SperimentArti Donna 2026: due chiacchiere con Maria Paola Canepa

Appena giunta al termine l’edizione 2026 di SperimentArti Donna, Gufetto intervista Maria Paola Canepa, direttrice artistica del Centro Culturale Artemia, artefice e promotrice culturale e teatrale, sulla rassegna, la sua storia e il suo futuro.

SperimentArti Donna: nascita e storia di una rassegna

Flavia Martino(FM): Partiamo dalla storia della rassegna. Come e quando nasce l’idea di SperimentArti Donna? C’era un’esigenza specifica nel panorama culturale romano che sentiva il bisogno di colmare?

Maria Paola Canepa (MPC): Dal primo o secondo anno di Artemia ho sempre sentito la necessità di dedicare un mese alla Donna, senza escludere gli uomini, ovviamente. All’inizio percepivo che l’8 marzo veniva vissuto più come una giornata di festa, rischiando di banalizzarne il vero significato. Siccome io comunico attraverso la stagione teatrale, ho sempre voluto “dire la mia” scegliendo spettacoli che facessero riflettere. Così è nato il “mese della Donna”.

L’anno scorso, però, vedendo il bando del Comune di Roma, ho pensato che attraverso quel progetto il mio messaggio potesse arrivare ancora più forte. Ho deciso quindi di alzare la posta in gioco e creare una vera e propria rassegna a tematica femminile, includendo anche la sperimentazione.

In fondo noi donne siamo storicamente “maestre” nella sperimentazione quotidiana: è proprio questa capacità che ci ha permesso di conquistare diritti fondamentali. E credo che, ancora oggi, ci sia tanta strada da fare.

FM: Guardando indietro, come si è evoluta la rassegna nel tempo? In che modo è cambiato il linguaggio artistico delle protagoniste che avete ospitato?

MPC: All’inizio, quando ho provato a lanciare questa sfida, ho deciso di inserire in cartellone un solo spettacolo a tema: S’Ignora di e con Francesca La Scala. Uno spettacolo meraviglioso che, già dal titolo, lasciava intuire il messaggio che volevo trasmettere, soprattutto a noi donne.

L’esperimento è riuscito perfettamente e dall’anno successivo il numero di spettacoli è cresciuto radicalmente. La rassegna si è evoluta soprattutto grazie al pubblico, che negli anni ha accolto sempre di più la proposta ed è diventato sempre più numeroso.

L’idea di fondo è rimasta la stessa: comunicare attraverso gli spettacoli. Ma oggi il pubblico è più curioso, più attento e molto più partecipativo.

FM: C’è uno spettacolo o un progetto che ti è rimasto nel cuore? 

MPC: Sì. Quest’anno ho voluto inserire uno spettacolo che tanti anni fa è nato proprio ad Artemia: “Teresa degli Oracoli”, della compagnia Opificio 03, con la regia di Nino Sileci e con Silvia Ponzo e Valeria D’Angelo. Il testo è tratto dall’omonimo romanzo di Arianna Cecconi, che, dopo aver visto il primo studio da noi, se ne è innamorata e ha ceduto i diritti per la versione teatrale. Opificio 03 è una delle prime compagnie che ho “amadrinato” e oggi fa parte dello staff di Artemia. Questo spettacolo è nato da tante serate di confronto, discussioni e processi creativi, fino a diventare un lavoro che ha vinto premi importanti ed è stato ospitato in teatri prestigiosi.

Questo, per me, è il senso di Artemia: un grande calderone creativo, una casa per giovani artisti dove far nascere i progetti, farli crescere in un ambiente protetto e poi lasciarli andare.

Il ritorno di questo spettacolo “a casa” è stato per me molto emozionante. Sapevo che il pubblico lo avrebbe amato, e così è stato.

SperimentArti Donna: la rassegna di quest’anno

FM: Veniamo alla rassegna di quest’anno, qual è il filo conduttore che guida l’edizione 2026 di SperimentArti Donna?

MPC: Il filo conduttore resta l’universo femminile, raccontato attraverso spettacoli molto diversi tra loro.

Storie di donne di tutte le età: storie antiche e contemporanee, che ci aiutano a ricordare chi siamo, da dove veniamo e quanto sono costati i nostri diritti. Anche attraverso la commedia e l’ironia, che considero strumenti potentissimi per far arrivare un messaggio.

FM: Rispetto alle edizioni passate, ci sono delle novità o dei nuovi linguaggi (tecnologici, performativi, ecc.) che hai deciso di includere quest’anno?

MPC: Sicuramente le compagnie vanno al passo con i tempi ed ogni anno si utilizzano le nuove tecnologie per arricchire gli spettacoli. Le opere che utilizzano più linguaggi, soprattutto quelli performativi, sono quelle che io apprezzo tantissimo ma ti confesso che sono molto legata anche ad una messa in scena basata fondamentalmente nel talento “umano” della compagnia.

Io sono allo stesso tempo il tecnico luci del mio teatro e adoro fare disegni luci ma che siano pensati per supportare l’espressività degli attori in scena, non per provocare stupore nel pubblico distraendoli dal lavoro degli artisti.

In tempi di intelligenza artificiale – per la quale sono favorevole – , credo che alla fine sia importante che il Teatro resti un mondo vero. Il più vero. Il più umano. Spero che ci sia sempre bisogno del teatro. Di entrare in una sala, di spegnere i telefoni, di guardare senza filtri persone reali che danno corpo e respiro a personaggi di carne e ossa.

C’è qualcosa che niente potrà mai sostituire: la presenza. Il rischio. L’irripetibilità di ciò che accade davanti ai nostri occhi.

FM: Come avviene la scelta delle artiste e dei progetti? Quali sono secondo te i temi che in questo momento sono particolarmente sentiti dalle artiste coinvolte? 

MPC: In questi 13 anni ho conosciuto tantissime artiste, soprattutto giovani, con grande desiderio di esprimersi. Molte mi raccontano i loro progetti, i sogni nel cassetto, e lì avviene la magia: mi piace stimolarle e spingerle a realizzarli. Artemia nasce proprio per questo. Alcuni spettacoli nascono così: rischiando.

I temi più sentiti oggi sono quelli legati alla vita reale: storie intime, familiari, vere. Storie che parlano a tutti.

FM: A proposito di vita reale, secondo la tua esperienza, esiste ancora oggi un “soffitto di cristallo” per le donne che operano nel settore della sperimentazione artistica e teatrale?

MPC: Non saprei dire con certezza se esista ancora, ma posso dire che, da donna che si è reinventata molte volte, credo che noi donne abbiamo un grande vantaggio nella sperimentazione: siamo abituate a farla ogni giorno.

Il teatro racconta la vita, quindi è un mezzo perfetto per esprimere tutto questo.

FM: Cosa speri che il pubblico porti a casa dopo aver assistito agli appuntamenti di questa rassegna? C’è una riflessione particolare che vuoi stimolare?

MPC: Quest’anno ho visto gruppi di amiche venire insieme a teatro, ed è stato bellissimo.

Io vengo da Buenos Aires, una città che vanta il numero più elevato di teatri al mondo e quindi con una fortissima cultura teatrale, dove il teatro è per tutti. In Italia, invece, spesso è ancora percepito come qualcosa “di nicchia” e questo non mi piace.

Per questo Artemia non è solo un teatro, ma un Centro Culturale (con un teatro): un luogo dove le persone possano incontrarsi, conoscersi, condividere.

Ecco perché c’è sempre una mostra d’arte nel foyer (ed in questa rassegna ho anche aggiunto un concerto acustico nel “mio salotto”), perché accolgo il pubblico prima dello spettacolo con un discorso di benvenuto e perché lo aspetto dopo per parlare con loro.

Quello che spero è che le persone escano da Artemia con la sensazione di aver vissuto un momento umano, autentico. E con il desiderio di tornare e rincontrarsi.

Sperimentarti Donna: il legame con il territorio

FM: Il Centro Culturale Artemia è un punto di riferimento importante a Roma che ha un legame profondo con il territorio. Quali sono oggi le sfide per divulgare e mantenere viva l’attenzione sulla cultura teatrale? 

MPC: Artemia, piano piano, è diventato un punto di riferimento per il quartiere e per i quartieri limitrofi, ma è anche frequentata da persone provenienti da tutta Roma e dintorni.

Io conosco un solo modo per fare questo lavoro: essere onesta e coerente. Ad Artemia la sala Teatro non si affitta: gli spettacoli vengono da me scelti e inseriti all’interno di una stagione che vuole comunicare qualcosa.

Sarebbe sicuramente più semplice affittare la sala e non preoccuparsi del pubblico, ma la qualità ne risentirebbe e io mi sentirei solo un’“affittacamere”. Preferisco rischiare, ma sapere che il mio lavoro è utile e necessario. Credo sia questo l’unico modo per mantenere viva l’attenzione sulla cultura teatrale. Almeno è il mio. Negli anni, il pubblico questo lo ha capito e lo ha apprezzato.

FM: Che risposta arriva dal territorio e come reagisce il pubblico locale a proposte così sperimentali?

MPC: Il pubblico del quartiere è cresciuto molto negli anni. All’inizio venivano più persone da fuori, ma oggi anche chi vive qui ha capito di avere una “casa culturale” sotto casa. E questo mi riempie di gioia.

Sperimentarti Donna: progetti e sfide per il futuro

FM: A breve parte la rassegna InCorti da Artemia, ci parli un po’ del progetto e della sua evoluzione nel tempo? 

Dieci anni di festival: un traguardo importante.

InCorti da Artemia è nato per dare spazio a nuovi autori, attori e registi da tutta Italia, offrendo loro la possibilità di mettersi alla prova davanti a pubblico e critica.

Per il pubblico è un’esperienza unica: il teatro “a vista”, senza filtri. Anche i cambi scena, scenografia e regia tecnica avvengono davanti agli occhi degli spettatori. Così anche il pubblico può apprezzare e capire (senza togliere la “magia”) quanto lavoro c’è dietro. Ogni sera cinque corti, cinque mondi diversi.

Il corto teatrale è un formato che amo: diretto, immediato, senza scorciatoie. E moltiplicato per cinque, diventa un’esperienza davvero coinvolgente.

È una piccola stagione dentro la stagione, costruita con grande cura, rispetto, amore e passione.

FM: Dove vorresti portare SperimentArti Donna nei prossimi cinque anni? C’è un sogno nel cassetto o una collaborazione internazionale che ti piacerebbe realizzare?

MPC: In passato sono riuscita, con grande fatica, a inserire compagnie straniere nella rassegna.

Il 24 marzo è una data molto importante per noi argentini: l’anniversario dell’inizio della tragica dittatura civico-militare. Proprio per questo, qualche anno fa ho ospitato uno spettacolo che raccontava quella storia, ed è stato uno dei momenti più importanti della mia vita professionale, ma questa volta è stato portato in scena da una compagnia italiana, Contestualmente Teatro di Napoli. Lo spettacolo si chiamava La nieta (la nipote).

Attraverso questo spettacolo, molte persone qui ad Artemia hanno potuto conoscere una realtà e un dramma che ha colpito profondamente noi argentini. Se pensiamo che ancora oggi ci sono circa 300 neonati rubati dai militari ai “desaparecidos” argentini — che oggi sono adulti e probabilmente hanno a loro volta dei figli — capiamo quanto questa ferita sia ancora aperta.

La cosa più importante è che molti di questi “nipoti”, che le Nonne di Plaza de Mayo cercano da anni, sono finiti all’estero: molti in Spagna, altri sono stati ritrovati, ma molti sono anche qui in Italia. E spesso, a causa della lingua e della distanza, non sanno nemmeno che esistono famiglie intere che li stanno ancora cercando. Dare visibilità a questa realtà qui in Italia, attraverso il teatro e in lingua italiana, mi ha fatto sentire utile.

Mi piacerebbe continuare su questa strada: usare il teatro per costruire ponti, dare voce alla memoria e, nel mio piccolo, contribuire a riparare ciò che è stato spezzato. Non solo in Argentina.

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