Il 25 novembre 2024 alle ore 23,30, in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, in prima visione su La7 andrà in onda il documentario PROSERPINA E LE ALTRE – LA VIOLENZA DI GENERE NELL’ARTE OCCIDENTALE, una produzione GA&A Productions con il patrocinio della Fondazione Maria Bellisario, scritto da Mariangela Barbanente con la collaborazione di Consuelo Lollobrigida e diretto dalla stessa Barbanente e Francesco Masi.
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PROSERPINA E LE ALTRE: un viaggio nella storia della rappresentazione del corpo femminile

Il viaggio visivo documentario proposto da Mariangela Barbanente conduce lo spettatore su strade sicuramente poco battute, le quali però portano ad analisi e approfondimenti necessari relativi all’importanza della rappresentazione artistica nelle sue interazioni con la società. Le opere d’arte prodotte nel passato, che ora arricchiscono, con la loro bellezza formale i musei, oltre a metterci a conoscenza del pensiero del tempo che le ha prodotte, sono altresì capaci, se affrontate criticamente, di produrre una evoluzione del sentimento collettivo. Mariangela Barbanente declina questo raffinato assunto critico nell’analisi della raffigurazione del corpo femminile nella storia della rappresentazione artistica.
La violenza di genere come aspetto culturale

Il docufilm inizia il suo percorso con il mito di Proserpina, la Persefone o Kore dei greci, per poi andare ad analizzare altre leggendarie figure femminili che sono state rappresentate nell’atto di essere rapite, violate con la forza o uccise. Le “altre” sono le Sabine, ghermite dai romani, Lucrezia, Susanna, spiata dai “vecchioni” mentre discinta era impegnata nella sua abluzione. Molto interessante il percorso storico sviluppato da Barbanente, nel quale si evidenzia come nella mitologia greca, il predominio violento maschile sulla donna fosse incontestabile e come il destino femminile fosse segnato dalla sottomissione alla forza maschile. Andando avanti nei secoli, la mitologia diviene nel medioevo allegoria, non perdendo però il suo significato culturale, fino a giungere al Rinascimento e al Barocco dove la rappresentazione di corpi nudi femminili inseriti in scene dal sapore mitologico sembrano pretesti per mostrare scene erotiche.
La consapevolezza del corpo femminile
Le riflessioni che scaturiscono dalla visione del docufilm portano lo spettatore a considerare il fatto che se è vero che la cultura occidentale, non solo filosofica ma anche a livello psichico, si fonda sulla tradizione mitologica greca, è altrettanto vero, dunque, che la violenza di genere è profondamente radicata nella cultura occidentale, come testimoniano le opere scultoree e pittoriche prodotte durante i secoli nell’ambito della stessa cultura. Significativo il fatto che forse il primo artista a vedere il corpo femminile nella sua dignità umana e professionale è il pittore francese Edgar Degas, guarda caso operante nella Francia di fine XIX secolo, in un periodo, nel quale, la sopravvenente modernità stava ponendo le basi per l’avvento di un’altra considerazione della corporeità femminile che si svilupperà in seguito nel secolo successivo.
Il femminile visto dalle donne

Un aspetto importante che conferma quanto sostenuto fino ad ora è rappresentato dalla presa di coscienza del proprio corpo da parte delle donne, che in questa onda liberatoria, che si è potuta ergere solo attraverso aspre battaglie culturali, riescono a rappresentare se stesse a partire dalle loro esperienze per giungere a parlare a tutte le donne del mondo. Il corpo rappresentato da questa muta di significato, non più forzatamente erotizzato ma al contrario problematizzato all’interno di questo contesto culturale. Peculiare in questo senso l’esperienza di Frida Kahlo, e più vicino a noi, risultano sintomatiche le opere della cubana Ana Mendieta, tra cui il celebre Rape Scene e altre performance, per lo più collocate negli anni ’70, nelle quali l’artista rappresenta gli esiti degli stupri sul proprio corpo, come del resto, diviene significativa e provocatoria, in questo senso, anche l’attività performativa di Marina Abramovic sul proprio corpo presentato al pubblico come un oggetto.
Un viaggio visivo estremamente coerente

Il pregio principale di PROSERPINA E LE ALTRE si colloca nella coerenza della narrazione, nella sua dimensione didattica come nella fluidità del racconto, il quale si snoda tra le immagini delle opere, suggestive scene di fiction di supporto ai testi e interventi di eminenti figure, maschili e femminili, del mondo della storia dell’arte, le quali, attraverso i loro interventi dialogano in maniera disinvolta con la voce narrante a cura della stessa Mariangela Barbanente, la quale assume pressoché il ruolo del corifeo nella tragedia greca. L’analisi proposta mette in evidenza come l’arte non è un aspetto voluttuario della società, come si vuol far credere, bensì è la realizzazione pratica del suo pensiero, e la sua essenza spirituale influenza la percezione della realtà stessa. La lettura delle opere d’arte prese in esame nel docufilm assume particolare rilevanza nel momento proprio di fare storiografia, ossia, in questo caso, una lettura critica di fatti artistici, frutto di realtà storiche, che testimoniano, nell’atto di intrappolare nel marmo o tra i pigmenti delle tinte pittoriche quei gesti, la subordinazione alla quale per secoli hanno soggiaciuto i corpi (e le anime) femminili, vinti più che dalla forza maschile, da un impianto culturale disequilibrato radicato in profondità.
Visto il 23 novembre 2024
PROSERPINA E LE ALTRE – LA VIOLENZA DI GENERE NELL’ARTE OCCIDENTALE
Un film di Mariangela Barbanente
Scritto da Mariangela Barbanente, con la collaborazione di Consuelo Lollobrigida
Regia di Mariangela Barbanente e Francesco Masi
Fotografia, Francesco Masi
Montaggio, Giacomo Villa
Musiche, Artlist


