Prima nazionale al Fabbricone per il MET di Prato con NOI GLI EROI, testo firmato dal drammaturgo francese Jean-Luc Lagarce e portato in scena dalla Piccola Compagnia della Magnolia per la regia di Giorgia Cerruti, produzione dello stesso Metastasio insieme a Centro Teatrale Bresciano e TSV. Una compagnia reduce da una replica de “Il malato immaginario” si trova catapultata in un limbo di attesa e di sospensione prima della prossima rappresentazione, vinta da un desiderio di azione che resta solamente in potenza mentre intorno c’è un mondo in fiamme dal quale però loro sono esclusi, nel bene e nel male. Alla fine ci faranno scoprire che lo spettacolo inizia solamente dopo gli applausi. Prossime repliche a Brescia fino a domenica 21 marzo e a Padova a luglio.
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Il palcoscenico: una fortezza svuotata di senso

Le quinte sono abbattute, lo spazio scenico è aperto e la gradinata del Fabbricone sembra il suo naturale prolungamento. Dopo l’ennesima rappresentazione de Il malato immaginario, gli attori entrano per prendere la loro meritata dose di applausi giungendo infine a riempire questo spazio, finora ricoperto da un sinistro telo nero e spesso, capace a malapena di delineare il profilo dell’arredamento sottostante. Ma adesso che finalmente lo spettacolo è concluso, è arrivato il momento di rivelare, di scacciare ogni velo, materiale ed emotivo. Ancora non lo sanno ma quella dove sono giunti è una fortezza dalla quale sono destinati a guardare il mondo con la paura e la voglia di parteciparne, come tanti Drogo che nella fortezzaBastiani si consumano giorno dopo giorno. E in un’attesa interminabile tentano di riempire quella prigione di parole, gesti, respiri, scambi che sembrano però svuotarla poco a poco di senso, di energia e di identità.
NOI GLI EROI: una precarietà travolgente
In questa regia firmata da Giorgia Cerruti, il testo di Lagarce, a tratti claustrofobico, incomunicante ma travolgente, scava lentamente fino a seppellire l’eroismo, soffocato dalla precarietà che sembra trasparire da ogni oggetto. È così per la cornice sospesa sulla scala a pioli con in cima un pupazzo di coccodrillo che è insieme feticcio e simbolo; è così anche per le suppellettili che con le ruote trovano continuamente nuove collocazioni con l’illusione del cambiamento. Infatti, è in una dimensione immaginativa, stupefacente, averbale fatta di suoni assordanti e luci verdi innaturali, che trovano spazio i rari momenti di effimera fuga dalla prigione. In questo scenario decomposto si dipanano quindi le dinamiche, i dialoghi a tratti serrati e le solitudini senza prospettiva dei personaggi sulla scena.
Il cast e l’apparato dei personaggi

Il cast messo in campo dalla Piccola Compagnia della Magnolia si è rivelato oltremodo all’altezza di una prova non facile. Il testo di Lagarce è un coacervo di riferimenti teatrali e letterari, diretti ed indiretti, che vanno appunto dal Buzzati del Deserto dei Tartari al Cechov delle Tre sorelle (parafrasato in “A Varsavia! A Varsavia!”) fino ai sei personaggi pirandelliani che le dinamiche metateatrali tra attori ed attrici ci hanno ricordato. Giorgia Cerruti, anche artista in scena, ha accompagnato un gruppo di ottimo livello: Francesco Pennacchia (già recensito per una Prima qui al Fabbricone) è capocomico, padre e marito preoccupato per il futuro della compagnia e per quello della insicura figlia Josephine (Letizia Russo), in procinto di fidanzarsi con un uomo (Luca Serra Busnengo) le cui attenzioni sono principalmente rivolte alla esuberante e prorompente sig.ra Tschissik (Giorgia Cerruti). Le stesse sono però richieste anche dal figlio del capocomico (Fabrizio Costella), desideroso allo stesso tempo di vivere il suo istinto animalesco – spunto comico ben riuscito con una studiata gestualità scimmiesca – e di fuggire verso nuovi orizzonti personali e professionali. A completare il quadro, Anna Gualdo, la nervosa e talvolta nevrotica madre dei due ragazzi e il dilagante marito della sig.ra Tschissik (di nuovo Luca Serra Busnengo) che con il suo ingresso a fine spettacolo su sedia a rotelle e completamente fasciato di bende, sembra dare l’agognata sferzata, seppur nell’incompiutezza generale.
Dalla precarietà della scena alla fragilità del teatro
Nessuna epopea epica quindi: la guerra e lo scontro, seppur unici diversivi nella stagnazione, sono solamente uno sfondo evocato, destinato a barbari esaltati “felici di poter urlare la loro barbarie” dalla quale possiamo salvarci solamente restando immobili (“vagando ci finiremo dentro”). La festa di fidanzamento di Josephine, perno del plot, nasconde dietro all’ipocrisia del rapporto, una estrema fragilità, la stessa con cui il teatro, a detta della stessa Cerruti, si propone e ripropone come luogo di testimonianza nel disorientamento generale (“Dove siamo? Mi sono persa / Da nessuna parte, temo”). Del resto anche l’arredamento è smaccatamente fatto di oggetti di scena, precari anch’essi, nell’illusione di una casa che non c’è.
NOI GLI EROI: teatranti in trincea

L’adattamento di Giorgia Cerruti, coadiuvata da Margherita Laera, pur celandolo dietro ad una alta densità di parole, movimenti e gestualità, procede per sottrazione a partire dal titolo che è stato privato della enfatica virgola originaria (Nous, les héros). Alla fine restano i mestieranti del palcoscenico, anti-eroi per eccellenza ai quali non basta indossare una maschera da super-eroe – varie ne compaiono e se ne indossano insieme ai fantocci che accompagnano i personaggi – per vincere l’effimerità. Nonostante questo continuano imperterriti ad esporsi inermi ed umani davanti al mondo, pronti a subirne elogi ed insulti, comunque guerrieri in trincea nella loro stravaganza – “da un palco farai comunque la guerra” – a tratti qui persino giullaresca. “La guerra e la vita non dureranno a lungo”: se di questo possiamo esser certi, nonostante il mondo intorno sembri suggerire altro, lasciamo che il teatro ci sopravviva per quanto acciaccato, dolorante e precario, anche dopo gli applausi. Perché è proprio qui che inizia davvero lo spettacolo.
Libere note a margine
Con NOI GLI EROI al Fabbricone, il Metastasio sembra aver ritrovato una drammaturgia che teme l’horror vacui, riempiendo gli spazi con corpo, voce, scenografie ed un articolato impianto luci (a cura di Lucio Diana) e audio (a cura di Luca Martone). Nella complessità e travolgente molteplicità di spunti restiamo quasi disorientati avendo perduto negli ultimi anni la capacità di focalizzazione prolungata che certi spettacoli richiedono, ricordandoci un teatro che ancora fino a 20 anni fa riempiva i cartelloni del MET. Un’operazione vagamente amarcord, quindi, che può accendere opinioni contrastanti ma che denota ancora una volta la volontà e il coraggio della fondazione pratese di scommettere e mettersi in gioco a viso aperto. Proprio come gli “eroi” in scena.
NOI GLI EROI – Credits
di Jean-Luc Lagarce
traduzione Margherita Laera
adattamento Margherita Laera e Giorgia Cerruti
regia Giorgia Cerruti
assistente alla regia Francesca Ziggiotti
con Francesco Pennacchia, Anna Gualdo, Luca Serra Busnengo, Letizia Russo, Fabrizio Costella, Giorgia Cerruti
visual concept, light design Lucio Diana
Sound-design, fonica Luca Martone
costumi Giorgia Cerruti e Daniela Rostirolla
uno spettacolo di Piccola Compagnia della Magnolia
produzione Teatro Metastasio di Prato
in coproduzione con Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale e Centro Teatrale Bresciano
con il supporto di Cubo Teatro, Inteatro Residenze, Sardegna Teatro
Visto l’11 marzo 2026 al Teatro Fabbricone, Prato


