Cinzia Spanಠe Francesca Turrini: IL TEATRO àˆ DONNA!!!

Chi inizia a leggere questo lungo (per gli standard di internet) articolo, dico che a causa della natura e della lunghezza di questo scritto, “Ti sto scegliendo”, perché non sono mica uno che si accontenta di una cosa veloce e via!
No, caro/a lettore/ice scegliamoci insieme, come in ogni bella relazione d’amore.

Quando la pandemia, “scummigghiò i cummogghi di’ pigniàti”

In questo momento drammatico, tante persone non ci sono più, tante hanno perso i loro affetti, tanti non hanno più il lavoro, tanta gente non ha più speranze, e noi teatranti ci poniamo le stesse domande di tutti, più o meno, impauriti per il futuro che vogliono farci immaginare, ma nella nostra natura c’è la forza del desiderio, la potenza dell’immaginazione a non farci soccombere; certo, c’è pure la necessità di lavorare per mangiare e c’è la fatica di recuperare i soldi per l’affitto e le bollette, ma noi siamo nati così: predisposti a sognare!
Il nostro settore è in grave crisi perché la pandemia, “scummigghiò i cummogghi di’ pigniàti” (*ha scoperchiato i coperchi delle pentole) nelle quali, mezzi bruciati e mezzi crudi, ci sono i nostri politici senza sostanza, i nostri governatori insipidi, i nostri gestori scaduti, insomma dentro le “pigniàte” c’è una porcheria vera e propria.
C’era pure prima, ma ce la mettevano nel piatto e mangiavamo senza dire niente, ora no, ora vediamo e non vogliamo mangiare più!
Ogni categoria di professionisti si sta riunendo per porre rimedi all’imminente disastro economico e sociale, e anche il teatro fa lo stesso.

Cinzia Spanò e Francesca Turrini di Attrici Attori Uniti, due donne in prima linea

Mi scusino tutti quelli che non nomino, perché sono tante le persone e tanti i gruppi che stanno lottando per il bene della categoria dello spettacolo, lavorando giorno e notte, ma mi preme parlarvi di Cinzia Spanò e Francesca Turrini, due delle donne che sono in prima linea nel gruppo “Attrici Attori Uniti".
Un gruppo di circa 2200 attrici e attori che quotidianamente si confronta e discute sulle possibilità di rinascita del settore teatro, strutturato in tavoli di lavoro (gruppi di persone), che studiano soluzioni di emergenza e di rinascita su diversi fronti, per esempio c’è il tavolo quello dedicato alle buone pratiche, quello per le campagne informative, per i diritti dei lavoratori, il tavolo per il contratto nazionale del lavoro, il tavolo etico etc etc.

Attrici Attori uniti

«una comunità nata in questo periodo di emergenza, formata da lavoratrici e lavoratori che hanno sentito la necessità di unirsi e creare un terreno di confronto sulle tematiche legate al nostro mestiere».
Il 20 aprile scorso “Attrici Attori Uniti” ha inviato una lettera aperta al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Nunzia Catalfo, al Ministro dei Beni, Att. Cult. e Turismo, Dario Franceschini con riflessioni e proposte sul futuro del sistema culturale del nostro Paese.
Fra le proposte, l’istituzione di un reddito di sostegno per tutti i lavoratori dello spettacolo esteso fino alla ripresa delle attività, garantire la Trasparenza sui criteri di assegnazione dei finanziamenti straordinari, regolamentare con urgenza il diritto d’autore e d’immagine per gli spettacoli in streaming, studi di fattibilità virtuali e dal vivo e adeguati protocolli di sicurezza, versamento e cumulo dei contributi, di conseguenza indennità per i periodi di non-occupazione ispirata al modello francese.

Perché in tempo di crisi planetaria dare voce a due donne, due attrici?

Perché il teatro è donna, una bella donna che lotta, che parla, che usa la parola “includere”, che ragiona sul concetto di dignità, che cerca di rapportarsi con quel mondo maschile che di lei dirà sempre: “è una donna, il suo contributo è proporzionato alla sua identità!”
Quel mondo maschile difficilmente ascolterà donne che parlano di diritti, d’identità, di condizioni disagiate, di contratti sottopagati e di desiderio di avere gli stessi ruoli degli uomini, perché quelle donne dicono cose belle, è vero, ma non è che uno può dare ascolto a tutti.

Seduti ad un “Caffè” di una bella piazza italiana, in un bel pomeriggio di primavera.
Dei bambini giocano e il sole li fa sudare.
Sono belle le due donne, Cinzia e Francesca. La Spanò e la Turrini!
All’interno di “Attrici e Attori Uniti” sono entrambe referenti del Tavolo di Genere. Francesca specifica: “Sono la co-fondatrice del tavolo di genere insieme a Cinzia.
È una carica non permanente, turneremo”.
La specifica del “turneremo” fa intendere un sistema organizzato che prevede confronto continuo fra i componenti.
Eccole le mie guerriere della luce, penso mentre le guardo affascinato!

Tindarello – “Francesca tu sei una guerriera. Che armi hai a disposizione per battere un esercito di uomini?”
Francesca – “Io non voglio combattere contro un esercito di uomini. Combatto le mie battaglie contro il pensiero maschilista dominante.
Lo scudo d'oro sono le mie radici (vengo da una famiglia monogenitoriale, mia madre è stata un'operaia, ora in pensione); all'arco invece ho più frecce: il senso critico, la capacità di adattamento, la schiettezza. Ho anche un super potere: ho un “nero” interiore, lo conosco, lo navigo e mi permette di riconoscere il “nero” degli altri. La chiamerei Deep-empatia”.

Tindarello – “Cinzia ai vertici delle decisioni delle sorti del teatro ci sono uomini. Cosa credi che gli manchi?
Cinzia – “Continuiamo a ripeterci che il teatro ha una funzione di specchio per il pubblico che viene a vedere gli spettacoli. Mettiamo in scena testi scritti da uomini per gli uomini. Le donne per millenni non hanno potuto né scrivere né recitare. Senza nulla togliere alla bellezza dei personaggi femminili che gli autori hanno scritto non possiamo negare che lo sguardo dal quale il teatro osserva il mondo è soprattutto uno sguardo maschile. Quindi noi assistiamo al paradosso di avere le platee per la maggior parte riempite da spettatrici che guardano uno specchio in cui non solo non vengono rappresentate, c’è infatti una grande sproporzione tra personaggi maschili e femminili, ma spesso i personaggi femminili in cui potrebbero riconoscersi sono appiattiti dagli stereotipi con cui i registi guidano le attrici. Per tornare alla domanda se dovessi scegliere la cosa più grave che manca ai direttori uomini è il senso di responsabilità verso le spettatrici che hanno il diritto di vedersi rappresentate. Vogliamo più autrici donne, più registe, più attrici sui nostri palcoscenici”.

Loro non si definiscono guerriere, ma io le vedo forti, sicure del fatto loro, pronte a non farsi mettere i piedi in testa da nessuno, e soprattutto le vedo belle.
Tindarello – Per voi cosa significa “essere bella”?
Cinzia – “La bellezza non è interessante. Lo stile sì. E lo stile è una questione di personalità”.
Francesca – “Quando sto bene mi sento bella. Ma mi accetto anche e soprattutto quando non mi sento affatto bella. Perché questa retorica del siamo tutte belle, l’importante è prendersi cura, “accettati” a me ha un po’ stancato. Ormai ogni brand ti propina una campagna di self-confidence. La vera lotta è sentirsi brutte senza sentirsi sbagliate; è sentirsi uno schifo senza sentirsi in colpa”.

Ecco che la Turrini parla di lotta! Me ne esco con una frase a caso!
Tindarello – “Francesca perché è importante proteggere i più deboli?”
Francesca – “Premetto che io non sono in grado di proteggere nessuno. Ma posso essere una buona alleata. A me interessa che si inneschi un processo di auto-consapevolezza.
Penso a tutte quelle persone che arrivano in Italia solcando il mar Mediterraneo.
A loro dobbiamo restituire dignità e identità, fornire strumenti e spazio.
Solo così saranno al sicuro”

Tindarello – “E affermare i tuoi diritti?”
Francesca – “Vitale. Non credo possa essere diversamente. Se subisco un'ingiustizia non riesco a dormirci la notte, sto male fisicamente”.

Cinza ascolta in silenzio, ha degli occhi grandi, neri. Magnetici. Fortunatamente il sole non riesce a schiarirglieli.
Tindarello – “Cinzia, quando hai sorriso l’ultima volta?
Cinzia – “Oggi è mancato Ezio Bosso. Penso che il vuoto che sentiamo ora, possa essere riempito dalla promessa di provare ad assomigliargli almeno un pò. E la sua grande lezione è stata averci dimostrato che la vita andava attraversata col sorriso, nonostante tutto. Quindi, per tornare alla domanda, ho sorriso oggi. Sorridere nonostante tutto”.

Le sorrido, come per ringraziarla.
Tindarello – “Cosa significa lottare per il proprio ideale?”
Cinzia – “Riuscire a trovare la strada per la sorgente che ci abita e che riempie di senso la nostra esistenza. È bello lottare anche quando non possiamo essere sicuri di incidere davvero sulla realtà”.
C’è stato un momento che ha segnato un passaggio nella mia vita professionale è stato il monologo dedicato alla figura di Laura Fermi, moglie del fisico Enrico.
Le mogli degli scienziati che lavorarono alla bomba atomica vennero tenute all’oscuro del lavoro dei mariti per motivi di sicurezza fino a quando la bomba non venne sganciata sul Giappone. Io trovavo che fosse importante restituire alle donne questa parte della loro storia, ma il testo non esisteva e così mi decisi a scriverlo io. È stato tutto un lungo percorso fino al debutto in cui ho avuto bisogno di convincere molte persone a credere nella validità del progetto e nella mia capacità di potercela fare. E la persona con cui ho lottato di più sono stata io stessa. Un lungo tormento che non è finito col debutto ma continua tutt’oggi quando vado in scena. Sento una responsabilità enorme che da attrice pura non avevo mai sentito. Solo quando ho debuttato ho capito che quello che interessava a me interessava anche ad altri, e che il modo che avevo di raccontarlo emozionava anche gli altri.
Con quello spettacolo la mia vita è cambiata. Ma so che la mia soddisfazione è stata direttamente proporzionale alla paura che ho provato.
Lottare con il mondo che sta fuori è più facile che lottare col mondo che sta dentro di noi.”

Ecco una delle grandi lotte che facciamo tutti: attori, scrittori, commesse, ragionieri, maschi, femmine…tutti! E quant’è difficile!
Tindarello – “Francesca quale è la difficoltà maggiore che hai dovuto affrontare nel tuo lavoro?"
Francesca – "Gli stereotipi legati al corpo grasso, il mio, che io rivendico.
Essere chiamata sempre ad interpretare ruoli in cui la mia grassezza è motivo di divertimento, scherno e che comunque sta alla base dell'arco narrativo del personaggio. Continua ad accadere, non accade sempre per fortuna, ma sogno di vivere in un mondo in cui l'attrice afro-italiana non interpreta la cameriera e quella grassa non interpreta il personaggio triste e pigro che vorrebbe essere magro o quello simpaticone che mangia ad ogni ciak.
In passato ho lavorato come cameriera per gli anni del liceo, anche se cominciavo già a fare i primi lavori pagati in teatro. E un paio di estati sono andata a raccogliere la frutta. Finita l'accademia ho lavorato come cameriera in un rifugio. Negli ultimi anni sono riuscita a campare sempre facendo il mio mestiere (con innumerevoli alti e bassi)”.

Le volte che ho incontrato Francesca non mi sono mai interessato alla sua grassezza, ma mi ha sempre colpito il risultato delle espressioni del suo volto: ha gli occhi di Edith Piaf e il sorriso sornione di un gatto che ha acchiappato un topo!
Tindarello – “Cosa significa per te parità di diritti?”
Francesca – “Avere le stesse possibilità di ricoprire un ruolo, senza che a determinarlo sia genere, orientamento sessuale, provenienza geografica, colore della pelle, aspetto esteriore, estrazione sociale etc…
Diritto ad immaginarsi, per le bambine e i bambini, non in base a ciò che è ricorrente di un genere, ma in base alla propria vocazione e ai propri talenti”.
Tindarello – “Cinzia, perché è importante proteggere i più deboli?”
Cinzia un po’ si rompe ai mei continui cambi di discorso, ma mi vuole bene, mi risponde.
Cinzia – “Se rispondessi a questa domanda per come è formulata sposterei la risposta su un piano razionale. Ancora prima di diventare pensiero difendere i più deboli è qualcosa che si sente come necessario, che risponde a bisogni profondi che non hanno bisogno di essere spiegati”.

Tindarello – “Come vorresti che un’amico/a ti descrivesse, agli occhi di chi non ti conosce?”
Cinzia – “Mi piace che mi venga riconosciuta l’onestà intellettuale, il coraggio di espormi quando è necessario e non essermi mai fatta fermare dalla paura di fallire”.
Quante volte in questi mesi, ho avuto paura di fallire, soprattutto fallire la ripresa del mio lavoro.
Tindarello – “Cinzia, cos’è che dà valore al tuo lavoro?”
Cinzia – “Da attrice non ho mai provato la realizzazione che ho provato da autrice.
E da autrice il valore del mio lavoro è legato a quanta capacità ha lo spettacolo che ho fatto di continuare nella mente dello spettatore anche dopo che si è chiuso il sipario, e per anni, da attrice, ho parlato con la voce di altri.
Oggi, da autrice, ho trovato la mia voce, le mie parole. Le parole che ho trovato servono a dare i nomi giusti alle cose. Quelle che vedo fuori di me. E quelle che trovo dentro di me. Sono contenta di essere solo all’inizio”.

Ogni volta che vedo Cinzia, la trovo sempre diversa. Sempre in evoluzione, come l’Etna, come le sue nuvole che la circondano, che l’accarezzano.
Tindarello – “Francesca quand’è che hai accarezzato tua madre l’ultima volta?
Francesca – “A febbraio, l'ultima volta che ci siamo viste. Sono un'autodidatta ad affettività. Mia madre non ha molta dimestichezza con i sentimenti. Ne prova di fortissimi, ma li tiene nascosti (per chi volesse saperlo: è Capricorno.) Niente, l'ultima volta, eravamo in cucina, io ero seduta al tavolo a fare colazione, lei è arrivata accanto a me mi ha accarezzato la faccia e mi ha detto che mi voleva bene e non mi dovevo preoccupare.
Per lei è una grande fatica fare una un gesto così. Io lo so ed infatti sono rimasta immobile, quasi imbarazzata. Non sapevo che dire. E poi le lacrime hanno incominciato a scorrere e non le ho più fermate”.

Queste sono solo alcune domande, alcune risposte, pochi pensieri che raccontano una millesima parte dell’intelligenza e dei talenti di queste due donne, lottatrici per amore del teatro e per amore della vita. Il teatro contemporaneo è fatto di persone come loro!
Con il loro lavoro, (e con quello di tantissimi altri!) in “Attrici Attori Uniti”, possiamo ben dire che il Teatro è donna!
Il caffè non è mai arrivato, perché quest’incontro nella realtà non è mai avvenuto.
Con noi tutto è possibile, siamo attori, drammaturghi, registi, il tempo ci fa paura, come a tutti, ma per un istante riusciamo a fermarlo, con l’immaginazione.
Il sole, nel frattempo, ci illumina da sotto, è già tramonto.

TINDARO GRANATA

Nato a Tindari (ME) alla fine della seconda metà del ’900, Tindaro non ha una formazione accademica. Il suo percorso teatrale inizia nel 2002 con Massimo Ranieri.
Nel 2008 conosce Cristina Pezzoli e prende parte al progetto “PPP teatro”.
Con Carmelo Rifici, col quale inizia un felice sodalizio che lo porta a lavorare in diversi spettacoli, l’ultimo dei quali è “Macbeth le cose nascoste”.
Diretto da vari registi, Serena Sinigaglia, Andrea Chiodi e Leonarod Lidi.
Esordisce nel 2011 con “Antropolaroid”, spettacolo sulla storia della sua famiglia.
Nel 2013, mette in scena “Invidiatemi come io ho invidiato voi”, storia di una caso di pedofilia, realmente accaduto Perugia nel 2004.
Nel 2016 con “Geppetto e Geppetto” affronta il tema della famiglia e in particolare modo la questione “stepchild adoption”.
Ha scritto due testi per altre compagnie:
“Farsi Silenzio” , un pellegrinaggio laico alla ricerca del sacro, sulla via Francigena.
“Dedalo e Icaro” , trasposizione del mito classico nella storia di un padre e un figlio autistico.

Su Gufetto lo abbiamo intervistato insieme ad Angelo Di Genio
e recensito ne:

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