Lunedi 28 settembre 2026 ha avuto luogo presso il cinema Adriano di Roma l’anteprima della proiezione del film PHOTOGAME – AUTORITRATTO DI UN’OSSESSIONE, opera prima del regista Alex Ruzzi .Il film sarà proiettato mercoledi 30 settembre sugli schermi del cinema Massaua di Torino per poi uscire nelle sale il 1° ottobre. Nel cast segnaliamo la presenza di Stefano Pesce, Anne Consigny, Clara Ponsot, Elisa Visari e Gloria Anselmi. Il film girato tra Biella e Venezia (Isola Poveglia) è prodotto da Photogame Srl di Giorgio Barchietto, il quale è anche autore del soggetto.
Contenuti
PHOTOGAME: un thriller sulle crisi di identità contemporanee

C’è un momento in cui fotografare smette di significare semplicemente guardare. Ciò accade quando l’immagine diventa un dispositivo di controllo, quando il corpo dell’altro non è più soltanto qualcosa da osservare ma qualcosa da dirigere, manipolare, reinventare. È precisamente in questa zona ambigua, dove desiderio e potere finiscono per sovrapporsi, che si colloca Photogame di Alex Ruzzi. Al centro della vicenda c’è Luca Barbero (Stefano Pesce), un influente e stimato industriale biellese che incarna la perfetta e ingessata rispettabilità della borghesia di provincia. Logorato da una quotidianità asfittica, Luca decide di riattivare la sua passione giovanile per la fotografia, aprendo un atelier di alta moda. La svolta avviene con la scoperta fortuita di Photogame, un’applicazione basata sull’intelligenza artificiale che funziona secondo i canoni di un perverso gioco di ruolo. Attraverso sfide trasgressive e manipolazioni digitali, l’app spinge l’uomo a orchestrare le vite e i corpi delle sue modelle e dei suoi fotografi. Il confine tra realtà, voyeurismo e controllo si dissolve del tutto quando il passato riaffiora nelle vesti della contessa Lucrezia (Anne Consigny).
Stile e poetica della visione
Ruzzi imposta la regia in maniera funzionale su un formalismo geometrico che riflette la natura stessa del gioco e dell’IA. La fotografia di Mario Sposito lavora per contrasti netti: da un lato le atmosfere autunnali, fredde e industriali del contesto piemontese; dall’altro le luci iper-sature, artificiali e cliniche dell’atelier, spazio che si trasforma progressivamente in un acquario voyeuristico. La poetica di Ruzzi affonda le radici nella scomposizione dello sguardo. Non siamo più nel campo del semplice Blow-Up di antonioniana memoria, dove la fotografia cerca una verità nascosta nel reale; qui lo scatto – mediato dall’algoritmo – ha lo scopo opposto: creare una simulazione più eccitante e manipolabile della realtà stessa. L’inquadratura diventa una gabbia e lo schermo del computer è lo specchio deformante in cui Luca riflette le proprie nevrosi d’onnipotenza.
Il gioco come dispositivo dello sguardo
La trovata più interessante del film, secondo noi, consiste nel non trattare l’intelligenza artificiale come un semplice antagonista tecnologico. L’app non è, almeno inizialmente, una macchina malvagia che prende il controllo dell’essere umano. È tuttavia, qualcosa di più inquietante: un dispositivo che asseconda il desiderio umano di oltrepassare i propri limiti. L’algoritmo propone, suggerisce, provoca. Luca accetta per poi rilanciare. Il meccanismo è quello della dipendenza: ogni limite superato ne prepara un altro. Ciò che sembrava trasgressivo diventa normale; ciò che sembrava impensabile diventa possibile. La tecnologia non produce dunque necessariamente il desiderio: lo amplifica, lo organizza, gli offre una grammatica, trasformandolo in potere. Il problema non è tanto che la macchina possa conoscere l’uomo, quanto che l’uomo possa utilizzare la macchina per conoscere, e legittimare, le parti di sé che normalmente tiene nascoste. Il gioco diventa così una sorta di psicoanalisi per immagini, ma senza terapeuta e senza possibilità di rimozione. Ogni desiderio, qui, deve trasformarsi in un atto; ogni atto produce un’immagine; ogni immagine modifica la realtà.
Il corpo come luogo di conflitto

Le tematiche della moda e della fotografia consentono, inoltre, a Ruzzi di affrontare un altro tema centrale del dibattito contemporaneo, ovvero la relazione tra corpo e immagine. Il corpo delle modelle è continuamente esposto, osservato, composto, illuminato, ma soprattutto è trasformato in una superficie sulla quale altri proiettano significati. Proprio su questo punto Photogame tocca una questione essenziale della contemporaneità: chi possiede l’immagine di un corpo? Chi viene fotografato? Chi fotografa? Chi decide la posa? Chi stabilisce il significato dell’immagine? E, soprattutto, che cosa accade quando la tecnologia rende potenzialmente infinito il processo di manipolazione? Il corpo diventa, dunque, terreno sdrucciolevole proprio nel punto nel quale si incontrano erotismo, estetica e potere. Questa è probabilmente la linea tematica più fertile del film, perché permette di leggere la moda non come semplice ambientazione glamour ma come un sistema di produzione dello sguardo con tutte le conseguenze del caso.
PHOTOGAME: uno sguardo significativo sui luoghi
Troviamo molto coerente con il film la scelta delle locations. Ruzzi non sembra utilizzare la provincia, in questo caso piemontese, semplicemente come luogo geografico, ma come metafora sociale. Luca appartiene a un mondo in cui ogni cosa ha un posto: il lavoro, la famiglia, la reputazione, le relazioni. Il desiderio nasce proprio contro questa geometria. La provincia, Biella, diventa allora il luogo dell’apparenza ordinata sotto la quale pulsa un bisogno di trasgressione. Non è un caso che il film debba successivamente spostarsi verso spazi più perturbanti, fino alla dimensione veneziana dell’isola disabitata di Poveglia. La trasformazione dello spazio accompagna quella del personaggio: quanto più Luca si allontana dalla propria identità sociale, tanto più il film si allontana dalla rassicurante concretezza del dramma borghese per entrare nel territorio del thriller. La scelta di Poveglia rappresenta uno dei passaggi visivamente più significativi dell’operazione. La moda, luogo per eccellenza dell’esteriorità, della bellezza e della costruzione artificiale dell’immagine, viene collocata in uno spazio segnato dalla decadenza e dalla memoria della morte. Questa contrapposizione si mostra con forza cinematografica definendo la passerella, in quel luogo, quasi un rituale iniziatico. La bellezza non cancella la morte, ma vi si sovrappone. L’immagine elegante non riesce a neutralizzare l’ombra del luogo. In questo punto emerge una poetica che attraversa l’intero film: l’apparenza non elimina ciò che nasconde; al contrario, spesso lo rende più visibile.
PHOTOGAME: punti forti e criticità

Tra i pregi del film, oltre alla direzione di Alex Ruzzi, è doveroso citare l’interpretazione degli attori. Stefano Pesce, nei panni di Luca, offre una prova maiuscola; lavorando per sottrazione riesce a restituire la progressiva discesa agli inferi di un uomo comune con micro-espressioni, evitando enfasi e ridondanze, ed evidenziando un’espressività orientata su una composta, inquietante alienazione. Convincente anche la prova di Gloria Anselmi nei panni discreti di Elvira, moglie di Luca Barbero, misurata e critica nei confronti della direzione che ha intrapreso la vita del marito. Determinante, invece, l’interpretazione trattenuta e al tempo stesso magnetica di Anne Consigny nel ruolo della contessa Lucrezia, il passato che ritorna. Anche lei lavora per sottrazione, avendo cura di non chiarire più di tanto il personaggio: la sua presenza è sufficiente a introdurre nel film una dimensione diversa, più malinconica e ambigua. Con Lucrezia, il passato non viene semplicemente ricordato: torna a chiedere il conto. Ottima la sceneggiatura, solida, soprattutto nei momenti di tensione. A fronte di molte luci, dobbiamo registrare, tuttavia, alcune ombre che si registrano in una messa in scena fredda e calcolata che crea, inevitabilmente, una barriera tra lo spettatore e i personaggi secondari. Figure come le modelle dell’atelier (nonostante il buon impegno del cast, tra cui Elisa Visari e Clara Ponsot) rischiano a tratti di apparire come semplici pedine della scacchiera narrativa, privando la pellicola della possibilità di una reale catarsi drammatica. Inoltre, se la prima parte del film costruisce l’ossessione in modo impeccabile, l’intreccio legato al ritorno della contessa Lucrezia subisce un’accelerazione nella seconda metà del film, risolvendo alcuni snodi chiave con troppa rapidità rispetto ai tempi dilatati e ragionati della prima ora di proiezione.
Conclusioni
Photogame – Autoritratto di un’ossessione è senz’altro un esordio lucido e affascinante, che “fotografa” il nostro tempo senza filtri consolatori. Alex Ruzzi firma un’opera teorica sul potere dell’immagine che sa essere al contempo un credibile thriller. Un film utile ed appropriato per chi vuole comprendere come il cinema contemporaneo stia metabolizzando la rivoluzione digitale delle intelligenze artificiali. Come abbiamo detto precedentemente, il film non è sempre perfettamente equilibrato (forse in alcuni passaggi avrebbe beneficiato di un approfondimento psicologico maggiore). Possiede, tuttavia, un merito non trascurabile: usa il linguaggio del thriller per interrogare il potere delle immagini, anziché limitarsi a sfruttare l’intelligenza artificiale come elemento di novità narrativa, e in un cinema contemporaneo sempre più tormentato dalla possibilità di creare immagini senza limiti, la domanda che lascia in sospeso è forse la più inquietante, e riguarda non che cosa può fare un’immagine, ma che cosa l’immagine può fare di noi.
PHOTOGAME – AUTORITRATTO DI UN’OSSESSIONE
Regia di Alex Ruzzi
Soggetto: Giorgio Barchietto
Sceneggiatura: Nina Monica Scalabrin, Alex Ruzzi, Franco Ferrini
Direttore della Fotografia: Mario Sposito
Montaggio: Pietro D’Onofrio
Musiche: Giovanni Piccardi, Thijs De Vlieger, Fabio Dreamon
Produzione: Photogame Srl di Giorgio Barchietto
Distribuzione: L’AltroFilm di Louis Nero
Interpreti: Stefano Pesce, Anne Consigny, Clara Ponsot, Elisa Visari, Gloria Anselmi


