Direttamente dall’Olanda la compagnia del regista e attore Jakop Ahlbom ha inaugurato la nuova stagione del Metastasio di Prato, dopo la conclusione di Contemporanea, con STRANGELY FAMILIAR, al suo debutto nel nostro Paese. Con il sottotitolo “Di un uomo che incontra se stesso” il cast di attori e attrici ha agilmente giocato con le scenografie mobili capaci di trasformare un vano ascensore in una cucina d’appartamento e un ufficio impiegatizio in una camera da letto. Un caleidoscopio di volumi che amplifica l’effetto del doppio con cui si scontra il protagonista, ostacolato dal suo sosia, antagonista gemello che vive sospeso tra realtà e proiezione mentale.
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STRANGELY FAMILIAR: la freddezza di una quarta dimensione

Metti un qualsiasi impiegato di un ufficio qualsiasi che abita una casa qualsiasi con dei colleghi qualsiasi. E metti anche che un giorno arrivi un nuovo collega che non è proprio “qualsiasi”. E’ qualcosa di più. E’ il tuo riflesso, un altro che non è “altro da te” ma è proprio te. L’Altro riesce in ciò in cui tu fallisci: il lavoro, l’amore, la socialità. Tutto questo immerso in una scenografia sospesa, mobile, atipica (curata da Marlies Schot e Douwe Hibma) e allo stesso tempo estraniante nella sua anonimità fredda e metallica. Non ci sono colori, tranne rare eccezioni, e le luci (curate da Yuri Schreuders) modellano i volumi mentre creano spazi talvolta immaginari, evocati ed evocativi. Il risultato è una dimensione – ipotizziamo una “quarta” dimensione – che ci proietta tra l’onirico e il distopico con un realismo che cattura e angoscia, lasciandoci senza fiato.
STRANGELY FAMILIAR: un crescendo tensivo

Mentre in scena i gemelli Maniglio – Luca e Fabio, gemelli nella vita – si scambiano ed interscambiano senza però rinunciare alla loro specifica identità di protagonista ed antagonista sosia, i personaggi che ruotano intorno a loro, ovvero i colleghi (Yannick Greweldinger, Silke Hundertmark – in questo cast invece di Inez Almeida – Daphne Masé) e il manager dell’ufficio (Erwin Boschmans), interagiscono con loro e tra di loro con i loro corpi. Attori e attrici, ballerini e ballerine, atleti ed atlete, che con un preciso sincronismo entrano ed escono coreograficamente da porte e finestre, simulano una quotidianità che evidenzia l’inettitudine e la frustrazione del protagonista mentre cerca di consegnare una misteriosa quanto ordinaria cartellina gialla – unica nota cromatica – al suo capo che puntualmente diventa irraggiungibile. Ciò che inizialmente sembra solo un imprevisto diventa sistematico impedimento la cui delusione è amplificata dall’opposto successo dell’antagonista, in un crescendo di apprensione ancor più alimentata dall’assenza di parola. Nessuna valvola di sfogo quindi nella verbosità mentre la tensione cresce quadro dopo quadro.
Dal sogno alla proiezione: i quadri sonori di STRANGELY FAMILIAR

All’assenza di suoni umani si sostituiscono i quadri sonori di Leonard Lucieer, Jaïm Sahuleka e Teun Beumer che con melodie ripetitive, a tratti anonime riescono col loro volume dolce ma penetrante ad infiltrarsi violentemente fino ad ossessionare. Pertanto quella dimensione onirica che si squaderna davanti a noi con tanta disinvoltura assume una consistenza che non è solo sognante ma è vera e propria proiezione mentale, come se tutto si svolgesse nei gangli cerebrali dove la musica costruisce l’habitat naturale di controverse sensazioni. Allora i personaggi in scena sembrano perdere la loro consistenza, tutti frutto della psiche dell’unico protagonista esistente nella nostra dimensione presente e consistente. In questo processo di formazione che il pubblico compie, l’incontro di un uomo con se stesso assume pertanto la forma di un soliloquio psicologico non parlato, cui assistiamo penetrando direttamente nella psiche dell’impiegato attraverso i suoi occhi.
La strana familiarità del nostro lato oscuro

Niente di ciò cui abbiamo assistito ci è sconosciuto. Chiunque ha potuto riconoscere le sedie da ufficio, il tasto di un ascensore, il cartellone luminoso che proietta sequenze casuali di caratteri alfanumerici, le scrivanie, i bicchieri oppure le valigette 24 ore. Tutto ci è inequivocabilmente familiare. Ma non c’è un attimo in cui ci siamo sentiti a nostro agio, in cui avremmo voluto dormire in quel letto o lavorare in quell’ufficio corredato da cotanti colleghi. Tutti crediamo di conoscere abbastanza noi stessi salvo scoprire che restano lati oscuri inesplorati, per volontà o per ignoranza, che una volta rivelatici restituiscono un’immagine di noi “strana”. O per meglio dire, stranamente familiare, all’interno di una macchina registica pressoché perfetta. Oggi è toccato all’impiegato di Jakop Ahlbom. Domani chissà.
Visto al teatro Metastasio (Prato) il 17 ottobre 2024
STRANGELY FAMILIAR
regia Jakop Ahlbom
drammaturgia Judith Wendel
assistente alla regia Marit Schimmel (stagista)
con Erwin Boschmans, Yannick Greweldinger, Silke Hundertmark/Inez Almeida, Fabio Maniglio, Luca Maniglio, Daphne Masé
scenografia Marlies Schot, Douwe Hibma
luci Yuri Schreuders
musica e suono Leonard Lucieer, Jaïm Sahuleka e Teun Beumer
costumi Esmée Thomassen, Eva Wegman (assistente)
produzione Jakop Ahlbom Company e Teatro Metastasio di Prato
con il sostegno di Fonds Podiumkunsten, Amsterdams Fonds voor de Kunst, Fonds 21
PRIMA NAZIONALE
Spettacolo internazionale in collaborazione con il Gruppo Colle


