SARABANDA @ Teatro La Pergola: ancora qualcosa da dirsi?

SARABANDA, ultimo film di Ingmar Bergman arriva sul palco del Teatro La Pergola con un ottimo cast di attori – Renato Carpentieri, Alvia Reale, Elia Schilton, Caterina Tieghi – diretti da Roberto Andò. Una trasposizione teatrale della nota pellicola, il testamento artistico del maestro svedese che torna a Scene da un matrimonio con i protagonisti diventati, trent’anni dopo, più maturi, ma anche più spietati. Il mistero dell’amore e dell’odio, l’ineluttabile conflitto tra genitori e figli, tra indifferenza e attaccamento morboso, la vecchiaia, l’angoscia degli ultimi giorni, sono i temi di questa Sarabanda. (Ricordiamo nella scorsa stagione della Pergola l’adattamento teatrale ad opera di Monica Guerritore del film FRED E GINGER).

SARABANDA: dal cinema al teatro

SARABANDA, foto di Lia Pasqualino
Renato Carpentieri e Elia Schilton in SARABANDA, foto di Lia Pasqualino

A sipario chiuso nel buio della sala e del palcoscenico ci avvolgono le note struggenti di un violoncello che suona la Sarabanda della suite n°5 di Johann Sebastian Bach, impregnando l’atmosfera di quella gravità ineluttabile del dolore, insita nelle relazioni piene di non detti, che uncina l’anima degli spettatori e non li molla fino alla fine e forse anche oltre. Dieci scene nel film, dieci scene sul palcoscenico. Dieci duelli senza vincitori. Dieci conversazioni nell’intimità di uno spazio che illumina i dettagli delle parole molto prima che siano pronunciate, mai incalzanti come la rabbia compressa che le motiva vorrebbe, ma impietose e taglienti come macigni in un mare d’acqua cheta. Bellissima la fotografia che ricorda i quadri di Hopper su cui, tra luce e buio si stagliano le figure degli attori, che si alternano a due a due portandoci nei frammenti di una storia che si dipana tra passato e presente. Evocativa ed efficace la scenografia che rende immediati i cambi scena. La regia è innovativa con i drappi neri che si aprono geometricamente nelle quattro direzioni richiamando immediatamente l’idea di un obiettivo cinematografico, primo riuscito riferimento nella trasposizione teatrale, estremamente aderente, alla pellicola di Ingmar Bergman, grazie anche a un cast di attori in stato di grazia.

SARABANDA: l’angoscia del non detto

SARABANDA, foto di Lia Pasqualino
Elia Schilton e Caterina Tieghi in SARABANDA, foto di Lia Pasqualino

In ogni scena le luci scolpiscono i confini degli oggetti e dei corpi quasi a volergli strappare dal di dentro una multidimensionalità e una profondità negata dall’incapacità di guardare oltre il proprio piccolo egoistico cosmo. Le parole usate, per quanto a volte spietate, sembrano avvolgere come un ciclone le differenti prerogative egoiche dei personaggi, l’arrogante inconsapevolezza del monolitico Johan (Renato Carpentieri), la frustrazione irrisolvibile del bambino inascoltato di Henrik (Elia Schilton), la stizzosa accondiscendenza di un’adolescente (Caterina Tieghi) imprigionata tra le corde di un violoncello e quelle di un ricatto emotivo. E al centro del ciclone a dare contenimento alle emozioni che non si possono zittire c’è Marianne (Alvia Reale), l’unica figura che si contrappone alle singole narrazioni, dominante, solidale, radicata e rassicurante in una sorta di amore da donna-Cristo che accoglie senza proiettare senso di colpa. La chiave con cui leggere questo sacrificio non è banale, non è sottomissione né martirio. È una vibrazione silenziosa e intimamente violenta che trattiene in sé verità e sentimenti inaccessibili e inesprimibili. Lei, Marianne, è il Caronte che ci accompagna nei recessi angoscianti di chi si accomoda in sé stesso anche, e soprattutto, quando si detesta. Ma è anche il Maitreya che permette alla Karin di compiere una scelta autonoma e solitaria per governare la propria vita, uscendo dal giogo che la ucciderebbe.

SARABANDA: l’inferno delle relazioni

SARABANDA, foto di Lia Pasqualino
Renato Carpentieri e Caterina Tieghi in SARABANDA, foto di Lia Pasqualino

La famiglia che Marianne e Johan sono stati è il preludio di una raffigurazione infernale delle relazioni. Ricorrere ai legami familiari costringe a guardare le conseguenze dell’incapacità di comunicare con intima onestà, prima di tutto con sé stessi. Questa rappresentazione è evidente nel rapporto tra i personaggi perché, quando di fronte hai un figlio o un padre, lo specchio di quello che si è, è implacabile e non concede sconti nell’urlarti in faccia che i pensieri, le azioni e i comportamenti che disprezzi nell’altro sono esattamente i tuoi. Quando il passato si incaglia nello sguardo delle persone, il presente ha un sapore amaro e il futuro è un reiterarsi infinito di destini uguali a sé stessi, nonostante cambino, col passare di generazioni, i nomi, i volti e i corpi, che sembrano relegati solo a dare voce a storie dolorose mai risolte.

SARABANDA: prendersi per mano

SARABANDA, foto di Lia Pasqualino
Renato Carpentieri Alvia Reale in SARABANDA, foto di Lia Pasqualino

L’aspetto più potente di quest’opera è la dicotomia tra due sguardi, quello rivolto fuori da sé alla continua ricerca di facili felicità che cela il bisogno di fuggire da un assordante vuoto interiore, e quello fondato sulla resilienza e l’accettazione che permette di restare presenti a sé stessi ma che, all’estremo, conduce all’immobilità e alla perdita di nuove possibilità. E forse l’inferno è proprio questo, continuare a vivere come si è sempre vissuto, senza permettere alla vita che ci è concessa di scuotere le nostre fondamenta e di sperimentare un ampliamento della coscienza e l’accrescimento della percezione che abbiamo di noi stessi e dell’altro diverso da noi. Ritrovare l’innocenza del sentire profondo è invece il modo per restare aperti l’uno verso l’altro, concedersi tenerezza e perdono, creare connessioni che resistono alla vita e alla morte, mentre si danza sulle note di una SARABANDA che si compone giorno dopo giorno.

SARABANDA, regia di Roberto Andò, trailer

SARABANDA

di Ingmar Bergman
con Renato Carpentieri, Alvia Reale, Elia Schilton, Caterina Tieghi 
traduzione Renato Zatti
scene Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
musiche Pasquale Scialò
suono Hubert Westkemper
regia Roberto Andò
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo Palermo
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd
per gentile concessione di Joseph Weinberger Limited, Londra
per conto della Ingmar Bergman Foundation

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