Pier Paolo Pasolini, l’uomo delle contraddizioni

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Il 5 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini, scrittore, drammaturgo, regista, intellettuale e molto altro, viene ucciso a Ostia, in una notte oscura e ancora oggi carica di incognite. Gufetto ha deciso di dedicare a quest’uomo, incredibile in ogni aspetto della sua esperienza, del suo pensiero, del suo vivere, tre articoli in cui cercheremo di riassumeremo, per quanto possibile, la sua personalità.

Partiamo con un piccolo sunto che tenta di rispondere a una domanda apparentemente semplice: chi è Pier Paolo Pasolini?

Pier Paolo Pasolini, friulano nelle radici, romano nella sua anima

Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna nel 1922, figlio di Susanna Colussi e Carlo Alberto Pasolini. Ha un fratello, Guido, più giovane di lui.

Il padre è un ufficiale e la famiglia lo segue nei suoi spostamenti, ma sviluppa ben presto un legame profondo con il Friuli Venezia Giuli e con Casarsa della Delizia, terra di origine della madre, dove Pasolini trascorre le estati della sua infanzia e dove vive stabilmente con la madre dal 1943 al 1950.

Casarsa, patria della poesia e rifugio dalla modernità

È proprio in Friuli che Pasolini scopre la poesia: qui compone la sua prima raccolta poetica, Poesie a Casarsa, in cui celebra ed eleva a lingua poetica il dialetto friulano, un mezzo per esprimere l’autenticità e la purezza che stavano secondo lui scomparendo nella società italiana.

Ancora giovane, Pasolini ha già identificato uno dei suoi topos più importanti, la lingua considerata marginale che diventa, attraverso il suo lavoro di cesello, lingua letteraria che ricollega a un mondo arcaico, contadino e preindustriale, un’isola di salvezza dalla corruzione della modernità.

Roma e il richiamo delle borgate

Quando arriva a Roma nel 1950, Pasolini può da un lato sperimentare una libertà disinibita in ogni aspetto, dall’altro trova anche qui la stessa contraddizione da lui sentita sotto pelle, non tanto come una dicotomia intellettuale da analizzare, quanto piuttosto come concreto macigno sperimentato in prima persona.

Sviluppa così un rapporto quasi ossessivo con le borgate romane, dove vivono quei ragazzi marginalizzati perché figli del sottoproletariato urbano e che per Pasolini sono esempio vivo e luminoso di una vitalità ancestrale, autentica ancora non sottomessa e contaminata dal consumismo borghese. Sono proprio questi ragazzi a diventare la guida di Pasolini nelle sue peregrinazioni geografiche e linguistiche e sempre loro diventano protagonisti assoluti dei suoi primi romanzi, Ragazzi di Vita (1955) e Una vita violenta (1959), e dei suoi primi film, Accattone (1961) e Mamma Roma (1962).

Pasolini e la resa alla modernità

Diventa allora struggente vedere la frustrazione e la delusione che Pasolini prova quando vede che in breve tempo questi ragazzi da lui amati, venerati, si omologano rapidamente a quella vita borghese che li ha messi da parte, sembrano ormai smarriti anche loro nel labirinto della modernità.

Pasolini parla così di genocidio culturale, cioè una perdita definitiva di identità. Ma in questa condanna così cruda si legge chiaramente il senso profondo di smarrimento e isolamento che lo accompagna da sempre nella sua vita e che negli ultimi anni emerge sempre più prepotente. Il disincanto che si percepisce nelle sue ultime interviste è un pugno nello stomaco e insieme una sirena che annuncia chiaramente ciò che effettivamente accadrà nella società italiana negli anni successivi.  

Pier Paolo Pasolini, fra comunismo e religione

L’unicità del percorso di Pasolini si esprime anche nel suo rapporto con la politica, in particolar modo con il PCI, e la religione.

In entrambi i casi è possibile individuare un doppio binario, da un lato un’adesione a certi valori e principi, dall’altro una critica radicale costante verso forme istituzionali e concrete manifestazioni del potere politico e del potere spirituale.

Pasolini, un marxista senza Marx

Nel 1949 Pasolini viene espulso dal PCI perché accusato di atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minori. Ma come è arrivato nelle file del partito?

Fin da giovane, è convinto che il marxismo sia l’unico strumento per comprendere la realtà e combattere contro le ingiustizie sociali e il PCI è quindi tenuto a rappresentare gli sfruttati. Per questo, entra nel partito e, quando viene espulso, è palese che questo avvenga perché Pasolini è omosessuale e nel partito, così come nella società italiana, l’omosessualità è considerata una devianza morale.

Tuttavia, Pasolini continua a mantenere legami con il marxismo e il comunismo ma li interpreta in modo del tutto personale: è pervaso da una visione umanistica e mistica per la quale il proletariato è sì una classe sociale, ma soprattutto un mondo di valori, tradizioni che vanno difese dal neocapitalismo.

Per questo critica aspramente l’imborghesimento del PCI, accusandolo di conformismo e di svendere la propria anima per cedere al doppiopetto e ai giochi burocratici della politica nostrana.

In Pasolini si fa strada una visione nostalgica del marxismo e una critica accesa contro il consumismo, per lui un nuovo fascismo molto più subdolo, perché omologa le menti sulla necessità di consumare i beni senza mai usare alcuna repressione. In lui il capitalismo è artefice della distruzione della società, ma a causa del consumismo non si può più parlare di lotta di classe in senso marxista, ecco perché si definisce un marxista senza Marx.

Pasolini e la riscoperta del sacro

Proprio come per il comunismo, anche per la religione Pasolini non risparmia critiche e rifiuta il catechismo e l’istituzione ecclesiastica, perché anch’essa borghese e conformista.

Si dichiara ateo eppure conosce molto bene il cattolicesimo, al punto che afferma chiaramente che la Chiesa ha smarrito il messaggio originario del Vangelo; non è un caso che il suo Il Vangelo secondo Matteo, film del 1964, capolavoro indiscusso, sia una riflessione intensa e commovente sulle questioni a lui più care inerenti la religione. In questo film, Cristo non è divinità, ma uomo rivoluzionario che si schiera con gli oppressi con rabbia e severità, con la spada in pugno se necessario. Porta avanti un messaggio rivoluzionario, eversivo e per questo potente.

Ecco allora che Pasolini ci mostra una strada diversa, forse più scomoda: risalire al messaggio originale del Vangelo, per riscoprire il sacro che nulla ha a che vedere con l’istituzione Chiesa o le sue dottrine, quanto piuttosto è centrato su una postura etica profondamente legata a un dolore esistenziale, a una consapevolezza carnale di un uomo che, pur non riuscendo ad avere fede, sa che le parole rivoluzionarie di Cristo sono comunque una strada per non cedere alla corruzione del mondo.

In questa apparente contraddizione, Pasolini si erge di nuovo come pensatore autonomo, capace di trovare una risposta tutta sua a questioni così profonde e, per questo, sempre più solo.

Pier paolo Pasolini, solitudine e impegno

La solitudine è un aspetto costante della vita di Pier Paolo Pasolini, fin da giovane. Non è solo uno stato esistenziale, ma spesso diventa una posizione scelta per avere un punto di vista specifico sugli eventi e la realtà.

Pasolini si definisce intellettuale corsaro perché decide con lucidità di non schierarsi con nessuna corrente, di navigare a vista: per fare un esempio, nel 1968, quando gli studenti si scontrano con i poliziotti di fronte alla facoltà di Architettura a Valle Giulia a Roma, scrive un celebre articolo, Il PCI ai giovani!, in cui condanna gli studenti e si schiera apertamente con i poliziotti. Gli studenti sono i figli di papà, che combattono per il loro privilegio, mentre i poliziotti sono i figli dei poveri che servono uno Stato che li sfrutta e non li rappresenta sul serio. E quindi lui non può che simpatizzare per i poliziotti.

La solitudine è certamente un sentire personale, ma è anche lo strumento per mantenere la lucidità e la libertà di pensiero, assume una funzione radicale e per questo aumenta ancora di più il dissenso contro Pasolini e il suo isolamento.

A questa solitudine fa da specchio il costante impegno nella società civile e  nel dibattito culturale e politico del Paese. Pasolini non si risparmia: scrive, dirige film, lavora a teatro. Ogni suo atto culturale è una chiave di volta e lo è ancora di più perché non smette mai di immergersi nella realtà.

Non esistono torri d’avorio per lui, esiste prendere parola, costantemente, con coraggio. Esiste il mondo con cui bisogna rapportarsi e fare i conti, anche quando è doloroso e frustrante. Tutto ciò che fa è un tentativo per dare voce alle categorie marginali della nostra società, a un mondo che sta scomparendo, per ricreare una sorta di unione umana e ideologica.

L’impegno è anche un modo per sentirsi meno solo, probabilmente.

La contraddizione sta proprio qui: più si impegna, più la solitudine aumenta.

E cosa resta allora oggi di Pier Paolo Pasolini?

Difficile dirlo. Un uomo pieno di contraddizioni, un pensiero costantemente in evoluzione, una capacità di pre – vedere il futuro sbalorditiva, come Cassandra, la profetessa mai ascoltata e straziata nelle carni al suo arrivo a Micene.

Anche Pasolini verrà straziato nelle carni, dilaniato e brutalmente ucciso in una notte feroce a Ostia. Anche lui profeta non ascoltato.

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