OTELLO regia di Emanuele Gamba, l’ultima produzione di Arca Azzurra, dopo il debutto al festival di Borgio Verezzi, è al Teatro Romano per l’Estate Fiesolana 2024 in prima regionale. Gli attori della compagnia, che abbiamo apprezzato in altre pièce di Arca Azzurra, sono gli antieroi shakespeariani, che attraverso l’acuta lente di Pasolini diventano marionette incarnate, derelitti tra i rifiuti di un novello monnezzaro, Giuseppe Cederna, nel ruolo di Iago.
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OTELLO: Iago capocomico

Supremo regista dell’animo umano, diabolico mattatore, burattinaio dei personaggi, Iago, un magnetico Giuseppe Cederna, apre la scena canticchiando le parole di Modugno di “Cosa sono le nuvole” tratto dall’episodio di Pasolini nel film Capriccio all’italiana. Sposta con cura gli oggetti di scena: le sedie ai lati del palco, un tavolo e un baule con le ruote, gli appendiabiti al centro, che come un sipario si aprono a svelare il gruppo di attori in posa, le statuine sulle note di un carillon. Ecco la bella compagnia che bussa alla porta del capocomico Iago, che, come Zeppa nel Sogno di una notte di mezz’estate, fa la chiamata degli attori uno per uno secondo l’elenco e ne commenta la parte, ne presenta le doti e i difetti: Rodrigo, Bianca, Emilia, l’illustrissimo Doge, Bramanzio (un vecchio razzista, bravo, ultimamente va di moda), Cassio (attento a non bere!), Desdemona (ne abbiamo avute di più giovani) e il Moro (ne abbiamo avuti di più neri). Infine sé stesso, il diavolo Iago, con voce melliflua, autentica raffinatissima canaglia, artefice dei destini di ogni personaggio, manovratore delle passioni, capace di insinuare il dubbio, fino a svelare la schiavitù di ciascuno sotto le emozioni più abbiette: rabbia, lussuria, vendetta, invidia, gelosia, odio. Seduto sulla sedia del regista, Iago osserva il risultato della propria opera: la demolizione dell’umanità col veleno del sospetto. “Questo bel teatrino non esisterebbe se non ci fossi io”.
Marionette pasoliniane in OTELLO
Queste insignificanti meravigliose creature sono i nuovi pupi, che portano addosso il peso e la saggezza del tempo; sono quelle marionette, forse più autentiche degli stessi umani, che nella rivisitazione dell’Otello di Pasolini guardano il cielo per scoprire “la straziante meravigliosa bellezza del creato!” Sono fantocci fatti a pezzi e portati alla discarica dal monnezzaro Domenico Modugno, che canta per strada la follia dell’amore. Totò, col volto dipinto di verde invidia e Ninetto Davoli, un Moro smarrito con occhi spauriti, rimangono tra i rifiuti incantati a guardare le nuvole, in quella poesia degli sconfitti che Pasolini sa disegnare (questo fu l’ultimo film di Totò che non ebbe mai modo di vederlo: morì infatti il 15 aprile 1967 pochi giorni dopo la fine delle riprese e il film uscì nel 1968). Prendendo lo spunto dalla trasposizione pasoliniana, la compagnia Arca Azzurra alterna sulla scena la vivacità della commedia d’intrigo e la profondità del dramma classico: ammiccamenti e battute grevi, momenti grotteschi, di cui è ricca tutta la produzione shakespeariana, raccolgono frequenti risate dal pubblico, fino a sentire il silenzio della platea al compimento della tragedia finale e l’emozione nelle grida laceranti di Emilia sul corpo di Desdemona. Il continuo fluire da un’atmosfera all’altra accentua il ritmo della messa in scena, che oltre agli spunti dati dai personaggi del testo originale, aggiunge le défaillance e gli equivoci della compagnia, usando il meccanismo del teatro nel teatro tanto caro al Bardo.
I fantasmi di eros e thanatos
La riduzione drammaturgica di Francesco Niccolini, pur seguendo fedelmente l’intreccio di OTELLO di Shakespeare, asciuga scene e personaggi, e avremmo apprezzato un maggiore taglio nella parte finale. L’adattamento stringe le due colonne portanti dell’opera originale: il sesso e la guerra, eros e thanatos. Nella Inghilterra vittoriana i temi scomodi al puritanesimo erano attribuiti allo straniero, al Moro: militare di grande abilità, comandante in capo, indispensabile al Doge di Venezia (una dama dal cappello da diva), e amante di lussuria sfrenata, animalesca, un selvaggio (un nero caprone che monta la bianca puledrina). L’amore conosce un’unica declinazione possibile nelle morbose visioni erotiche: ingordigia, follia stregata, assenza di senno. Nella regia di Emanuele Gamba il letto nunziale (che sarà lo stesso letto di morte) viaggia su ruote passando dal primo piano al fondale senza mai sparire, giocando con le grida tra le lenzuola, per svelare i fantasmi di sesso e di morte.

L’inferno di OTELLO
Tutti i personaggi sono contagiati dalla ferocia, dal seme infernale di una guerra esterna ed interna. Una corte dei miracoli di balordi che rimesta negli ingorghi emotivi, senza nessuna salvifica assoluzione. Tutti agiscono con un tornaconto personale (economico, sessuale, bellico, possessivo): Bramanzio vuol dominare la figlia, il Doge ha bisogno di vincere a Cipro, lo sciocco Rogrido vuole possedere Desdemona, e il debole Cassio è vittima della stima del capo e del bisogno del perdono. Anche le donne sono ridotte a bambole sempliciotte, satiricamente ingorde di sesso, suscettibili al denaro e al prestigio. Una umanità infelice, astiosa, fatta di vendetta, tradimenti, sospetti. Non c’è solo il villain Iago, narcisista invidioso, ossessionato dalla propria ambizione, sopraffatto dall’odio, capace di un “parto mostruoso“. Iago è solo colui che tiene i fili delle marionette fino alla loro distruzione, ma per loro stessa mano. Può prendere sotto braccio OTELLO, muoverlo come un fantoccio inanimato, ballando Cheek to cheek nel proprio distorto paradiso, ma è Otello che in preda alla propria allucinazione, trova nel fazzoletto il simulacro, l’oggetto talismanico del tradimento.
Realtà e finzione

Nella pausa metateatrale, prima dell’epilogo, gli attori, adesso senza la maschera del personaggio, si interrogano sul senso della vita, come nel film di Pasolini: dove sta la verità? Di chi è la colpa? Si domanda l’attore che interpreta Otello ogni sera: perché non mi sono fermato? Perché quell’uomo non molla la presa attorno al collo di ogni donna. Ma è Iago, ancora una volta, a svelare (o confondere) la realtà e la finzione: “io sono il cattivo, ma dico solo quello che non siete capaci di confessare”. Non sappiamo se la Tempesta che Iago, come un altro Prospero, agita sulla scena tra lampi di luce e le coinvolgenti note dell’opera di Verdi, sia vera, o se il mare sia fatto di bacinelle di acqua e la flotta sia di barchette di carta. Chiude con i versi di Macbeth, Cederna: “la vita è un’ombra in cammino, una marionetta che si agita in un teatrino”. Tutto il resto è silenzio (Amleto).
“Io non sono quello che sono”, Iago, Otello, atto I scena 1
Visto il 19 luglio 2024 al Teatro Romano di Fiesole
OTELLO
di William Shakespeare
Traduzione e adattamento Francesco Niccolini
Regia Emanuele Gamba
Assistente alla regia Alessandra Panzone
Con Giuseppe Cederna, Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Lucia Socci, Lorenzo Carmagnini, Riccardo Naldini, Elisa Proietti
Direzione tecnica Lorenzo Galletti
Costumi Susanna Fabbrini
Luci Samuele Batistoni
Fonico Nicolò Bruni
Produzione Arca Azzurra Mic, Regione Toscana, Comune San Casciano Val di Pesa in collaborazione con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi
foto Alessandro Botticelli


