In scena al Teatro Era di Pontedera (prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria) uno dei drammi storici più intensi di William Shakespeare RICCARDO III con regia di Antonio Latella che lo colloca in un condido Eden di rose, dove il male è bellezza. Applausi fragorosi al termine di uno spettacolo che, presentando il testo quasi completo, ha saputo guadagnarsi il favore del pubblico e ha sancito un’apertura di stagione molto partecipata, dopo il Teatro della Pergola con la serata speciale di Toni Servillo e Stefano Massini e il Nuovo Rifredi che ha visto un altro diverso Riccardo III con Francesco Montanari.
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RICCARDO III nel giardino dell’Eden di Latella

Il giardino dell’Eden, fiorito di candide rose York, incorniciato da un telone verde come acqua di lago, abitato da un secolare albero cavo, è il luogo teatrale – irrealistico, simbolico, eterno – in cui Antonio Latella ambienta la sua edizione di RICCARDO III. Candido nel suo goldoniano costume di scena, prestante, crudele, seducente, il Riccardo di Vinicio Marchioni abita il suo Eden e domina, completamente, il dramma, attirando nel vortice del suo indubitabile carisma tutto il plot di questa tragedia di tiranni più senecana di molte altre, e micidiale. Né curvo né gobbo, lontanissimo dalla spiegazione freudiana del mostro malvagio, questo Riccardo è un portatore di seduzione e bellezza, come il serpente che causò la perdizione di Eva. Il male, spiega Latella, abita la bellezza, non la bruttezza: e candido come Lucifero, il più bello degli angeli, Riccardo tesse la sua tela di appropriazione del potere. “Impersonale come la storia, scrisse Jan Kott, mette in moto il rullo compressore della storia, dopodiché il rullo lo stritola. Non è neanche crudele. È la storia pura. Non ha volto”. O ne ha molti. “Rialzati, ipocrita”, gli dice Anna, dopo essere stata piegata e conquistata dalla sua seduzione straordinaria mentre piange le spoglie mortali del precedente marito – ipocrita, attore. La seduzione di Riccardo è costituita dalla parola. Parola colorata, come la mente di Odisseo, versicolore, sfumata, catturante. Con la parola Riccardo riesce a conquistare tutto. Serpieri, analizzando il dramma shakespeariano, fece notare che la figura retorica più frequente tra le armi del protagonista è proprio l’antanaclasi, l’utilizzo di una parola utilizzata dal suo avversario mutandola di senso e segno e trascinando il rivale dalla sua parte e, infine, prevalendo. Anna:”non c’è belva tanto feroce che non provi qualche senso di pietà” Riccardo: “ma io non ne provo nessuno, perciò non sono una belva”.
Le parole per dirlo: la traduzione di RICCARDO III

La traduzione di Federico Bellini si rivela funzionalissima a fornire armi seduttive e spunti metateatrali, a partire dalla prima, iconica battuta (“ora l’inverno del nostro scontento s’è mutato in estate di gloria grazie a questo sole di York”) che, sfruttando l’identità di pronuncia fra sun e son, diventa “ora l’inverno del nostro scontento s’è mutato in estate di gloria grazie a questo brillante figlio di York” :la variante illumina insieme i rapporti conflittuali fra Riccardo e il fratello Edoardo e l’amore narciso che il protagonista sente per sé. Anche la traduzione di un’altra celebre battuta, they do me wrong, risolta con un “mi raccontano sbagliato”, risulta profondamente significativa: è Riccardo che sa il solo racconto giusto su se stesso, mutevole, variabile, multiforme ma sempre capace di portarlo oltre, di vincere. Attraverso infiniti rivolgimenti, il rullo compressore della storia si muove, abbattendo tutto quanto separa il protagonista dal potere: fratelli, mogli, regine passate e presenti, tutto. La raffinata costruzione fatta di doppi e rimandi del testo shakespeariano viene riprodotta con completezza (e vedere il Riccardo III in versione quasi completa è già un merito incommensurabile). La seduzione di Anna è costruita a specchio di quella che Riccardo compie sulla regina Elisabetta per conquistarne l’aiuto nel progettato matrimonio con la figlia: i due monologhi, quello iniziale, costellato da parole chiave (I, now) si riflette in quello finale, chiudendo il cerchio, e al pronome I subentra invece myself (“I myself find in myself no pity to myself”) , come allo slancio di conquista della prima scena si sostituisce la lucida analisi della sconfitta, il chiaro senso di perdita che i fantasmi avevano annunciato: “domani nella battaglia pensa a me, e cada la tua spada senza filo: dispera e muori“.
RICCARDO III e la tragedia dei tiranni

La regia di Antonio Latella, apparentemente lieve – potrebbe sembrare consistere solo nel posizionare gli attori sul palco e far dire loro, con competenza e coraggio, un testo meraviglioso – forse è più profonda del previsto. La virata di questo RICCARDO III fuori dal realismo –la sostituzione di molti ambienti realistici del dramma con un solo spazio simbolico – ma anche fuori dall’allusività diretta – molti altri allestimenti parlano chiaro il linguaggio della relazione contemporanea, avvicinando Riccardo ai totalitarismi di oggi e di ieri – è pericolosa, ma forse ha un senso nascosto. Pericolosa perché la valorizzazione estrema della parola mette in atto rischi di stasi, di ridondanza, forse di noia. Nascostamente sensata perché gioca la possibilità dell’accostamento del dramma alla tragedia classica, specie senecana, affidandosi appunto alla parola, a ciò che viene detto, non a ciò che viene agito, a un retropalco di incubi simbolici, a uno spazio extrascenico popolato di presenze che appena uscite dalla O di legno ci rientrano per sibilare i loro avvertimenti, grigia armata di fumo appena visibile, come il fantasma de I Persiani di Eschilo o quello, evocato ma non presente, di Agamennone nelle Coefore. Forse è proprio così, e questo dramma alla maniera di Latella è e rimane una tragedia di tiranni: l’allusione, niente affatto lieve, peserebbe come un macigno, traslocando l’intero lavoro in un panorama enorme, incommensurabile, infinito. Se questa era l’intenzione, la realizzazione era forse troppo impalpabile, ma che un tentativo sia stato attuato ha comunque il suo grande valore.
RICCARDO III: il custode e il finale aperto

Vinicio Marchioni compie una prova d’attore smisurata, per memoria, carisma, variazioni, potenza. Tutto il cast comunque gli è alla pari, costruendo un contraltare armonioso e creando momenti alti di sticomitia tragica. Gli fa da ombra costante un personaggio creato dal regista, il Custode (nel testo originale sarebbe forse Brakenbury, il custode della Torre): amministratore dei delitti ordinati da Riccardo, lo crediamo inizialmente, per capire successivamente che è ben altro: il custode dell’Eden, da cui allontana, alla fine, il male: “muori”, canticchia a Riccardo, e anche al vincitore Richmond, e quando lo spazio naturale è finalmente depurato dal male, emette il canto vittorioso del gallo, in un finale aperto che ammette molte e diverse interpretazioni. La storia cade, e la natura riprende vita? Forse: ma al canto degli uccellini che Riccardo azzittiva e che ora invece gorgheggiano liberi, alla fine si sostituisce un ronzio metallico: la storia non si ferma? La tirannide ci sovrasta, sempre? Il verme del male, come Riccardo nel suo albero/camerino, non si estingue mai, cambia solo volto e nome? La maschera verrà solo indossata da un altro ipocrita, da un altro attore? Tutte domande senza risposta, la cui aura però rimane sul palco vuoto, come il fumo della macchina grigia che alla fine riposa sul palco: è teatro, sembra dire. E forse, mente.
RICCARDO III: credits
di William Shakespeare
traduzione Federico Bellini
adattamento Antonio Latella e Federico Bellini
regia Antonio Latella
con Vinicio Marchioni (Riccardo III)
e con Silvia Ajelli (Regina Elisabetta), Anna Coppola (Regina madre, Duchessa di York), Flavio Capuzzo Dolcetta (custode), Sebastian Luque Herrera (Principe York, Richmond), Luca Ingravalle (Principe Edoardo), Giulia Mazzarino (Lady Anna), Candida Nieri (Regina Margherita), Stefano Patti (Buckingham), Annibale Pavone (Clarence, Re Edoardo, Stanley), Andrea Sorrentino (Hastings, Sindaco)
dramaturg Linda Dalisi
scene Annelisa Zaccheria
costumi Simona D’Amico
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
regista assistente e movimenti Alessio Maria Romano
assistente volontario Riccardo Rampazzo
direttore di scena Gianluca Costanzi
capo elettricista Simone De Angelis
fonico Alberto Savarese
capo sarta Francesca Pieroni
aiuto sarta Martina Santoni
foto di locandina Pier Costantini
foto di scena Gianluca Pantaleo
video Lorenzo Bernardini
sculture di scena Poliscena Srls
service luci e audio Opera 26, F.lli Edison, Stage Art
costumi realizzati presso il laboratorio di sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
produzione Teatro Stabile dell’Umbria e LAC Lugano Arte e Cultura
Visto il 25 ottobre al Teatro Era, Pontedera
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