Cupo, angosciante, e magnifico. Sulle tavole del Teatro Fabbricone va in scena il dramma postumo di Koltès, ROBERTO ZUCCO, per la regia di Giorgina Pi – già in prima nazionale ad ottobre al RomaEuropa Festival 2024. Liberamente ispirato alla cronaca del pluriomicida e parenticida Roberto Succo, si tratta di un dramma complesso e multistrato, che passa dal dato di cronaca al mito: basta cambiare la prima lettera del nome del reale assassino per far oscillare subito il testo fuori da ogni realismo verso una dimensione puramente simbolica. Procedimento, questo, che però molte delle tragedie greche avevano compiuto, trasportando allo status di dramma episodi storici dichiarati (I Persiani di Eschilo, ad esempio) oppure appena velati (Le Troiane euripidee come specchio del destino delle donne di Melo), e riuscendo a farli diventare exempla della condizione umana.
A cura di Leonardo Favilli e Susanna Pietrosanti
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ROBERTO ZUCCO: il percorso narrativo del serial killer

Nel rispetto del testo originario, le vicende di Roberto Zucco, condannato inizialmente per parricidio, si snodano a partire dall’evasione dal carcere, che lo porterà a perpetrare altri inenarrabili omicidi – dal matricidio fino all’assassinio di un brigadiere e di un innocente ragazzino davanti agli occhi della madre. Ma queste non sono le uniche vittime destinate ad essere colpite da Zucco. La sua perenne fuga si intreccia con il desiderio di emancipazione e di amore di un’adolescente, priva come tutti i personaggi tranne il protagonista, di un nome proprio. Concessasi fugacemente a lui per rinunciare finalmente alla sua verginità, la ragazza trascorrerà il resto del tempo a ricercare colui che lei ama, o crede almeno di amare, mentre il fratello ed il resto della sua famiglia passano dal segregarla nella privazione per proteggerla dalla “disgrazia” alla svendita del suo corpo in un infimo locale di prostituzione. Gli spazi domestici, gli interni e gli esterni del night club, la stazione ed il parco pubblico: in un continuo e rapido scambio di quadri e di scenografie mobili – curate dalla stessa Giorgina Pi – le vicende si dipanano con linearità negli spazi di un’anonima Piccola Chicago che tanto negli ambienti familiari quanto in quelli pubblici esprime stridore ed angoscia.
ROBERTO ZUCCO: l’assassino e il rapporto col resto del mondo
Il tessuto umano che circonda Zucco non appare migliore di lui: la famiglia della ragazza “deflorata” si divide tra autoritarismo violento ed inezia; la clientela del night club L’Or Bleu convive con indifferenza con la compravendita di corpi che si perpetra dietro la tenda mentre al di qua si balla e si beve; la gente al parco pubblico è incapace di percepire la pericolosità del momento mentre l’assassino tiene in ostaggio una madre e spara in testa al figlio inerme disteso a terra – climax narrativo del testo. Proprio la madre ostaggio – interpretata da una straordinariamente paradossale Monica Demuru – sembra entrare veramente in sintonia col suo carnefice pur non apparendo migliore degli altri. La sua capacità di rimozione dei sentimenti e degli eventi aprono al climax emotivo che si consuma in una solitaria stazione ferroviaria: i due personaggi si aprono ad un dialogo frammentario, a tratti surreale ed inconcludente, dimostrando però un’intesa di sentimento, come fossero accomunati da un destino che solo adesso, insieme e lontani dagli altri, sembrano davvero percepire comune. Non basterà però a redimere né l’uno né l’altra in un mondo che, come dichiara la regista, è “costitutivamente violento”.
La regia ed il cast di ROBERTO ZUCCO: coralità di solitudini

La regia di Giorgina Pi è una macchina precisa, scattante che con un sapiente uso delle luci, fuori e dentro la scena, riesce a sviluppare l’intreccio con efficacia e perizia. Dalla semioscurità di partenza le scene diventano gradualmente sempre più chiare in contrasto con l’escalation di violenza del serial killer che appare incredibilmente sfuggente nonostante agisca a volto scoperto e tranquillamente in pieno giorno. Così come nel testo di Koltès, non c’è giudizio, mentre lo sguardo in primissimo piano di un attore a turno nei cambi scenografia ci scruta e sembra interrogarci sulla nostra visione di un Roberto Zucco tormentato – interpretato da un ottimo Valentino Mannias (per dovere di cronaca, candidato UBU 2024 per miglior attore under 35) – come costretto da una forza invisibile ma inesorabile a tappezzare il suo percorso di efferati assassinii che lo condannano alla fuga e alla solitudine, quasi suo malgrado. Come Mannias anche il resto del cast non ha deluso, sposando il progetto della regista di dare al testo un effetto corale composto però di singoli che rompono tutti gli schemi precostituiti della comunicazione, rendendo paradossalmente più genuini i rapporti più illogici a fronte di legami sociali presumibilmente più forti ma qui più spietati – dalla madre indifferente che rimuove l’uccisione del figlio con estrema facilità, al fratello per cui è più grave la “disgrazia” della deflorazione della sorella rispetto alla sua felicità, fino allo Zucco parenticida.
L’eco della tragedia greca in ROBERTO ZUCCO
Il substrato del dramma in cui si ha questo inatteso capovolgimento dei rapporti attira, stinge e allontana il mito e il dramma tragico, in un movimento ondulatorio ipnotizzante. La prima scena dimostra una potenza evocativa inaudita: i due poliziotti che sul palco buio, illuminato solo dallo schermo di sorveglianza, discutono su qualcosa che avvertono, prevedono, presentono (“sento qualcosa ma non con le orecchie”), snodano alle loro spalle tutto l’acme del teatro: la Sentinella dell’Orestea, ad esempio, che veglia in massimo dolore, in massima oppressione, per ordine della regina, oppure le guardie nell’incipit di Amleto, che, come qui, esattamente, dopo una doppia, smentita percezione, saranno visitate dal fantasma. La possibilità di avvicinare Roberto Zucco alle grandi tragedie, greche e shakespeariane, lo colloca subito in una dimensione ben definita. Lo stile visivo è completamente contrario a qualsiasi epicizzazione, anzi tende verso un procedere cinematografico, con illuminazioni isolate e taglienti, con oggetti di tipo realistico, anni 60: ma la fumosità nebbiosa, l’oscurità, la magia per la quale una cucina economica può esprimere fiamme e fumo a nuvole spesse non rimanda forse a un al di là classico, alla “grigia miniera delle anime” in cui Orfeo recupera Euridice o tenta di farlo nel poema inarrivabilmente bello di Rilke? Così il protagonista, che si mette e si toglie innumerevoli maschere del mito. È Edipo, certo, nell’assassinio dei genitori, punto base del dramma, crudelissimo e insensato. È Icaro nel suo desiderio di volo oltre tutti gli oltre, nel suo precipitare a terra. È il portatore dell’oltranza dell’ybris, l’orgoglioso slancio che nella Grecia classica imponeva il superamento di tutto: dei limiti, e di sé: e insieme è un tagliatore di legami, che rifiuta, tutti, da quelli familiari a quelli sentimentali, verso una libertà insieme dolorosa, algida, e profondamente soddisfacente. Quella degli animali, forse, che popolano tutto il dramma in un affollarsi di nomi metaforici: tortore, colombe, topi, rinoceronti, ippopotami. Animali senza falsi legami, istintivi, autentici, forse felici. Animali senza nome: del resto, l’unico ad avere un nome è proprio il protagonista: e il nome che neppure voleva confessare sarà uno dei semi della sua rovina. I nomi non funzionano, i legami nemmeno; nemmeno quelli mitologicamente riconoscibili: la storia tra la giovane donna violata dal protagonista ed il fratello è un’Antigone alla rovescia, capovolta e oscurata, e i protagonisti, appunto, non hanno nome. Forse, neppure il nome della loro identificazione.

ROBERTO ZUCCO: l’eroe e la crudele bellezza del male
“Io non sono un eroe. Gli eroi sono dei criminali. Non c’è eroe i cui abiti non siano inzuppati di sangue e il sangue è la sola cosa al mondo che non possa passare inosservata. È la cosa più visibile del mondo. Quando tutto sarà distrutto e una nebbia da fine del mondo ricoprirà la terra, resteranno sempre gli abiti zuppi di sangue degli eroi”. È un eroe, dunque, il protagonista? Vorrebbe esserlo, almeno? La sua tensione verso la metamorfosi, estrema, è innegabile: costretto a muoversi greve nel mondo, come un rinoceronte, desidererebbe farsi liquido, sgusciare tra le maglie del mondo/ prigione verso il sole: lo fecero grandi eroi fondatori, Edipo, Romolo, anche Eracle, che forse è la maschera più avvicinabile per la sua apoteosi dolorosa dopo terribili delitti. E come i grandi eroi del dramma classico, Roberto Zucco si muove nella danza del fato, nel flipper sempre in atto del destino: la disgrazia, il colpo fatale, può imprimere un movimento imprevisto, dalle conseguenze inimmaginabili, e fare di noi ciò che non sapevamo, né prevedevamo. E come avviene in molte delle tragedie classiche, la devastazione, il delitto, la catastrofe, la doccia di sangue provocati dalla disgrazia, dal colpo di stecca del fato non hanno rimedio né perdono né senso: rimane un gorgo vuoto, dal margine del quale ci troviamo a guardare, e proprio quello spazio spopolato, devastato, ha un messaggio potente: che il male non ha motivo né ricomposizione, solo una capovolta, parziale, crudele bellezza. Non altro.
Visto al teatro Fabbricone (Prato) il 23 novembre 2024
ROBERTO ZUCCO
di Bernard-Marie Koltès
traduzione di Francesco Bergamasco
adattamento, regia, scene e video Giorgina Pi
con Valentino Mannias
e Andrea Argentieri, Flavia Bakiu, Monica Demuru, Gaia Insenga, Giampiero Judica, Dimitrios Papavasilìu, Aurora Peres, Alessandro Riceci, Kevin Manuel
costumi Sandra Cardini, Gianluca Falaschi
colonna sonora originale Valerio Vigliar
ambiente sonoro Collettivo Angelo Mai
luci Andrea Gallo
assistente costumi Anna Varaldo
produzione Teatro Nazionale di Genova, Teatro Metastasio di Prato e RomaEuropa Festival
un progetto di Bluemotion
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di François Koltès


