa che un palco diventano la trama di un dramma ben noto al grande pubblico; un peluche, un pezzo di tulle rosa o una poltrona sono all’occorrenza il resto della compagnia con cui Tchaika condivide la scena. Tuttavia, l’idea che questi non siano altro che vecchi cimeli di altre tournée persiste, perché alla fine chi ha sempre vissuto il teatro non può più abbandonarlo. Lo porta con sé anche quando è lontano. Perché chi è stato lasciato indietro fa fatica a scordare quello che ha perduto.
drammaturgia e interpretazione di Tita Iacobelli in TCHAIKA

“Uomini, leoni, aquile” è l’inizio di un monologo del personaggio di Nina durante il primo atto de Il gabbiano, ma sono anche le parole che il burattino, Tchaika, ripete continuamente. Lo spettacolo che porta la firma di Natacha Belova gioca proprio intorno a due dei personaggi femminili dell’opera di Anton Čechov: Nina e Arkàdina. Due donne. Alla ricerca di un espediente per sopravvivere.
Nina è la giovane attrice, il gabbiano che dagli uomini inizia a essere oppresso ma che poi trova il modo di volare via. Arkàdina è invece la madre, l’amante e l’anziana interprete che dagli uomini, compreso suo figlio, non viene che usata e per la quale una via di fuga non arriverà mai. Queste due figure convivono nello stesso corpo di Tita Iacobelli, che riesce nell’impresa grazie all’utilizzo di un burattino con le sembianze di una donna avanti con gli anni.

Tuttavia Iacobelli non è sempre Nina: lo diventerà solo alla fine. È anche la giovane ragazza che sprona Tchaika a proseguire lo spettacolo, è le voci che riempiono quella stanza così vuota se non per le parole che vengono pronunciate.
La sua interpretazione è magistrale. Senza mai cadere nell’eccesso rende quasi magica l’atmosfera che si respira a teatro e mostra come il fulcro dello spettacolo sia proprio uno: il corpo stesso delle donne. Da una parte chi è giovane e può cambiare, fare un diverso tipo di scelta, un diverso tipo di teatro; dall’altra chi crede, per la società che la circonda, di non possedere più quella possibilità. Questa rappresentazione, infatti, ricorda soprattutto come Arkàdina, prima di essere come la vediamo, sia stata una Nina e come anche lei, con il tempo, si ritroverà a essere quel burattino dimenticato se non cambia almeno una parte del mondo che la circonda.
Si ha quindi l’impressione che la regista voglia far domandare agli spettatori un semplice quesito: quanto è “politico” il corpo di una donna? Che lotta viene combattuta al suo interno? Chi è alla fine il vincitore?
TCHAIKA: conclusioni
Lo spettacolo di Natacha Belova riporta un piccolo gioiello nel panorama contemporaneo, dove i contrasti presenti sul palco creano un’armonica messa in scena che, alla sua conclusione, ricorda l’importanza del teatro. I giovani e gli anziani, il vuoto di un palco e l’affollarsi delle parole sono tutte componenti di un quadro in cui gli spettatori si affacciano all’inizio dei poco più di sessanta minuti di durata e dal quale poi escono incantati.
La Compagnia Tchaika
La Compagnia Tchaïka, fondata da Tita Iacobelli, attrice e regista cilena, e Natacha Belova, burattinaia
belga-russa, approda al Teatro India con un dittico di spettacoli che hanno segnato il loro percorso artistico
incentrato sul teatro di figura, una fusione di classico e contemporaneo attraverso le potenzialità della
presenza magnetica e affascinante del “burattino”. Le repliche sono co-realizzate con Emilia Romagna
Teatro ERT / Teatro Nazionale.
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TCHAIKA: cast e dati artistici
liberamente ispirato a Il gabbiano di Anton Čechov
scritto diretto da Natacha Belova e Tita Iacobelli
con Tita Iacobelli
scenografia Natacha Belova
interpretazione Tita Iacobelli
sguardo esterno Nicole Mossoux
assistente alla regia Edurne Rankin
assistente alla drammaturgia Rodrigo Gijon
assistente alla scenografia Gabriela Gonzalez
creazione luci Gabriela Gonzalez e Christian Halkin
realizzazione scenica Guy Carbonnelle e Aurélie Borremans
creazione sonora Gonzalo Aylwin e Simon Gonzalez
musica Simon Gonzalez secondo la canzone “The Poor Seagull” di Rafael Hernandez
gestione luci ed effetti Gauthier Poirier
foto di Michae I Galvez
produzione MARS – Mons Arts de la Scène – Bérengère Deroux e IFO Asbl
coproduzione MARS – Mons Arts de la Scène, Théâtre des Martyrs, Atelier Jean Vilar
produzione IFO Asbl con il sostegno del Fondo Nacional para la Cultura y las Artes, Cile, e della Federazione Vallonia-Bruxelles
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