PRENDRE SOIN, primo capitolo della trilogia della disuguaglianza di Alexander Zeldin, apre in Prima Nazionale (prossime ed uniche date italiane a Parma il 30 e 31 ottobre) la stagione 2025/2026 “In compagnia” del Metastasio di Prato (dopo le anteprime della rassegna Senza fuso – teatro fuori asse). Internazionale il respiro di questa apertura – britannico il regista e drammaturgo, inglese il titolo originale “Beyond caring”, francese la lingua della rappresentazione – ma, purtroppo, estremamente familiare il quadro disumano e disumanizzante del lavoro – leggasi sfruttamento – a somministrazione, protagonista del pezzo. Un mondo quasi invisibile sul quale sembra reggersi l’equilibrio delle nostre comodità e delle nostre tranquillità.
Coprodotto dal MET, PRENDRE SOIN conferma la volontà del teatro pratese di caratterizzare anche la nuova stagione ponendo l’attenzione sui temi sociali e sull’estraniamento dell’uomo occidentale con uno sguardo internazionale (si ricordino Il Capitale e Strangely familiar in apertura delle due scorse stagioni).
Contenuti
La scenografia efficacemente desolante di PRENDRE SOIN

4 lavoratori inviati da un’agenzia si presentano per un colloquio presso una macelleria industriale. Da loro ci si aspetta che per 14 notti consecutive puliscano i locali dell’azienda con una breve pausa ogni 4 ore da trascorrere in quelle stesse stanze. Possibilità di straordinari solo se richiesti per un incremento della paga di “ben” €44,50. Intorno a loro una stanza-magazzino orizzontalmente opprimente offre un tavolo con sedie, piastrellamento in ceramica al muro di fondo, scaffalatura con prodotti per l’igiene degli ambienti ed altre merci inscatolate, accesso ad altri locali industriali e al bagno, luci a neon e pareti grigie a completare il quadro. Un quadro che ci vede coinvolti in prima persona, illuminati anche noi da luci bianche che mai si spengono neanche in platea, rendendoci spettatori partecipanti e a tratti complici nella nostra incapacità di agire ma pur sempre con sguardo compassionevole. In fondo, se abbiamo scelto di assistere, non siamo comunque insensibili alla miseria umana.
Lo sguardo analitico di Zeldin
PRENDRE SOIN sembra squarciare la quarta parete nel senso più tradizionale del termine per porre una lente d’ingrandimento su una dinamica che è tutt’altro che straordinaria. Scena dopo scena – classicamente ben suddivise da buio accompagnato da tuonanti rumori metallici – ogni minimo passaggio tradisce una piega rivoltante e ributtante di un mondo del lavoro ormai non più invisibile e marginale ma col quale siamo pronti a convivere pur di non rinunciare alle comodità. Oggi sono gli addetti alle pulizie di una macelleria industriale ma domani – diciamo pure oggi – saranno i fattorini – non chiamateli rider, vi prego – di noti marchi del commercio on-line o del cibo a domicilio.
In scena la disumanità del lavoro

Vittime di un rampante capetto aziendale, Nassim (Nabil Berrehil), dal nome e dai lineamenti non casualmente stranieri, i quattro convocati dall’agenzia si sottoporranno ad un colloquio fittizio quanto inutile: non importa che non sappiano comandare “la bestia”, una lavapavimenti particolarmente pesante, perché le loro abilità, competenze e sensibilità non importano; ci interessano le braccia, non le persone, purché con i documenti in regola (solo tre infatti resteranno: Louisa (Lamya Regragui), Susanne (Charline Paul), Esther (Juliette Speck)). Questo è solo il primo di decine di segnali e di comportamenti che negano diritti e nascondono ingiustizie: l’iniziale mancanza di guanti per pulire, la firma di un certificato supplementare di formazione mai avvenuta, le ferie negate, il rinvio del giorno di paga, uno straordinario obbligatorio miseramente retribuito, le continue reprimende di Nassim, soprattutto verso Esther, colpevole di essere straniera e soprattutto invalida, come ognuno è colpevole della propria povertà, Nassim compreso. Sono decine i passaggi con cui Zeldin analizza chirurgicamente la disumanizzazione asettica, subdola e sempre meno strisciante di un lavoro che non è più nemmeno mera fonte di guadagno, contribuendo al più agli indici annuali di crescita del livello occupazionale, con buona pace del governo di turno.
PRENDRE SOIN: tra barlumi di speranza e vie di scampo
L’umanità delle persone dietro alla mansione che svolgono compare solamente durante le pause che dal silenzio imbarazzante degli inizi, fatto di singoli che tentano di evadere dalla prigionia cercando una via di scampo dentro il proprio nòcciolo, provano ad accendere luci capaci di scaldare i cuori e rinvigorire uno spirito di solidarietà che sembra essersi dissolto insieme ai germi contro cui i protagonisti combattono ogni notte. Nonostante che anche la macchinetta del caffè si prenda gioco dei malcapitati lavoranti, negando il seppur minimo piacere di un caffè con cioccolato, resta l’arte l’unica via di fuga capace di aprire varchi nel buio, letterale, della notte; la lettura ad alta voce di Dick Francis che il quarto addetto, Philippe (Patrick d’Assumçao), condivide con gli altri condurrà all’unico momento di vera pace, quando Esther, costretta a ritmi forsennati e a non prendere i suoi medicinali perché Nassim si arrabbierebbe se la vedesse, si addormenta sul tavolo stremata. Neanche la scena di sesso impulsivo e animalesco tra Philippe e Louisa, neanche la telefonata di questa al figlio, neanche la festicciola di compleanno per la figlia di Philippe, interrotta all’improvviso, ci regalano umanità. Non sappiamo se quello sguardo rivolto verso l’alto di Esther, lei credente e praticante, sul finale prima dello spegnimento dei neon, possa rappresentare un barlume di speranza. Intanto con un’ultima secchiata d’acqua nel buio saremo sicuramente pronti a lavarci le coscienze fino al prossimo ordine.
“Beyond caring”: non c’è spazio per metafore ed alibi

Zeldin non si è lasciato attrarre da tentativi di metafora offrendoci uno sguardo neorealista sul mondo del lavoro a somministrazione – come fosse una medicina da assumere, sicuramente molto amara. Questi contratti a zero ore si accomodano scomodi in una scenografia che non lascia nulla all’immaginazione con abbondanza di dettagli, di attrezzature, perfino di macchine sporche da catena di montaggio che ha appena sfornato salsicce fresche. Il pubblico torna ad essere la tradizionale quarta parete che stavolta vede un’azienda come in altre occasioni ha sbirciato nel salotto del pirandelliano signor Agazzi o in un soggiorno di eduardiana memoria. Del resto non servono infingimenti: la realtà ci si presenta nuda e cruda e non ci sono sconti, per nessuno. Neanche il titolo originale “Beyond caring”, infelicemente tradotto in francese, sembra suggerire altro, riferendosi ad un atteggiamento di rassegnazione e di apatia di fronte all’ingiustizia incontrollabile. Insomma, la realtà sa decisamente superare la fantasia. Purtroppo però stiamo perdendo la capacità di stupircene, laureandoci campioni in assuefazione cronica.
PRENDRE SOIN
testo e regia Alexander Zeldin
aiuto regia Kenza Berrada
scenografia e costumi Natasha Jenkins
disegno luci Marc Williams
disegno del suono Josh Grigg
movimenti Marcin Rudy
con Nabil Berrehil, Patrick d’Assumçao, Charline Paul, Lamya Regragui, Bilal Slimani e Juliette Speck
produzione Compagnie A Zeldin
in coproduzione con Théâtre National de Strasbourg, Teatro Metastasio di Prato, Théâtre des Célestins, Le Volcan – Scène Nationale du Havre
con la partecipazione artistica di Jeune théâtre national
Cyclorama è responsabile dell’amministrazione della Compagnie A Zeldin e della produzione esecutiva dei suoi spettacoli in Francia.
Alexander Zeldin è artista associato dei Théâtres de la Ville de Luxembourg.
La Compagnie A Zeldin è sovvenzionata dal Ministère de la Culture / Direction régionale des affaires culturelles Ile de France.
PRIMA NAZIONALE
Visto al Teatro Metastasio (Prato) il 24 ottobre 2025


