METAMORPHOLAND @ Teatro Fabbricone: tutto cambia, niente muore

Rappresentare in scena la storia mitica della nascita del mondo. Ridire i miti che sono la nostra carta d’identità. Una proposta che Kinkaleri mette coraggiosamente in scena al Teatro Fabbricone con la sua METAMORPHOLAND, un teatro che coinvolge i giovani spettatori ma che ha molto da dire a tutti noi, in un’epoca, come questa, in cui è doveroso riflettere sulla relazione umanità/natura e sull’infallibile regola del cambiamento che domina il nostro essere nel mondo.

METAMORPHOLAND: LA PHANTASIA DI KINKALERI  

C’è la grazia, e c’è la bellezza, e in pochi incontri fortunati ci sono tutte e due. Non è strano che siano compresenti in uno spettacolo su Le Metamorfosi di Ovidio, visto che il poeta latino sosteneva che radice dell’arte sia proprio la phantasia, la leggiadra capacità creatrice che lo mise in grado di tessere una tela multicolore e complicata, connettendo in una inaudita specie di epica più di duecento storie di metamorfosi: quelle, o almeno una parte, che Kinkaleri rappresentano sul palco del teatro Fabbricone. All’inizio è un video che si incarica di rappresentare il Kaos primordiale, l’apertura cosmica che viene proprio da kasko, spalancare: ma per tutto lo spettacolo un solo attore, Daniele Bonaiuti,  si assume la responsabilità di essere tutto, e di diventare tutto, in scena. Apollo e Dafne insieme – è effettivamente il primo racconto mitologico del poema – fino alla metamorfosi in alloro visivamente rappresentata dalla rete verde e dorata che non solo rende l’impressione della mutazione vegetale ma che, partendo dalle assi del palcoscenico fino a racchiudere tutto il corpo del performer, dà anche dimostrazione di come la trasformazione si attua: i piedi diventano radici, le gambe tronco, le dita foglie…Splendida la tecnica che permette, sfruttando la telecamera dall’alto, non solo di rappresentare, tramite strisce di scotch bianco su base nera, il carro del Sole rovinosamente guidato dall’inesperto Fetonte, ma all’attore di far parte del disegno: è lui Fetonte, lui sale sul carro, lo guida incitando i cavalli dai piedi di fuoco, rovinosamente cade.

Daniele Bonaiuti in METAMORPHOLAND

METAMORPHOLAND: SE LA METAMORFOSI FA MALE

La metamorfosi è dolorosa, e pericolosa. Non è mai un procedimento tranquillo: e talvolta è estremamente sconvolgente. Uno dei momenti migliori dello spettacolo riguarda infatti un mito crudele, quello di Atteone: un mito che ha interessato Giordano Bruno, Giovambattista Marino, ed Ezra Pound nelle sue molteplici riletture, ma che trae origine appunto da Ovidio. I cani di Atteone, per la maledizione di Artemide che muta il giovane cacciatore in cervo, non riconoscendolo, lo assaltano e lo sbranano: “il gran cacciator divenne preda”, chiosa Ovidio. Qui un coro di bambini attirati sul palco da Bonaiuti latrano in gruppo, fondendosi all’autentico coro della muta in full cry, e ai nomi dei cani di Atteone che si incidono sullo schermo. L’effetto è magnifico, veramente: e quando il protagonista redarguisce i bambini: “lo avete ucciso voi, Atteone”, per un attimo la provocazione funziona nel profondo, e sì, davvero, è andata, almeno parzialmente, così.

METAMORPHOLAND: LA TELA DI RAGNO DEL MITO

Daniele Bonaiuti in METAMORPHOLAND

Altri miti e altre soluzioni. Una stoffa cangiante per affogare Narciso, un coro di voci infantili per riprodurre Eco. Altre strisce di scotch per creare sul palco la grande ragnatela di Aracne. La partecipazione dei piccoli spettatori aggiunge grazia, che tutto l’allestimento del resto profonde in quantità. Insieme filologico e molto fruibile, lo spettacolo ha con evidenza un successo profondo e il pubblico si lascia trascinare nella storia delle storie, nel mito che oggi rinasce, tela di ragno deliziosa e dalla quale non si dovrebbe mai fuggire. 

Visto al Teatro Fabbricone (Prato) il 16 novembre 2024

METAMORPHOLAND

progetto e realizzazione: Kinkaleri/ Massimo Conti, Marco Mazzoni, Gina Monaco

con Daniele Bonaiuti

produzione KLM/Kinkaleri

con il sostegno di Teatro Metastasio di Prato

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF