Nel solco delle iniziative per il 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone (1866 – 2026), vi consigliamo di visitare, METAMORFOSI INTANGIBILE la mostra-installazione di Uemon Ikeda, visibile fino al 30 aprile presso lo spazio espositivo PROSA_contemporanea.
L’esposizione, che vanta il patrocinio dell’Istituto giapponese di cultura e della Fondazione Italia Giappone, è stata curata da Alberto Dambruoso ed è stata inaugurata giovedì 10 aprile, arricchendosi con la performance di danza Butoh eseguita da Flavio Arcangeli.
In occasione del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche fra Italia e Giappone è stata presentata anche la Mostra di Hokusai aperta fino al 5 luglio 2026 a Palazzo Bonaparte – leggi qui la nostra recensione.
Noi di Gufetto eravamo lì per raccontarvi questo viaggio “nel sistema del vuoto”.

Contenuti
METAMORFOSI INTANGIBILE DI UEMON IKEDA – UN VIAGGIO NEL SISTEMA DEL VUOTO
Entro nello spazio della galleria PROSA_contemporanea: il luogo ha due ingressi e due pareti vetrate attigue.
Devo entrare dal lato lungo, da dove è difficile individuare un punto di fuga: è come se lo spazio ti volgesse il fianco, per cui provo un certo fastidio: la stanza è disorientante.
Questa sensazione è amplificata dal fatto che al centro della galleria d’arte, appesa al soffitto, sia ancorata una installazione fatta con dei fili rossi che si inarcano verso il pavimento e poi risalgono per aria.
Abbasso lo sguardo e vedo delle belle marmette di recupero, abbastanza vecchie da essere definibili “quasiantiche” e ben restaurate: mi ricordo che
qui, una volta, c’era una pasticceria.
A destra dell’ingresso c’è una specie di quinta scenica: una paretina centrale, dove campeggia un acquerello di medie dimensioni, affiancato da due tende in juta grezza. Sulle altre pareti, lungo il perimetro, altri acquarelli.
Mi chiedo: tutto qui? Possibile?
IL VIAGGIO DENTRO METAMORFOSI INTANGIBILE:
LA TANA DEL BIANCONIGLIO
Mentre smarrita penso di essere caduta in un grosso equivoco, mi viene incontro il Bianconiglio in persona: Marta Bianchi (Studio InEvoluzionet).
Ha fretta, ha fretta, passa come un’ape da un ospite all’altro: saluta, si assicura che tutto vada bene, offre informazioni sulla serata, consegna dépliant e poi è il mio turno.
I suoi grandi occhi mi danno il benvenuto ed io le chiedo a che ora ci sarà la performance. Alle 19:30.
Risponde sorridente che nel frattempo posso intervistare l’artista!
Seguo il bianconiglio e vengo inghiottita dalla quinta di juta.
LE AVVENTURE DI ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE
Dietro la tenda di juta si apre un mondo: si passa da un piccolo ambiente ad un’ampia anticamera, dove sono affollate numerose persone: tutte protese sul tavolo imbandito; una danza folle prende vita e tra prosecco, ciambelline, biscotti e Sakè io giuro di aver visto il Cappellaio Matto accerchiato da una selva di folli personaggi.
Tutti scompaiono e riappaiono in una maratonda che gira dietro ad una serra di piante e due magnifici studi di architettura.
Su un divano, l’artista.
PROSA_STUDIO LAB
PROSA è l’acronimo composto dai cognomi dei tre fondatori (Valeria Palermo, Maria Amelia Roccatelli, Stefano Salvi) del bellissimo co-working di architettura, da cui ha gemmato lo spazio espositivo PROSA_contemporanea.
Quest’ultimo è un’autentico sogno nel cassetto che ha iniziato ad avverarsi da settembre 2025 con la mostra di Laura Federici Limiti Invisibili.
Per Maria Amelia, questo luogo è l’animazione di un progetto professionale e di ricerca, che intende mettere in relazione design – architettura – arredamento d’interni e arte contemporanea. In via Marin Sanudo n. 24, nel vivace quartiere Pigneto di Roma, si aggiunge dunque una perla preziosa, confezionata con la direzione artistica di Alberto Dambruoso, e che vi invita a rimanere aggiornati sul prossimo evento: una performance off-site ambientata in un locale in ristrutturazione….be tuned!
UEMON IKEDA, “CHI ESSER TU?”
Uemon Ikeda (nato a Kobe, Giappone, nel 1952) è infagottato in una crisalide a forma di giacca. Un cappello a falda e il vociare degli ospiti eccitati che visitano e scoprono lo studio di PROSA, ne coprono rispettivamente gli occhi e la voce: parla molto piano e faccio fatica a sentirlo.
VENANZO CROCETTI E L’ABBANDONO DELLA SCULTURA TRADIZIONALE
UOEMON IKEDA: “Quando sono arrivato a Roma, negli anni ’70, sono stato allievo di Venanzo Crocetti (il quale espone a Tokio e a Osaka del 1973 e del 1974 n.d.r.).
Disegnavo moltissimo. Avevo più di 1000 disegni…e per fortuna! Siccome abitavo in un appartamento senza riscaldamento, potevo bruciare i disegni…”
Mi scappa un sorriso: Venanzo Crocetti, scultore e insegnante di scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia e di Roma, era un artista eccezionale e rinomato, ma un maestro tutt’altro che comprensivo. Mio padre, che l’aveva conosciuto mentre in Accademia faceva da assistente a Fazzini, mi racconta che fosse solito spingere col piede le sculture degli allievi per farle cadere, dimostrando che non erano a piombo!
Venanzo Crocetti era l’insegnante che nessuno avrebbe voluto incontrare.

presso PROSA_contemporanea
Chiedo innocente: “E le tue sculture? Venanzo Crocetti insegnava scultura….”
UEMON IKEDA risponde: “Si, ho fatto una scultura in gesso, una volta, molto pesante – 30 kg circa – ma il mio appartamento era al settimo piano, in via Casilina, senza ascensore…per cui ho realizzato solo quella”
Molto pacatamente ed in modo assolutamente serio, Ikeda mi sta prendendo letteralmente in giro.
UEMON IKEDA: “Poi mi hanno detto che a Capodanno, a Roma si possono buttare le cose dalla finestra… così ho gettato la scultura”.
SCOLPIRE LO SPAZIO
Ikeda prosegue a raccontarmi, nel suo modo fumoso, verità amalgamate in un melting-pot con aneddoti ironici e assurdi:
UEMON IKEDA: “Il mio maestro mi diceva di disegnare tantissimo! Tu puoi disegnare ovunque, soprattutto nella tua testa: così ho cominciato a fare 1000 disegni al giorno e il mio foglio era lo spazio.”
A questa frase capisco di trovarmi letteralmente di fronte al Caterpillar (o al Brucaliffo, se preferite) di Lewis Carrol: Uemon Ikeda mi consegna piccole porzioni del fungo (alias: strumenti per afferrare la verità), senza darmi istruzioni precise, ovviamente!
Devo essere io a dover capire dove lo spazio intorno a me diventerà grande e dove si rimpicciolirà.
Ikeda, perennemente in gioco, guida la propria mente dove c’è “il nulla“, andando a scolpire quella quota di vuoto dove nessuno agisce e lasciando vuoto lo spazio agito.
IKEDA E SIMONETTA LUX
Ikeda mi racconta del suo rapporto con l’università “La Sapienza” e delle sue esperienze con Simonetta Lux, la cui ricerca nel campo dell’arte concettuale bene si è integrata con il lavoro artistico di Uemon.
Questa lunga permanenza di Ikeda a Roma (definita una palude ancora feconda) gli permette di rimbalzare tra occidente e oriente, smaterializzando lo spazio occidentale attraverso la valorizzazione orientale del vuoto.
Nell’ambiente Ikeda ricrea la stanza immaginata e disegnata tridimensionalmente da una nuova linea rossa, fatta di seta o nylon, passando dalla dimensione urbana (istallazioni di Bomarzo, Piramide Cestia, Maxxi) a quella più raccolta della stanza.
LO STREGATTO
Molti ospiti si accalcano per salutare Ikeda ed io devo lasciarlo andare, a malincuore, come quando una farfalla colorata vola via.
Spero a questo punto di scambiare due chiacchere con il curatore della mostra: Alberto Dambruoso, ma ci crediate o no, la favola continua!
Dambruoso, da vero Stregatto, appare e scompare sornione: quando ti sembra di averlo a tiro….inizia la performance!
SATORI: LA PERDITA DEI SENSI
Tornata nella sala espositiva, dopo aver parlato con l’artista, tutta l’esposizione ha preso una dimensione diversa.
“testo e immagini, nel loro intreccio, vogliono assicurare la circolazione, lo scambio di questi significanti:
il corpo, il viso, la scrittura e leggervi il linguaggio dei segni“.
Roland Barthes
Gli acquarelli appesi alle pareti della sala espositiva, che in teoria dovrebbero essere i protagonisti di una mostra di pittura, non sono altro che l’ennesimo gioco: servono a Ikeda per segnalare alla nostra percezione visiva la quota dello sguardo.
L’acquarellatura stessa sembra data senza apparente attenzione: la linea del disegno, della stessa grana della scrittura, sembra guidata dalla mano del rabdomante che cerca l’acqua.
Non è l’intenzione a muovere la mano dell’artista- sembra – ma una forza esterna.
E dunque, quello che nella stanza dovrebbe essere accidentale – l’installazione – è la vera protagonista: è il filo rosso ad affogare lo spazio e a costringere il pubblico ad assieparsi lungo la riva di queste onde di seta.
LA DANZA BUTOH DI FLAVIO ARCANGELI
In mezzo alle seriche parabole rosse, si contrae e trasforma il corpo di Flavio Arcangeli.
La danza Butoh è un’arte anch’essa che si esegue “a levare”, come la scultura su pietra che svuota il pieno: si scava, togliendo il ballo perché rimanga solo il corpo, l’incarnazione di ogni volontà espressa alla sua radice: la presenza.

Flavio Arcangeli esegue una danza Butoh all’interno dell’installazione “METAMORFOSI INTANGIBILE” di Uemon Ikeda
Spazio PROSA_contemporanea
COS’è LA DANZA BUTOH
La Danza Butoh nasce dopo la seconda guerra mondiale come “danza delle tenebre” e dunque dopo il disastro di Hiroshima e Nagasaki: viene descritta come l’emergere di un fiore dal nulla.
I maestri che la inventano negli anni ’50 del Novecento rappresentano la costante trasformazione dell’esistenza che si contorce tra la vita e la morte.
La danza, arrivata a Roma negli anni ’90 del Novecento, è stata intercettata da Flavio Arcangeli, pittore, performer e maestro di Yoga, che non ha più smesso di praticarla.
Al centro della danza Butoh c’è il nikutai: il corpo inteso come ammasso di carne, il corpo eretico.
Dal Giappone poi la danza è arrivata in Francia (dove si è sposata con le sperimentazioni dell’arte aleatoria e della corrente Fluxus) e in Germania, dove la tradizione dada e dell’espressionismo tedesco potrebbero, in realtà, averne influenzato le origini, dove ha poi germogliato nella danza di Pina Bausch.

Flavio Arcangeli esegue una danza Butoh all’interno dell’installazione “METAMORFOSI INTANGIBILE” di Uemon Ikeda
Spazio PROSA_contemporanea
IL FILO ROSSO DEL VUOTO
Mi sento ubriaca di pensieri, curiosa come non ero da tempo; seguo, stupefatta come un’infante, il filo rosso di seta e con lui il grande inganno magico dell’arte concettuale.
Archi lineari; schiene di gatto con la gobba a terra e le zampe per aria; una Metamorfosi Intangibile: quella in cui il vuoto diventi sostanza.
È più facile togliere senso al mondo, piuttosto che riportarlo al suo orrore razionale.
È davvero questo che vuole dire Ikeda? Non lo sapremo mai, perché quello che è importante nell’arte concettuale non è il significato dell’opera, ma il procedimento maieutico che ne sta alla base.

L’Opera d’arte concettuale non parla: e cosa potrebbe dire, dopo i milioni di morti ammazzati in due guerre mondiali? Dovrebbe forse svelarci qual’è il senso del nostro agire, mentre si compie l’ennesimo genocidio?
LA PIZIA CONTEMPORANEA
L’arte concettuale funziona come un oracolo: allude, e in questo modo ognuno ci vede nient’altro che quello che sta già nella mente di chi osserva. Il suo contenuto è dato da quello che già sta all’interno delle capacità interpretative dell’osservatore.
Alejandro Jodorowsky lo spiegava bene con i Tarocchi Marsigliesi, il mercoledì, al bar vicino alla Gare de Lyon: indagate l’inconscio invece di divinare il futuro!
Inutile indovinare il messaggio dell’artista: l’opera sua è come un piatto romanesco: “quello che ce metti, ce ritrovi!”
UEMON IKEDA – A PROSA contemporanea – info e contatti
Via Marin Sanudo, 24, 00176 Roma RM
Telefono+39 338 485 8398
Emailprosa.studiolab@gmail.com

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