METAFORICAMENTE SCHIROS @ Piccolo Bellini: verità che arriva anche quando la comicità inciampa

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METAFORICAMENTE SCHIROS, in scena al Piccolo Bellini, è il ritorno a teatro di Beatrice Schiros dopo una pausa, un allontanamento, forse un rigetto, forse semplicemente una stanchezza enorme. Lo spettacolo, scritto dalla stessa Schiros insieme a Gabriele Scotti, viene presentato come un rito psicomagico, un monologo-confessione, un attraversamento personale che parte dal corpo e finisce nei genitori, passando per sesso, menopausa, cani, solitudine, vergogna e famiglia. E in effetti è tutto questo. Solo che non sempre lo è con la stessa forza.

METAFORICAMENTE SCHIROS al Piccolo Bellini

METAFORICAMENTE SCHIROS

Beatrice Schiros entra in scena quasi come se non volesse esserci. O meglio: come se dovesse convincere se stessa, prima ancora del pubblico, che tornare su un palco sia davvero una buona idea. Lo spazio è essenziale: uno sgabello, una bottiglia d’acqua, poco altro. Niente che possa “proteggerla” o “nasconderla”, niente che possa distrarci troppo da lei.

L’innesco dichiarato è quello della terapia: tornare sul palco come atto psicomagico, consigliato dallo psicoterapeuta, per ritrovarsi. E infatti lo spettacolo comincia con un gesto molto schirosiano: abbassare subito il tono, sporcarsi, partire dal basso, anzi bassissimo. Si comincia dalla cacca. Dalla bambina che se la fa addosso dalle suore, dalla vergogna, dal corpo che tradisce, dalla formazione sentimentale e familiare di una persona che si racconta come ribelle, bugiarda, poco incline allo studio, molto incline a cavarsela.

Da lì si apre il racconto della famiglia: il padre Ignazio Schiros, nato a Tripoli, di origine siciliana; la madre professoressa di economia; una casa piena di legami, risate, appartenenza. Schiros ha sempre avuto una capacità rara: portare in scena la materia personale senza farla sembrare per forza nobile. Anche qui ci prova. Solo che, almeno all’inizio, qualcosa fatica a prendere ritmo.

METAFORICAMENTE SCHIROS e una comicità che non sempre esplode

La prima parte dello spettacolo, quella più dichiaratamente comica, mi ha lasciata abbastanza fredda. E lo dico con un certo dispiacere, perché so bene che Beatrice Schiros sa essere travolgente. Lo è stata spesso, soprattutto nei lavori con Carrozzeria Orfeo, compagnia con cui ha lavorato per anni e con cui ha vinto premi importanti: il Premio Mariangela Melato nel 2016 e il Premio Le Maschere del Teatro Italiano come migliore attrice non protagonista nel 2019 per Cous Cous Klan.

Qui, però, non sempre la miccia si accende.

I racconti sui fidanzati di gioventù, sugli uomini che “non ci sono”, sui disperati che affollano Tinder, sul sesso improbabile, sulla distanza tra generazioni, sui generi multipli che la generazione X fatica a capire, restano spesso in una zona un po’ prevedibile, per non dire scontata. C’è la solita frontalità, c’è la sua caratteristica volgarità esplicita, c’è il gusto per l’immagine fisica e scomposta, ma non sempre c’è l’efficacia comica che ci si aspetterebbe da lei.

In sala le risate arrivano, ma non mi sembrano mai davvero compatte. A volte sono tiepide, a volte isolate, a volte profondissime ma di poche persone. E allora mi viene da pensare che forse certe cose arrivino moltissimo a chi le sente nuove, o a chi si riconosce senza filtri. Per me, invece, alcune battute sembrano già viste, già sentite, già attraversate. Anche perché, in parte, questi temi tornano da Stupida Show!, altro assolo di Schiros, allora ancora dentro l’universo Carrozzeria Orfeo, in cui la femminilità ultracinquantenne veniva già attraversata con ferocia, sesso, corpo e consapevolezza. Ma con un ritmo più efficace.

METAFORICAMENTE SCHIROS tra menopausa, sesso e corpo che cambia

METAFORICAMENTE SCHIROS

Quando il monologo entra nella menopausa, nella terapia ormonale sostitutiva, nel rapporto con la ginecologia, nei contraccettivi, nel pavimento pelvico, nei sex toys scoperti tardi, il materiale diventa potenzialmente molto interessante. Perché il corpo femminile dopo una certa età, a teatro (e non solo), viene raccontato ancora troppo poco, oppure viene raccontato sempre in due modi opposti e ugualmente finti: o come rovina, o come liberazione luminosa e pubblicitaria.

Schiros prova invece a dire una cosa meno elegante e più vera: è tutto normale, ma il corpo si rompe, cambia, pesa, chiede manutenzione, e a volte curarsi è una fatica. Anche solo occuparsi di sé diventa un lavoro. Il risveglio tutto storto, i dolori, i “58 anni percepiti 97”, il cerotto della terapia ormonale che si muove autonomamente, gli esercizi per il pavimento pelvico: tutto questo ha la forza della concretezza.

Eppure, anche qui, ho avuto spesso la sensazione che la scrittura restasse un passo indietro rispetto alla materia. Come se il testo avesse urgenza di dire, di svuotarsi, di nominare tutto, ma non sempre trovasse la forma più tagliente per trasformare l’esperienza in teatro. A tratti sembra davvero una prescrizione dello psicologo: “vai e caga sul palco”.

METAFORICAMENTE SCHIROS e la famiglia dei cani

Uno dei passaggi più teneri, anche se non tra i più riusciti comicamente, è quello sui cani. Schiros racconta il suo levriero, il sogno di un piccolo appartamento con grande giardino, sei o sette cani custoditi come reliquie da qualcuno pagato profumatamente quando lei è via per lavoro. I cani sono la sua famiglia.

Qui lo spettacolo trova un punto interessante: il modo in cui si costruisce una famiglia quando non si ha, non si vuole o non si riesce ad avere quella tradizionale. Schiros dice di non amare i bambini, di non volerli in casa, ma anche di stimare molto le donne che riescono a gestire una famiglia. E questa è una delle caratteristiche del monologo: non prova a vendere un modello alternativo come superiore. Non dice “io sono più libera”, “io sono più vera”, “io ho capito tutto”. Dice, più onestamente: io sono questa, e non sempre so cosa farmene.

La simulazione della telefonata al cane non scatena una grande risata, almeno non nella serata in cui l’ho vista, ma produce un piccolo applauso spontaneo. Come se il pubblico, più che divertirsi, riconoscesse qualcosa. E forse questo è già un indizio di dove lo spettacolo funziona davvero: non quando cerca la battuta, ma quando lascia filtrare il bisogno.

METAFORICAMENTE SCHIROS quando smette di dover far ridere

Il vero spettacolo comincia quando Schiros dice di essere una donna sola. Profondamente sola. Quando vacilla. “Ho 58 anni e vacillo.”

Da qui in poi cambia qualcosa. O forse semplicemente cade la necessità di essere simpatica, sboccata, irresistibile. Cade la necessità di fare la Schiros come forse ce la aspettiamo. E resta Beatrice, o almeno una Beatrice scenica più nuda, più precisa, più necessaria.

Il racconto dei genitori, delle fissazioni di sua madre, della malattia del padre, della crudeltà della demenza, delle badanti pessime, della sofferenza vista troppo da vicino, sposta il centro emotivo dello spettacolo. Non è stato facile, dice. “Forse una figlia non avrebbe dovuto vedere tanta sofferenza“, dice. Eppure, quella sofferenza è stata anche un’occasione, perché a volte è proprio lì che si scopre qualcosa di sé.

Sono parole semplici, forse perfino ovvie se le si guarda da fuori, ma in scena acquistano peso. Perché non sembrano più materiale da numero comico. Magari ci ho messo del mio, visto che attraverso qualcosa di simile, ma credo che tutti l’abbiano sentita come una ferita ancora aperta, tenuta in mano con una certa pudicizia, anche mantenendo una forma diretta, sporca e moderatamente ironica.

La morte della madre, nel 2014, segna la fine di un’epoca. E qui Schiros tocca un punto che riguarda moltissime persone: quando muore un genitore non muore solo una persona, muore un mondo. Muore una versione di noi. Muore anche il posto da cui venivamo guardati, giudicati, protetti, fraintesi, chiamati per nome.

METAFORICAMENTE SCHIROS e i morti con cui si continua a parlare

METAFORICAMENTE SCHIROS

Uno dei momenti più forti arriva quando Schiros comincia a parlare con chi non c’è più: la zia, la madre, il padre. Lo fa perché è convinta che la ascoltino, o perché ha bisogno di comportarsi come se fosse così. E il teatro, in fondo, serve anche a questo: a dire ai morti quello che non sappiamo più dove mettere.

Al padre rimprovera una cosa – tremenda e giustissima: non avrebbe dovuto dirle che sarebbe andato sempre tutto bene, che le avrebbe sempre coperto le spalle, perché non era vero. Non poteva esserlo. E qui lo spettacolo trova finalmente una verità che non ha bisogno di essere spinta. L’onestà di ammettere che la vita non è facile. Che troppo spesso va anche male, e che questo non significa che non valga la pena attraversarla.

Quindi Schiros arriva alla domanda più semplice e più spaventosa: chi sono? E il monologo si avvicina al suo punto più fragile: l’idea di doverlo capire di nuovo – se mai lo si è saputo – sulla soglia dei 60 anni, dopo tutto ciò che è accaduto, dopo tutto ciò che abbiamo perso ma forse anche costruito.

Un finale senza colpo di coda per METAFORICAMENTE SCHIROS 

Mi aspettavo, quasi per memoria teatrale, un finale alla Schiros dei tempi di Carrozzeria Orfeo: una battuta secca, una sferzata volgare, un’inversione improvvisa del tono, qualcosa che rimettesse tutto sottosopra all’ultimo secondo. Invece no.

Il finale resta lì. Ringrazia i genitori. Fa uscire anche la vestaglia a cui teneva tanto sua madre. Un dettaglio piccolo, domestico, quasi ridicolo, e per questo molto toccante.

E allora anche se lo spettacolo non mi ha fatto ridere quanto pensavo, anche se la prima parte mi è sembrata spesso meno efficace di quanto avrebbe potuto, alla fine qualcosa arriva. Arriva la sincerità. Arriva il bisogno. Arriva quella forma di contatto che passa da una nudità emotiva che il pubblico riconosce.

Gli applausi sono forti. Evidentemente, pur senza travolgere sempre, Schiros convince. Convince per la sincerità che traspare dal testo e dalla sua interpretazione. Sta tornando a teatro davanti a noi, e questo ritorno ha qualcosa di vulnerabile che non si lascia liquidare tra le imperfezioni tecniche.

METAFORICAMENTE SCHIROS: consigliato, tutto sommato

METAFORICAMENTE SCHIROS è uno spettacolo sincero, più forte nella seconda parte che nella prima, più necessario quando smette di cercare l’effetto comico e si permette di restare nel dolore. Non tutto funziona. Alcune battute sembrano facili, alcuni passaggi sul sesso e sugli uomini restano prevedibili, certi giochi comici sembrano un po’ consumati.

Però Beatrice Schiros ha una presenza che tiene. Anche quando il testo non è al massimo, lei resta guardabile, ascoltabile, viva. Toccabile. E in questo contatto lo spettacolo trova il suo senso. Forse non è lo spettacolo più riuscito che io abbia visto con lei. Ma è probabilmente uno dei più suoi.

Visto il 19 maggio 2026

Dal 19 al 24 maggio 2026
Piccolo Bellini

METAFORICAMENTE SCHIROS

di Beatrice Schiros e Gabriele Scotti
con Beatrice Schiros

coproduzione ATIR – Teatro Carcano
con il sostegno di NEXT ed. 2024/2025
Progetto di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo

Durata: 75 minuti

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