Torna a Roma, con SCUSATE SE NON SIAMO MORTI IN MARE sullo splendido palco dello Spazio Diamante, Emanuele Aldrovandi, questa volta anche nei panni di regista, un testo che inverte le dinamiche dei flussi migratori immaginando l’Europa come porto di partenza invece che di arrivo. Una storia che si bilancia tra il satirico e l’assurdo, mancando, forse, un affondo drammatico più deciso e decisivo.
La drammaturgia è stata pubblicata da CUEPress nel 2018: il testo è stato finalista nel 2015 al Premio Riccione e al Premio Scenario. Lo spettacolo, dopo il passaggio a Roma, tornerà in scena a Milano a Teatro Fontana dal 14 al 17 maggio prossimi.
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SCUSATE SE NON SIAMO MORTI IN MARE: la premessa misteriosa di Emanuele Aldrovandi
Tre personaggi di estrazione sociale e personalità chiaramente differenti si trovano sulla banchina di un porto, per incontrare una losca e bizzarra figura che li imbarcherà clandestinamente verso una misteriosa destinazione. Questa è la misteriosa premessa di “Scusate se non siamo morti in mare”, che si sviluppa in una serie di fitti dialoghi e transizioni per svelare, anche se non del tutto, i dubbi che da subito ci si pongono: da dove vengono? Perché scappano?
A dispetto di quello che potrebbe lasciar pensare il titolo, il tema della migrazione, di per sé, è più un pretesto che non il fondamento dell’opera, e qualunque aggancio ad una connessione con i fatti di attualità lascia il posto ad un focus del tutto diverso. A conservarlo sono solo le difficoltà – rappresentate più che interpretate – di un viaggio nell’angustia di un container, portato in scena da una meravigliosa scenografia di Francesco Fassone, assoluto centro dell’idea registica.

Il container: un capolavoro di scenografia
Il peso dell’impianto scenico nella struttura dello spettacolo si intuisce non appena si entra nella Sala Black dello Spazio Diamante: una parete metallica arancione occupa orizzontalmente tutto il palco. Ad avvolgerla una nuvola di fumo che, accompagnata dal rumore del mare e da un pizzico di luce, lascia subito immaginare una distesa d’acqua dall’altro lato.
La struttura si rivela presto essere un container che, ricomposto e girato, accoglie gli attori per l’intera durata dello spettacolo, senza mai smettere di stupire per le modalità d’uso che offre: viene aperto, girato, smontato e rimontato assolvendo le necessità registiche di giocare con immagini, transizioni temporali e rappresentazioni di eventi, come il naufragio, altrimenti complessi da restituire.
SCUSATE SE NON SIAMO MORTI IN MARE: ottime idee
È proprio l’uso della scenografia il punto di forza della regia di Emanuele Aldrovandi. L’evoluzione del container accompagna bene il testo, dal mistero iniziale al suo desolato dissolversi nel mare aperto con il naufragio, scandendo ogni passaggio temporale con transizioni suggestive.
La rotazione sottolinea brillantemente, con un cambio visivo di prospettiva, i momenti in cui l’azione scenica ci offre un diverso punto di vista sui personaggi. Anche i movimenti in relazione al container raccontano qualcosa: la limitazione dei personaggi e la sensazione, per il pubblico, di essere parte dell’ambiente, sono accentuate dall’apparizione del “traghettatore” in ogni angolo della sala.
La gestione dei ritmi e dei tempi comici è ottima, anche grazie al lavoro degli attori: i personaggi sono ben caratterizzati, sebbene i tre protagonisti siano a volte un po’ slegati in termini di stile attoriale. Distinzione stilistica perfetta invece per Debora Zuin, che dà al suo particolarissimo personaggio un’aura da Caronte moderno, perfetta per il ruolo.
… E QUALCHE SCIVOLONE
Un pregio può diventare, tuttavia, un difetto, quando vi si investe tutto tralasciando, forse, qualche elemento comunque importante. L’intero spettacolo dà la sensazione di non essere pulitissimo in merito alle scelte di posizioni per gli attori, e l’immagine finale, resa attraverso un’altra delle tante possibilità scenografiche, è suggestiva, tuttavia difficilmente associabile ad un significato forte.
Ma a lasciare l’amaro in bocca è la scarsa credibilità emotiva degli interpreti – che appare come impostazione registica, più che come mancata abilità attoriale – che, pur funzionale al lato comico, manca completamente l’appuntamento con quello più drammatico. Si perde tutta la tensione che l’atmosfera iniziale restituisce, il senso di disagio, e la svolta drammatica – che infine arriva – si trasforma in un momento di calo generale. Insomma, una scelta non del tutto sbagliata, ma che manca del giusto – e certamente complesso – equilibrio.
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SCUSATE SE NON SIAMO MORTI IN MARE: il testo di Aldovrandi funziona ma qual è il punto?
Ad essere complesso, infatti, è il testo stesso, che offre chiaramente tutti questi registri – misterioso, satirico, assurdo, drammatico – con un passo ed una fluidità che la regia fa più fatica a mantenere. La costruzione dei personaggi è ottima, soprattutto nei loro contrasti, e il fiore all’occhiello è il già citato personaggio affidato a Debora Zuin. Unica pecca, su questo, è la battuta che spiega perché parli così: spezza il mistero in un momento in cui lo spettatore non ne ha bisogno.
Gli incastri dei fitti dialoghi sono impeccabili, taglienti, colmi di un’ironia cinica che funziona bene e fa ridere, sebbene stia diventando sempre più comune. Il testo è tanto, ma non è mai troppo, e la sensazione è che ogni scena sia necessaria.
Tutta questa struttura, tuttavia, non restituisce con chiarezza alcun concetto o riflessione di rilevanza. Si passa più di un’ora ingaggiati, si lascia la sala divertiti, ma un po’ confusi sul significato di tutto ciò che si è visto – forse a causa, forse per complicità, di quel mancato affondo drammatico. Il nodo centrale è sicuramente il rapporto tra i personaggi e la loro situazione, ma non si arriva mai ad una conclusione degna di nota.
SCUSATE SE NON SIAMO MORTI IN MARE: Un titolo ingannevole?
Può darsi che sia davvero il titolo ad ingannare, ponendo un’aspettativa sullo spettacolo che non viene delusa né soddisfatta, ma semplicemente stravolta. Si parla comunque di un lavoro ben svolto, che non fa certamente rimpiangere il prezzo del biglietto e che anzi diverte raccontando una storia, la cui unica pecca è quella di non avere all’apparenza, salvo molto troppo fantasiose letture che si potrebbe tentare di proporre, alcun aggancio di senso più ampio della narrazione stessa.
Non è detto che ogni spettacolo debba averlo, certo, ma, che sia per aspettativa o semplice osservazione di un potenziale, resta un vago senso di incompiutezza per questo viaggio che, come nella sua stessa storia, non si sa bene dove voglia arrivare.
SCUSATE SE NON SIAMO MORTI IN MARE: cast e dati artistici
Testo e regia: Emanuele Aldrovandi
In scena: Tomas Leardini, Luca Mammoli, Sara Manzoni, Debora Zuin, Vincenzo Di Giovanni
Scene: Francesco Fassone
Luci: Antonio Merola
Costumi: Costanza Maramotti
Movimenti: Olimpia Fortuni
Ambiente sonoro: Riccardo Tesorini
Trucco: Giorgia Blancato
Aiuto regia: Bianca Giardina
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