OLTRE. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande @ Nuovo Rifredi Scena Aperta: dov’è Dio nel dolore?

C’è un momento nello spettacolo OLTRE, in cui il silenzio diventa così denso da sembrare neve. Un silenzio bianco, assordante, quello che dev’essere sceso sulle Ande nelle settantadue notti in cui sedici ragazzi lottarono contro la morte e contro se stessi. Al Teatro di Rifredi lo spettacolo – dopo il debutto al Roma Europa Festival – mostra la delicatezza radicale che appartiene in modo riconoscibile alla poetica di Fabiana Iacozzilli. La regista prosegue la sua indagine sulla relazione fra memoria, trauma, comunità e rappresentazione, già al centro della Trilogia del Vento – Una cosa enorme, e recensiti su Gufetto La Classe e Il Grande Vuoto – interrogando non la cronaca né il sensazionalismo, ma la domanda più difficile di tutte: dov’è Dio nel dolore? E più ancora: dov’è l’umano quando tutto intorno brucia di gelo?

OLTRE: la sopravvivenza come atto di amore

OLTRE. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande. Foto di Gianluca Pantaleo
OLTRE. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande.
Foto di Gianluca Pantaleo

OLTRE. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande, prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria, prende le mosse dal fatto storico che il mondo intero conobbe il 13 ottobre 1972, quando il volo 571 dell’aeronautica militare uruguaiana precipitò sulla Cordigliera delle Ande con quarantacinque persone a bordo. Diciannove morirono nello schianto; i superstiti, molti dei quali membri della squadra di Rugby Old Christians Club, resistettero per 72 giorni tra ghiaccio, buio e fame. Sono stati dedicati a questo tragico e miracoloso evento film e documentari tra cui Alive – Sopravvissuti del 1993 diretto da Frank Marshall e più recentemente La società della neve di Juan Antonio Bayona (2023). Quando finalmente furono trovati, dopo oltre due mesi, solo sedici rimasti in vita, la rivelazione che, per sopravvivere, avevano dovuto nutrirsi dei corpi di coloro che amavano – compagni, amici, fratelli – scosse il pianeta. Fabiana Iacozzilli con OLTRE, non mira alla ricostruzione documentaria né a un dispositivo estetico realistico; si colloca piuttosto all’interno di un teatro della percezione e dell’evocazione, orientato a interrogare il rapporto fra limite umano e trascendenza. Lo spettacolo accoglie il nodo etico ed emotivo non come un tabù, ma come un atto di amore paradossale: la vita tenuta insieme, letteralmente, da chi non c’era più.

La filosofia del rugby: un corpo unico che resiste

OLTRE. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande, foto di Gianluca Pantaleo
OLTRE, una scena con la palla da rugby in primo piano. Foto di Gianluca Pantaleo

Tra i temi più forti della messinscena emerge il ruolo del rugby. Una frase scritta nel nero del fondale vibra come una dichiarazione d’intenti: “Il rugby non è solo uno sport, è una filosofia.” Una filosofia fatta di compattezza, sostegno, urto condiviso. Ed è proprio questa logica di scrum, di spinta collettiva, che regge l’intero spettacolo: i ragazzi sopravvissuti non sono eroi solitari, ma un unico corpo che respira, che vacilla e avanza. La dramaturg Linda Dalisi costruisce un tessuto testuale e fisico che rinuncia a un’identificazione mimetica dei personaggi e privilegia invece una drammaturgia della coralità, coerente con il modello del rugby evocato. A dare vita a questo organismo corale sono attori performer, Andrei Balan, Francesco Meloni, Marta Meneghetti, (già ne La Classe di Iacozzilli) Giselda Ranieri, Evelina Rosselli, Isacco Venturini e Simone Zambelli (quest’ultimo, attore di Emma Dante in Misericordia), straordinari nel comporre un gruppo scenico in cui l’individualità si dissolve per trasformarsi in resistenza collettiva. Il rugby assume un valore metateatrale, poiché definisce l’intero dispositivo scenico come “mischia ordinata performativa“: un corpo unico che resiste e si ricompone di volta in volta in base al gioco.

OLTRE: il teatro di figura per dire l’indicibile

OLTRE. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande
una scena di OLTRE, dove i performer manovrano i pupazzi di Paola Villani

Il vero salto poetico di OLTRE è l’uso del teatro di figura con i pupazzi scenici ideati e realizzati da Paola Villani (che già vanta la proficua collaborazione con Marta Cuscunà, protagonista di Sorry, boys, prossimo appuntamento a Rifredi – recensito anche su Gufetto). I Puppets non sono surrogati dei personaggi, ma la loro anima esposta. Interamente privi di un’espressione definita, con una morfologia volutamente essenziale, volti neutri, bianchi, scavati, tratti minimi, non imitano gli umani, li evocano. Possono essere vivi o morti abbandonati, possono piangere o esultare, disperarsi, quasi parlare o stare in silenzio. Proprio perché sono privi di una fisionomia marcata, diventano specchi emotivi: lo spettatore attribuisce al volto l’emozione che vede nel gesto, come accade con le maschere più arcaiche e potenti. A rendere possibile questa trasfigurazione è la loro mobilità sorprendente: i corpi leggeri, articolati, passano da un tremito quasi impercettibile a movimenti bruschi, disperati, senza mai perdere quell’aura fragile che ricorda la precarietà. L’animazione richiede configurazioni variabili: un solo performer può essere sufficiente per una micro-espressione del corpo, mentre due o tre interpreti sono necessari per comporre gesti più complessi, generando una dinamica produttiva simbiotica. Il rapporto tra attori e pupazzi è un atto di presenza totale: i performer non solo li muovono, ma respirano con loro, li sorreggono, li ascoltano. L’attore non scompare dietro il pupazzo, ma coesiste con esso, determinando un duplice livello di presenza: testimone e compagno di viaggio. Ne deriva una semiotica della fragilità che trasmette, più che rappresentare, lo stato liminale dei sopravvissuti. Non servono parole: arrivano il respiro, il battito, il tremore, il cuore. E il pubblico lo sente. Come già accaduto ne LA CLASSE, Fabiana Iacozzilli lascia quasi interamente all’animazione dei pupazzi il compito della narrazione e sceglie che le uniche voci siano quelle dei protagonisti reali della vicenda, in spagnolo, coi sopratitoli, raccolte grazie al lavoro di ricerca delle drammaturghe in Uruguay: “Il teatro è un luogo in cui non si può mentire”.

La scena di OLTRE: una ferita che respira

OLTRE. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande foto di Gianluca Pantaleo
La scenografia di OLTRE. Foto di Gianluca Pantaleo

La scenografia, complessa e mobile, trasforma il palco in un relitto vivo. L’aereo non è un semplice oggetto scenico: è una carcassa che si apre, si spezza come fecero le lamiere quel giorno. Sulla fusoliera la scritta (reale e al tempo stesso simbolica) Fuerza Air è un monito, un incoraggiamento, o forse una beffa. Nello spazio oggetti sparsi: seggiolini disarticolati, valigie, che diventano contenitori di memoria, odori, resti di quotidianità; gli indumenti, brandelli di identità, un pallone da rugby; i morti, pupazzi accatastati in un angolo della scena a sinistra, sempre presenti davanti a noi. Ogni elemento ha la concretezza del reale e insieme la metafora dell’irreparabile. Più che un ambiente, il relitto e il suo contenuto fuoriuscito, diventa un organismo, un interlocutore muto che accompagna la partitura gestuale degli attori. Sull’aereo ci si arrampica per connettere l’antenna della radiotrasmittente, come un sottile filo di speranza; gli oblò si illuminano di rosso, di blu, di bianco ghiaccio o grigio spento, a scandire l’altalena degli stati d’animo dei protagonisti; si batte inutilmente sul metallo per farsi sentire dall’alto; dentro le lamiere dell’aereo ci si ripara stretti e vicini per scaldarsi. Infine la radio, oggetto che dolorosamente annuncia la sospensione delle ricerche, è come una lama che taglia la speranza. Qui il pianto del capitano della squadra, diventa disperazione visibile e umana, che si manifesta senza la marionetta, in una danza scomposta di mani, salti e singhiozzi, di Simone Zambelli, lasciandoci senza parole, privati anche noi di quella flebile luce all’orizzonte.

Il bianco, il buio, l’oltre

OLTRE. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande foto di Gianluca Pantaleo
OLTRE, un particolare della scena. Foto di Gianluca Pantaleo

Lo spettacolo compie un gesto politico e spirituale insieme: legittima la fragilità. La fragilità verso se stessi, verso gli altri, verso Dio. In questo territorio estremo, OLTRE sembra incarnare l’eco di Beckett “Non posso continuare. Continuerò”: i sopravvissuti scoprono che l’unico modo per resistere è accettare il dolore, riconoscerlo, attraversarlo, andare avanti. Dice la voce in spagnolo: “era una buona notizia, adesso dovevamo vivere solo per noi stessi”. Non c’è retorica eroica; c’è l’essere umano come creatura vulnerabile, e proprio per questo capace di superare l’impossibile. OLTRE è costellato di domande metafisiche: il rapporto con Dio, con la speranza, con il silenzio immenso delle Ande, il rapporto con la morte, il profondo attaccamento alla vita. La neve diventa una preghiera e una condanna; la notte, un abbraccio e una minaccia; le stelle sono candele funebri per i morti; il bianco è insieme neve, morte e vita. In questo senso, OLTRE indaga la vulnerabilità, ma non converte il trauma in catarsi, lo espone allo spettatore come spazio di domanda esistenziale, come interrogativo eternamente aperto, all’interno di un sentimento laico di fede.

Io mi vedo: immaginare quando il futuro non esiste

Particolarmente significativo il passaggio drammaturgico centrato sulla frase: “Io mi vedo.” Io mi vedo camminare sulla montagna. Io mi vedo come un puntino nel bianco. Io mi vedo vivo.” Questa capacità di immaginare – quando la radio ha decretato la fine delle ricerche, quando ogni direzione è una parete invalicabile, quando anche la valanga ha peggiorato le condizioni dei sopravvissuti – diventa l’atto più umano e più divino. La visione che precede la salvezza. Le parole scritte sul fondo e lo sguardo della marionetta in piedi nel proscenio diventano qui un atto performativo interno alla storia, un’auto-narrazione che permette di superare la paralisi. La scena finale porta tutto questo in platea in modo vertiginoso: due pupazzi – Nando Parrado e Roberto Canessa – scalano letteralmente tra gli spettatori. Sono magri, fragili, scheletri cigolanti, con le scarpette da rugby, eppure tenaci. Alcuni spettatori li prendono per mano, li sostengono, li abbracciano.
È un momento rarissimo: il teatro diventa carne, la platea diventa montagna, il pubblico diventa parte della salvezza. In questo finale il titolo dello spettacolo si compie: OLTRE non è solo la storia di chi è sopravvissuto alle Ande. È la storia di ogni essere umano che, pur tremando, va oltre la paura, oltre il dolore, oltre l’idea stessa di ciò che è possibile. È la storia di come, quando tutto crolla, l’unica risposta sia continuare a cercare una mano, una voce, una direzione nel vuoto. È la storia di come l’amore tenga insieme la vita, anche quando la vita sembra non voler più reggere. L’amore è un odore, quello di casa racchiuso dentro le valigie; è un contatto, l’abbraccio dei compagni, il corpo accanto che scalda; è il volo del pallone da rugby preso in aria da un corpo che volteggia. E forse, se Dio è da qualche parte in tutto questo, è in quell’oltre che, per un istante, appare.

«La forza dell’uomo viene dallo spirito più che dal corpo.» Ernest Shackleton (esploratore irlandese 1874-1922)

Teaser OLTRE. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande. Ideazione e regia di Fabiana Iacozzilli

OLTRE. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande

ideazione e regia Fabiana Iacozzilli
drammaturgia Linda Dalisi, Fabiana Iacozzilli
con Andrei Balan, Francesco Meloni, Marta Meneghetti, Giselda Ranieri, Evelina Rosselli, Isacco Venturini, Simone Zambelli
dramaturg Linda Dalisi
scene e progettazione puppets Paola Villani
musiche e suono Franco Visioli
luci Raffaella Vitiello
cura dell’animazione Michela Aiello
produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Cranpi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
con il sostegno e debutto nazionale Romaeuropa Festival
con il sostegno del Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale, Teatro Biblioteca Quarticciolo
con il contributo dell’Istituto Italiano di Cultura di Montevideo
foto di scena Gianluca Pantaleo

Visto il 21 novembre 2025 al Nuovo Rifredi Scena Aperta, Teatro della Toscana, Firenze

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Alice Capozza

Redattrice per Gufetto Firenze e fondatrice del collettivo di redazione. Appassionata di teatro, attrice e regista, formatrice di critica teatrale. Scrive su Gufetto dal 2017