Abbiamo visto per voi lo spettacolo STABAT MATER in scena presso il Teatro Argot Studio di Roma dal 20 al 23 marzo 2025.
Fabrizia Sacchi, nota al grande pubblico per le molteplici apparizioni sul piccolo e grande schermo, ne è l’interprete principale insieme alla giovanissima Emma Fasano, per la regia di Luca Guadagnino e Stella Savino, nel riadattamento in dialetto napoletano dell’omonimo testo di Antonio Tarantino.
Una profonda riflessione sulla sofferenza umana che travolge lo spettatore in una messa in scena coraggiosa e complessa, priva di di immediata comprensione.
Lo spettacolo è una produzione Argot Produzioni, Infinito, Fondazione Sipario Toscana Onlus – La città del Teatro, Teatro delle Briciole – Solares Fondazione delle Arti.
Contenuti
Stabat Mater. Un dramma diviso tra dolore e speranza
La pièce è il riadattamento in dialetto napoletano del testo omonimo di Antonio Tarantino, autore scomparso nel 2020, curato dalla stessa Sacchi, di origini partenopee, e da Stella Savino, che lo portò in scena nel 2012 sempre con Guadagnino. Lo spettacolo, dalla durata di circa un’ora, propone al pubblico una profonda riflessione sulla sofferenza umana, divisa tra dolore e speranza, tra solitudine e ricerca di salvezza attraverso gli occhi di una madre che affronta una tragedia devastante.
La rappresentazione travolge lo spettatore come un fiume in piena, grazie ad una regia curata e ad un’intensa interpretazione che danno vita ad uno spettacolo profondo, ma allo stesso tempo duro e mentalmente impegnativo.

Stabat Mater. Maria CROCE e il dramma della solitudine
Maria Croce è una donna del Sud catapultata a Torino nei primi anni ’90, alla ricerca di una vita migliore. La donna racconta di sé in maniera eccessiva, vigorosa, travolgente, con un lessico spesso incomprensibile, ossessivo e ripetitivo, che costringe l’ascoltatore a fare più di uno sforzo per mettere insieme i pezzi di un’esistenza senza certezze né riferimenti. Con fatica, arriviamo a conoscerne e comprenderne il dramma della solitudine, le difficoltà che come donna emigrata al Nord ha incontrato per ambientarsi e convivere in un ambiente multietnico ostile, dove la burocrazia non fa differenza se sei italiano o meno e mette continui paletti all’erogazione dei sussidi necessari alla sopravvivenza quotidiana.
L’unico figlio di Maria, nato da una relazione extraconiugale, è costretto dagli eventi a vivere una vita ai margini, dalle tragiche e inevitabili conseguenze. Ciononostante Maria non demorde, come ogni madre costretta a sacrificarsi fino all’ultimo respiro, aggrappandosi alla flebile speranza di una salvezza inesistente.
Stabat Mater. Una messinscena coraggiosa e complessa
Diciamolo subito: la messinscena di questo “Stabat Mater” non è di immediata comprensione, e questo può suscitare due reazioni contrapposte nello spettatore, ovvero di amore o di avversione. Parimenti, non è facile scegliere di farsi travolgere dalla forza verbale di questo testo, spesso letteralmente vomitato nei confronti del pubblico, che potrebbe trovarsi nella condizione di non capire assolutamente nulla di quanto si trova ad assistere, rendendone pertanto inefficace il contenuto. Ciononostante, va riconosciuto più di un merito a questo allestimento che, per quanto disturbante, ha più di un punto di forza dalla sua parte.
Fabrizia Sacchi interpreta Maria con un’energia senza soluzione di continuità, grazie alla quale esterna il dolore e la sofferenza del suo personaggio, unitamente ad una debole speranza nascosta tra le pieghe della sua esistenza dolorosa.

Fabrizia alias Maria Croce
L’indubbio talento della Sacchi le consente di dar vita ad una figura materna in una dimensione parallela, divisa tra forza e fragilità, immedesimandosi nel personaggio fino a diventarne una proiezione concreta. La sua performance è il ritratto di una sofferenza che si esprime anche attraverso il corpo, il respiro e le pause brevi ma strategiche, utili a demarcare il tempo e le fasi della narrazione, da usare consapevolmente per non perdere la tensione narrativa. Tuttavia, l’operazione rischia di diventare un esasperato esercizio di stile per la sua estrema e faticosissima complessità performativa, dove il pericolo di rendere il tutto inaccessibile alla comprensione potrebbe compromettere la potenza di una storia interessante a livello tematico: una sorta di lunghissimo assolo jazzistico fin troppo concettoso, ardito e virtuosistico, che potrebbe paradossalmente allontanare lo spettatore dai contenuti essenziali, se non doverosamente dosato.
La regia di luca guadagnino e stella savino
Luca Guadagnino e Stella Savino sfruttano lo spazio dell’Argot in maniera mirata e funzionale, e consentono allo spettatore di cogliere ogni sfumatura del testo e della performance della Sacchi. La scena è costruita con pochi e semplici elementi essenziali, tra cui diverse sedie, un tavolino basso, un vecchio telefono a disco, una scala in legno e un paio di scope, che Emma Fasano gestisce tra un blocco narrativo e l’altro a mo’ di servo di scena: in questo modo, l’atmosfera di intimità e solitudine che pervade lo spettacolo combacia con il senso di apertura dello spazio scenico, in cui la Sacchi si muove in lungo e in largo, senza mai diventare claustrofobico.
A fronte di una totale assenza di colonna sonora, il silenzio diventa parte integrante del racconto, consentendo allo spettatore di metabolizzarne le varie fasi e di raccordarne consapevolmente il contenuto, fino a ricostruire la vita e la storia di Maria e di suo figlio.
Stabat Mater. Conclusioni
“Stabat Mater dolorosa/iuxta crucem lacrimosa/dum pendebat filius”
Così recita l’incipit dell’inno omonimo scritto nel tredicesimo secolo da Jacopone da Todi, una sequenza dedicata alla figura di Maria, madre di tutte le madri, sotto la croce del Cristo, suo figlio, morto per salvare l’umanità intera. Il richiamo al sacro è onnipresente ma nascosto nelle inferenze che lo spettatore deve compiere mentalmente per trovare il parallelismo tra la dimensione religiosa e quella profana, legata alla quotidianità dell’esperienza umana. Mai retorico, il testo di Tarantino affronta temi universali e complessi, comuni a tutte le donne, divise tra dolore e resilienza, al di là di ogni singolo caso specifico.
Non ci si limita, dunque, ad esprimere la sofferenza, ma a cercare anche una possibile e necessaria redenzione: ciò rende questo spettacolo un evento dalla portata universale, un viaggio emotivo che esplora la fragilità umana e la necessità di rinascere. Non è, quindi, solamente una riflessione sul dolore, cui si arriva ormai a cose fatte, ma un modo per scoprire che anche nel momento più buio c’è un barlume di speranza che merita di essere esplorato.
Visto il 21/03/2025
𝗦𝗧𝗔𝗕𝗔𝗧 𝗠𝗔𝗧𝗘𝗥– cast e dati artistici
di Antonio Tarantino
adattamento di Stella Savino e Fabrizia Sacchi
con Fabrizia Sacchi
e con Emma Fasano
regia Luca Guadagnino con Stella Savino
una produzione Argot Produzioni, Infinito, Fondazione Sipario Toscana Onlus – La città del Teatro, Teatro delle Briciole – Solares Fondazione delle Arti
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