«Cantami, o Diva, del multiforme ingegno dell’eroe che tanto errò…». L’incipit omerico è inevitabile davanti a THE ODYSSEY, (ODISSEA) e proprio da qui nasce il primo, grande scarto dell’adattamento di Christopher Nolan. Il suo Odisseo, interpretato da Matt Damon, non è il polýtropos del poema, l’uomo dall’ingegno proteiforme protetto da Atena, capace di mentire, sedurre, manipolare e salvarsi grazie alla propria intelligenza. Nolan lo trasforma piuttosto in un sergente traumatizzato, un comandante che ha vinto una guerra ma che ora vaga con i superstiti del proprio reparto come in un film sul Vietnam: più Apocalypse Now che poema epico.
Nolan con THE ODYSSEY continua il percorso iniziato con Dunkirk e proseguito con Oppenheimer: in questo caso, all’eroe classico sostituisce una figura contemporanea ossessionata dalla responsabilità morale. L’Odissea, in questa lettura, smette di essere il racconto dell’astuzia premiata dagli dèi e diventa il diario mentale di un uomo incapace di lasciarsi alle spalle ciò che ha fatto a Troia.

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ODISSEA/THE ODYSSEY – Un cast che sovrasta i personaggi
Uno degli aspetti più deboli del film è il rapporto sbilanciato tra star system e racconto. Nolan riunisce un cast impressionante, ma il risultato è ambiguo: i volti non si fondono mai davvero con il mondo narrativo. Al contrario, emergono come elementi separati, quasi fossero stati rifiniti in post-produzione tramite intelligenza artificiale.
Charlize Theron, nei panni di Calipso, appare semplicemente come Charlize Theron pronta a girare uno spot per un marchio blasonato; Zendaya, scelta per Atena, risulta virtualmente indistinguibile dal proprio personaggio in Dune, e questo cortocircuito visivo impedisce ai loro personaggi, così come a molti altri, di acquisire un’identità autonoma. L’effetto franchise, impedisce al personaggio mitologico di imporsi.
Anche i costumi contribuiscono alla sensazione di straniamento. Pur riuscendo nell’intento di apparire sporchi, consumati e vissuti, il loro design richiama un immaginario medievale nordeuropeo piuttosto che la Grecia dell’età del bronzo. La scelta di Ellen Mirojnick (ideatrice dell’estetica anacronistica di Bridgerton), è orientata verso tessuti pesanti, stratificazioni e tonalità smorzate ben lontane dal mediterraneo del XII secolo a.C. Colori accesi e silhouette storicamente accurate o riconoscibili avrebbero, probabilmente, stonato con il consueto registro cupo e realistico del regista; tuttavia, così facendo, il film perde gran parte dell’alterità visiva che poteva (doveva?) caratterizzare il mondo omerico.
THE ODYSSEY – Tre ore che scorrono, nonostante tutto
Dal punto di vista del ritmo, il film funziona meglio di quanto ci si potrebbe aspettare. Le quasi tre ore di durata sono sostenute da una struttura frammentata ma gestita in modo coerente, che conserva tutte le principali tappe del viaggio di Odisseo.
Nolan dimostra una notevole capacità di organizzare il materiale episodico proprio del poema omerico senza trasformarlo in una sequenza sterile di eventi. Il montaggio di Jennifer Lame mantiene una tensione costante e riesce a dare l’impressione di un viaggio realmente lungo e logorante. Tuttavia, se alcuni episodi sono messi in scena con efficacia – la presa di Troia, la caverna di Polifemo, gli Inferi o la tempesta finale che abbatte la nave di Ulisse e compagni – altri arrancano. Scilla, in particolare, appare sorprendentemente debole sul piano visivo: l’animazione digitale ha un aspetto incompiuto, quasi da concept art non del tutto finalizzata, e lascia davvero il sospetto che il budget fosse arrivato al limite.
Anche la CGI dei Lestrigoni, con la mal riuscita bambina gigante, mostra momenti in cui l’illusione cinematografica si incrina vistosamente, come se, di fronte a creature irrealistiche, Nolan e il suo reparto tecnico perdessero la direzione. Più in generale, Nolan sembra quasi diffidare dello spettacolo fantastico: mostri, dèi e prodigi vengono spesso mostrati per frammenti, tra nebbie, ombre e dettagli parziali, come se il regista volesse continuamente trattenere la dimensione mitologica invece di abbandonarsi completamente ad essa.
L’Odissea come trauma di guerra
L’ennesimo cambiamento piuttosto radicale della sceneggiatura è quello di spogliare Odisseo dei suoi difetti umani. Scompaiono quasi del tutto l’infedeltà verso Penelope, la curiosità autodistruttiva e, soprattutto, la hybris che nel poema lo porta, ad esempio, a gridare il proprio nome a Polifemo quando è ormai in salvo, condannando sé stesso e i compagni all’ira di Poseidone.
Nolan sembra rileggere l’intero viaggio come una metafora del senso di colpa o, meglio ancora, del disturbo post-traumatico da stress, tematiche comuni a molte produzioni americane degli ultimi vent’anni. Allora Calipso non è più la ninfa possessiva e gelosa che trattiene l’eroe sull’isola di Ogigia, ma assume i tratti di una terapista empatica, quasi una figura clinica, che lo aiuta ad affrontare il proprio trauma.
In questa prospettiva, THE ODYSSEY dialoga apertamente con Oppenheimer. Come il fisico interpretato da Cillian Murphy, anche Odisseo diventa l’uomo che, grazie al proprio ingegno, ha compiuto un passo decisivo nella guerra e ora deve convivere con le conseguenze morali delle proprie azioni. Quando nel film viene affermato che «distruggere una città è come distruggere il mondo», il riferimento alla caduta di Troia assume un tono sorprendentemente contemporaneo.
Il problema è che il sottotesto politico emerge con eccessiva evidenza. Più che una riflessione universale sulla colpa, il film sembra talvolta suggerire: «sappiamo che bombardare è terribile, ma a volte è necessario». Una problematizzare morale della guerra comune nelle produzioni hollywoodiane, che però non ne mette mai completamente in discussione la necessità e che rischia di risultare vicino alla retorica delle guerre preventive del XXI secolo.
Il divino c’è oppure no?
La gestione delle divinità è probabilmente l’aspetto più bizzarro dell’intera operazione.
Nel corso dell’intera pellicola, Nolan sembra voler insinuare che Atena sia soltanto una proiezione della coscienza di Odisseo, una personificazione del senso di colpa e del desiderio di redenzione. Eppure, il film mostra eventi che difficilmente potrebbero essere ridotti a semplici allucinazioni: la discesa agli Inferi, le Sirene, Polifemo, Scilla. Se tutto è metafora psicologica, perché questi fenomeni vengono rappresentati come realtà oggettive condivise dai compagni? E se invece il soprannaturale esiste davvero, perché il film insiste continuamente su una lettura razionalizzante?
Nolan sembra diviso fra il desiderio di abbracciare il fantastico, inscindibile dal materiale originale, e l’incapacità di abbandonare completamente il proprio razionalismo. In Interstellar e Inception l’ambiguità fra realtà e percezione era il motore stesso del racconto; qui, invece, il dubbio non produce un vero arricchimento e finisce per lasciare irrisolta la domanda fondamentale: gli dèi dell’Odissea esistono oppure sono soltanto il linguaggio simbolico del trauma?
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Il 2026 dentro l’ ODISSEA di Omero
L’adattamento aggiorna profondamente diverse figure e qui il 2026 entra prepotentemente nella sceneggiatura. Menelao viene trasformato in un marito brutale e violento, lontano dal guerriero sì feroce ma sostanzialmente corretto del poema. Elena diventa una donna segnata dagli abusi, scelta che introduce un elemento di dramma psicologico contemporaneo assente nell’originale. Circe perde la maestà della semidea che vive circondata da Ninfe in un palazzo incantato e viene reinterpretata come una figura amareggiata, convinta che gli uomini siano bestie per natura e che il suo incantesimo non faccia altro che rivelare ciò che sono realmente.
Anche Calipso viene riletta secondo coordinate moderne: non più la dea possessiva che trattiene Odisseo per desiderio e solitudine, ma una presenza quasi terapeutica, emotivamente matura, pronta a lasciarlo andare per il suo bene. Penelope, interpretata da Anne Hathaway, è forse il personaggio meglio riuscito nel cast femminile. Il suo risentimento per essere stata esclusa dal potere durante l’assenza del marito introduce una dimensione politica interessante, anche se alcuni improvvisi scoppi d’ira sembrano più funzionali alla necessità di rendere dinamico il personaggio (o forse, espressivo il volto dell’attrice) che realmente giustificati dalla costruzione narrativa.
Questa riscrittura dei personaggi si inserisce in una tendenza più ampia del cinema contemporaneo, che spesso rilegge i miti classici attraverso categorie legate all’autonomia femminile, al trauma e ai rapporti di potere. Il risultato, però, è discontinuo: Elena e Penelope acquistano una certa complessità drammatica, mentre Circe e Calipso perdono gran parte della loro ambiguità mitologica e della loro dimensione sovrumana.

THE ODYSSEY – Fedeltà minuziose e tradimenti incomprensibili
Un aspetto che sorprende è il modo selettivo con cui la sceneggiatura tratta il testo omerico. Nolan conserva dettagli straordinariamente specifici: il numero delle vittime causate da Polifemo, il fatto che Telemaco riconosca in alcuni personaggi «gli occhi di Atena», richiamo alla consuetudine della dea di assumere sembianze altrui, la presenza delle belve ammansite attorno alla dimora di Circe, il banchetto a Sparta per la figlia di Elena e Menelao, la vecchia nutrice che riconosce la cicatrice sulla caviglia…
Proprio la presenza di queste scene fa risaltare ancora di più le modifiche apportate a elementi centrali dell’opera. Il celebre inganno di «Nessuno», uno dei momenti più celebri della letteratura occidentale, viene ridotto a una freccia scoccata per stizza. Lo ‘stratagemma’ del letto nuziale, che nel poema rappresenta il simbolo concreto e intimo dell’unione fra Odisseo e Penelope, viene sostituito dal riconoscimento di una spilla, privando la stessa Penelope di una dimostrazione di vera scaltrezza. Viene perso quasi del tutto il tema e il valore della xenia, l’ospitalità sacra, come valore morale di popoli e individui: Polifemo non è semplicemente un gigante feroce, è una creatura barbara, abbietta e senza morale perché non da alcun valore a questa consuetudine e per questo deve essere punito.
Nel film gli incontri con stranieri, dèi e sovrani non diventano quasi mai un confronto fra civiltà diverse, ma tappe del percorso psicologico di Odisseo, riducendo una delle dimensioni più profonde del poema a semplice funzione narrativa.
Dialoghi moderni in un mondo antico
Anche i dialoghi confermano la volontà di attualizzazione che permea tutta la pellicola. Il linguaggio utilizzato in originale dai personaggi è semplice, diretto, contemporaneo, spesso vicino al lessico di un dramma militare moderno.
Se da un lato questa scelta contribuisce alla coerenza della lettura psicologica proposta da Nolan, e riesce a rendere accessibile il materiale al grande pubblico, indebolisce la dimensione poetica e rituale dell’originale.
L’effetto collaterale è significativo. Espressioni colloquiali, battute asciutte e scambi rapidi e piuttosto superficiali, rafforzano continuamente l’idea che l’Odissea sia solo il rivestimento mitologico del percorso di recupero psicologico di un soldato reduce da un recente conflitto. Se di fronte agli occhi non ci fosse Odisseo nella caverna di un ciclope, si potrebbe quasi dire di trovarsi in un moderno centro di supporto per veterani.
THE ODYSSEY, un film nolaniano irrisolto
The Odyssey è un film affascinante, irrisolto e profondamente nolaniano. Non è una trasposizione fedele dell’opera di Omero, né sembra volerlo essere. Funziona meglio come riflessione sul trauma, sulla responsabilità morale della guerra e sul senso di colpa dell’uomo moderno che come autentico racconto del polýtropos Odisseo.
Anche la colonna sonora di Ludwig Göransson contribuisce a questa impressione: le percussioni profonde, i ritmi ossessivi e la quasi totale assenza di un vero tema eroico trasformano il viaggio in una marcia interiore più che in un’avventura epica.
Il film intrattiene, regge la durata, offre immagini potenti e alcuni momenti di grande cinema spettacolare. Tuttavia, nella volontà di attualizzare l’opera, paga un prezzo molto alto: mitologia, psicologia e allegoria politica convivono senza trovare una sintesi definitiva. L’impressione finale è quella di un’opera che guarda a Omero con enorme rispetto ma con una fiducia limitata nella possibilità che il pubblico contemporaneo possa ancora accettare davvero gli dèi, la hybris e l’ambiguità morale dell’eroe antico.
Soprattutto, il film sembra mettere in discussione la possibilità stessa del nostos. Odisseo torna fisicamente a Itaca, ma il ritorno non ha il sapore della riconciliazione definitiva: la guerra ha lasciato una frattura che né Penelope, né il regno, né gli dèi sembrano in grado di ricomporre del tutto. In questo senso, l’ultima immagine del film assomiglia meno alla celebrazione del ritorno dell’eroe e più alla constatazione amara che alcuni uomini sopravvivono alla guerra senza riuscire davvero a tornare a casa.
THE ODYSSEY – Scheda del film
| Titolo | The Odyssey |
| Regia | Christopher Nolan |
| Sceneggiatura | Christopher Nolan |
| Cast principale | Matt Damon, Anne Hathaway, Zendaya, Charlize Theron, Tom Holland, Lupita Nyong’o, Robert Pattinson |
| Fotografia | Hoyte van Hoytema |
| Montaggio | Jennifer Lame |
| Musiche | Ludwig Göransson |
| Costumi | Ellen Mirojnick |
| Produzione | Syncopy / Universal Pictures |
| Durata | 2 h 52 min circa |
| Anno | 2026 |
| Genere | Epico, drammatico, fantasy psicologico |
Dove vedere THE ODYSSEY?
Il film Odissea (di Christopher Nolan) è attualmente al cinema in tutta Italia dal 16 luglio 2026, mentre la celebre miniserie classica del 1997 è disponibile su Prime Video.
Per dettagli aggiornati sulle proiezioni del film di Nolan, puoi consultare la pagina ufficiale di Universal Pictures Italia o controllare gli orari sui siti dei principali circuiti come UCI Cinemas.


