Continua Materia Prima Festival 26 in trasferta al Teatro Niccolini di Firenze con Controcanto Collettivo , già da noi recensiti in SETTANTA VOLTE SETTE e SEMPRE DOMENICA, che portano in scena la loro ultima fatica, SECONDA CLASSE : nuova tappa della loro ricerca prodotta dal Teatro Stabile dell’Umbria, premiata da un’ovazione finale che ha sottolineato la pregnanza e la godibilità della performance. Prosegue il Reportage di Gufetto dal Festival.
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Se il teatro è la realtà: SECONDA CLASSE

La prima considerazione, uscendo dal Niccolini dopo i molti minuti di applausi che hanno salutato SECONDA CLASSE di Controcanto Collettivo, è riflettere su quanto inutili, quanto superflue siano le infinite querelles che nel mondo della drammaturgia si affannano a tracciare linee divisive, fra quanto sia opportuno rappresentare il reale e quanto non lo sia, fra quanto sia preferibile trasformare e inventare (oppure meglio un documentario) e quanto invece il manzoniano vero per oggetto non risulti neppure oggi valicabile. Dubbi legittimi, eppure, quando in scena va uno spettacolo come questo, dove non solo non c’è la quarta parete ma non c’è nemmeno la recitazione, ed il teatro non rappresenta, è, con una corposità e una disinvoltura che diventano, per quanto estreme, ad un certo punto assolutamente impercettibili, perché vere, perché reali, non hanno più senso.
Invitato anche il pubblico

Alla cena dei cugini siamo invitati anche noi: ed eccoci con gli attori nella casa oggi straordinariamente pulita, lo notano tutti, a spartirsi la pizza che due personaggi, identicamente, hanno portato per contribuire al menù, e ad ascoltare la grande notizia. Valerio potrebbe svoltare, potrebbe partecipare a un’operazione finanziaria redditizia che restaurerà e trasformerà la Villa della contessa, luogo iconico di Castelgandolfo, in una residenza di charme per la quale potrebbe essere lui a gestire le comunicazioni pubblicitarie. Tutti i parenti gli stanno intorno, gli impartiscono critiche e consigli, in una lingua che non è nemmeno un gramelot ma è autentica, viva e vera, come vivi e veri sono i consigli e le critiche – cosa indossare per il pranzo in cui dovrà conoscere i nuovi potenziali datori di lavoro, che orologio chiedere in prestito, con quale macchina arrivare (o forse in taxi, più decoroso) – stralunati e buffi e autentici, sì: perché Valerio deve mettersi in rapporto con gente diversa, più influente, più potente, e deve organizzarsi per fare una buona impressione, anche se questo dovrà costargli di mangiare prima per sopravvivere alla dieta severa della haute cuisine, oppure di bere un sorso di vino che detesta e che gli farà sicuramente voglia di vomitare (e portati un Imodium, suggeriscono tutti, che così eviti anche le conseguenze intestinali dell’ansia).
SECONDA CLASSE: da un coro all’altro, da una lingua all’altra

Il coro familiare discute e si alterna nella scenografia di elementi bianchi, spostabili ma comunque non opprimenti, quando gli stessi attori si trasformano nei commensali del pranzo fatale gli elementi si combinano in un alto tavolo, che inchioda attorno a sé tutto il cast. Con salto acrobatico la lingua cambia col cambiare dei ruoli, e il dialetto vivo e tenero e buffo diventa un linguaggio di italiano standard percorso dai consueti inglesismi da camuffamento smart, e il lessico, quello sì, conosce la rarefazione che la contessa desidera mantenere: si dice tutto per non significare nulla, per costruirsi intorno una nebbia di senso che ricopra la tenaglia, sottostante, dell’operazione. Solo Valerio, a piccoli passi, continua a chiedere chiarimenti: solo lui rimane ancorato a un discorso in cui le parole significano le cose (“ma quanti lettini ci saranno in spiaggia?” “beh, lettini, ci saranno dei luxury corners”), e pretende anche dagli altri una chiarezza che, quando arriverà, lo porterà a un imprevedibile, ma netto, rifiuto, a una presa di distanza irrevocabile.
Innocenza e diversità, lo scandalo di Pasolini
La terza parte gira il cannocchiale all’indietro, ed ecco che di nuovo siamo tornati con la famiglia di Valerio, in un momento posteriore, però, temporalmente parlando – a cui lui racconta le motivazioni del suo cocente rifiuto. Non avrebbe potuto tollerare di collaborare ad un progetto che avrebbe danneggiato la città, sottratto ai cittadini la loro spiaggia, costruito uno spazio privato snobistico ed esclusivo. Questa cosa lo ferisce e lo scandalizza, e si meraviglia che i parenti invece la comprendano benissimo. Non c’è nulla di strano, sostengono, nel voler essere diversi e migliori, nel desiderare spazi esclusivi, nel voler percepire di possedere qualcosa che altri non posseggono. A questa teoria Valerio non si rassegna, e non smette di proclamarsi completamente estraneo, diverso. Questa terza parte è micidiale, e geniale. Vedendola, ci si chiede quanti sono i modi attraverso i quali gli snodi fondamentali della nostra cultura possono essere articolati.

Questo punto in particolare, e lo spettacolo in generale, ha per radice e infratesto la riflessione pasoliniana molto di più, e molto meglio, di quanto altre performance abbiano mai potuto ottenere. Mentre seguiamo lo scandirsi delle situazioni non ci accorgiamo di quanto l’intera piéce riproduca le tematiche profonde di Pier Paolo Pasolini, l’innocenza delle classi popolari, l’innocenza che non è un dato positivo, ma è una colpa, una grandissima colpa, perché significa accettare biecamente tutte le perversioni che il nuovo tempo sta propinando alla nuova generazione; un generazione che dai padri sta passando ai figli e i figli «pagano sempre le colpe dei padri» (Lettere Luterane). La famiglia di Valerio è innocente per status, perché, manzonianamente di nuovo, non appartiene alla classe degli oppressori, non ne ha i mezzi, ma a quella degli oppressi: “mala cosa nascer povero” commenta Perpetua nel romanzo di Manzoni. La loro innocenza di nascita, però, è già inquinata: l’omologazione, il contagio, l’imitazione dei comportamenti di coloro che appartengono alla prima classe li minacciano, e contro di essi non hanno armi, né, forse, desiderano averne. Si distingue soltanto Valerio, diverso da tutti, capace di percepire lo scandalo di questo meccanismo e di volersene tenere fuori: “lo scandalo del contraddirmi” avrebbe potuto dire, citando appunto Pasolini, lui, unico personaggio capace di veder chiaro nell’ambiguità generale – “ma a che serve la luce?”.
SECONDA CLASSE: una lezione e un mistero
In conclusione, SECONDA CLASSE è una lezione. Di teatro, certo, perché ci pone davanti a un momento assoluto e puro in cui le paratie fra chi siamo e cosa vediamo si distruggono, si dissolvono. Di etica, certo, perché molti sono i temi che sottostanno alla drammaturgia, il rispetto dei piccoli luoghi, il rispetto della vita in comunità da valorizzare, l’omologazione elitaria da combattere, l’ingiustizia della pre-valutazione sociale. Ma anche, ecco, è un mistero. Uno di quei momenti in cui predisponiamo elementi per ottenere qualcosa e poi qualche altro elemento – un daimon, chissà – se li prende e se ne appropria e sembra dire: anch’ io sono qui però. Immagino che Pasolini, nella sua tomba dimenticata su un lido che non ha mai sentito parlare di luxury corners, sia stato consolato ieri sera: anzi ne sono sicura.
SECONDA CLASSE– CAST E DATI ARTISTICI
drammaturgia originale Controcanto Collettivo
idea e regia Clara Sancricca
con Federico Cianciaruso, Riccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella, Emanuele Pilonero, Clara Sancricca
assistente alla regia Elena Contrino
scenografia Michelle Paoli
disegno luci Martin Emanuel Palma
costumi Moris Verdiani
produzione Teatro Stabile dell’Umbria


